Nel castello di Cerro a Volturno rimangono le tracce della sua fondazione benedettina

Nel castello di Cerro a Volturno rimangono le tracce della sua fondazione benedettina

Franco Valente

Se nei pressi del castello di Cerro a Volturno capitasse di trovare frammenti di vasi databili alla fine del X secolo, potremmo sospettare che siano stati lavorati da Domenico e Lando, due personaggi che, con l’attributo di “figuli”, cioè di vasai, risultano tra i concessionari delle terre collegate a quella fortezza.

Tanto si ricava dall’atto di concessione del 3 marzo del 989 che è integralmente trascritto nel Chronicon Vulturnense e che qui riporto nelle parti più significative traendole dall’edizione del Federici:
In nomine domini nostri Iesu Christi Dei eterni. Septimo anno principatus domini nostri Landenolfi (gloriosi principis, mense marcio, secunda indiccione … loco ubi dicitur ad Cerrum, Iohannem, et Audoaldus germanis filii quondam Veneri, et Grimoaldus filius Martini, Salomon filius Perti, et Dominicus presbiter filius Saxi, et Urso filius Iohannis habitatores de loco Corniliano, et Petrus Orbino de nostro loco, et Iohannes fìlius Leoni, et Dominicus, et Lando fìguli, et ad germanos eorum, et Lando filius Gennari, et Landuli filius Laurencii clerici, et Dominicus filius Unoaldi, et Petri, et Constancius filius Aldi (…) , laborare et excolere potuerint, et castellum ibidem facere debeant et habitare, in omni racione et ordine, qualiter iam dictus eorum scripto libellario [……..] continere videtur, (…) ita ut debeant de eadem terris illi vel eorum heredibus laborare et excolere, et ad cultum perducere, arare, seminare, et labori exinde recolligere, et tritulare, et debeant ibidem vinee pastinare quante potuerint, et ipse conciare, et vindemiare; et ubi eorum aptum fue¬rint, debeant ibidem facere castellum, et ibidem casa facere, et habitare, vel residere cum familiis et animaliis suis, et cum causa sua, et de commenditis suis, et ibidem faciant, et habeant omnem suam utilitatem, quem eorum necesse est iusta racionem (…)

Con questo atto, registrato in doppia copia su un libretto (libellus), Pietro, preposto del monastero di S. Vincenzo al Volturno, alla presenza del giudice Friderisi, a nome dell’abate Roffredo, dava a livello per ventinove anni, da rinnovarsi per i successivi ventinove, le terre limitrofe al monastero, in località Cerro, per il censo annuale, da corrispondersi dal quarto anno, di un moggio di grano, due di orzo ed uno di vino, oltre un porco su undici grossi:

Secondo quanto riporta il Chronicon Vulturnense l’abate Roffredo concedeva di zappare le vigne e le terre appartenenti al monastero e situate nel territorio del Sannio, nel luogo che è detto Cerro.
I destinatari della concessione erano Giovanni e Audoaldo fratelli figli del defunto Veneri, a Grimoaldo figlio di Martino, a Salomone figlio di Pietro, a Domenico presbitero figlio di Sasso, a Orso figlio di Giovanni che vengono da Corniliano, a Pietro Orbino abitante nele vicinanze del monastero, a Giovanni figlio di Leone, a Domenico e Lando,vasai e ai loro fratelli, a Lando figlio di Gennaro.

Questi i confini: da un lato il corso della Zentola fino alla Forcella. Di là segue il rio che è detto di Forli ed entra nella Vantra fino a sfociare nel fiume Volturno. Risale per lo stesso fiume Volturno fino al rio che è detto Merdaro e di là per la via della Portella fino alla valle del Sangro e si estende fino alla Zittula.

Entro tali confini i concessionari, insieme ai loro congiunti, avrebbero potuto lavorare e coltivare ma, soprattutto, erano obbligati a costruire un castello da abitare con ogni facoltà e ordine.

Per tali accordi dettero adeguate garanzie lo stesso Giovanni figlio di Veneri e Giovanni figlio di Leone nonché tutte le altre persone consociate ed i loro eredi.

I titolari della concessione si impegnavano, pertanto, a tenere e lavorare le terre elencate nell’atto, le corti, i monti, i boschi, le valli del monastero nonché a seminare, raccogliere nei campi lavorati, trebbiare e conciare le pelli.


In giallo il nucleo longobardo (Rilievo O. Masia)

Per noi appare importante sapere che costoro erano obbligati a costruire un castello e farvi case e abitarvi e risiedervi con le loro famiglie ed animali, con le loro cose e i loro sub-concessionari.
Si stabiliva che la misura dell’escatico (il costo della concessione) venisse calcolata sulla base della produzione dei suini fissando l’obbligo di dare al monastero un maiale grosso ogni undici.
Il corrispettivo per la produzione (tractoria) di vino veniva calcolato calcolare nella stessa proporzione.

Qualora i concessionari fossero stati autorizzati ad avere dei sub-concessionari (commenditi), previa richiesta fatta almeno un anno prima, questi ultimi sarebbero stati assoggettati allo stesso escatico.
La penale per il mancato rispetto dei patti era fissata in cento soldi bizantini e, in caso di necessità, il monastero poteva  pignorare buoi, vacche, maiali e finanche canestri di giunco dentro le case ed altre cose loro, come per legge.


Lo spigolo del maschio longobardo e la torre sovrapposta da Federico Pandone

Proprio il castello di Cerro, sebbene più volte trasformato nel tempo ed adeguato alle diverse esigenze difensive dei secoli seguenti, conserva intatto il suo possente impianto quadrangolare, che era difeso da due alte torri, anch’esse quadrangolari, poste sul lato orientale e su quello occidentale.

Le sovrapposizioni rinascimentali di Federico Pandone (vedi  http://www.francovalente.it/?p=2128) hanno adattato l’antica cortina perimetrale alle necessità di una difesa attiva mediante il cannoneggiamento sugli assedianti, ma all’interno rimangono intatte le fasce murarie della struttura fondata dai coloni del X secolo e che ci permette oggi di comprendere come fosse strutturato un castello predisposto per una difesa di tipo passivo.

Spread the love

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *