La schiattimma nostrana
Franco Valente
In questo blog ho usato già due volte il termine “schiattimma” che ritenevo di mia invenzione e che avevo coniato prendendo spunto da alcune parole usate nel gergo napoletano che usano il suffisso “imma”.
Sono i casi di zuzzimma, strunzimma, cazzimma, sfaccimma, eccetera. Tutti termini dispregiativi che servono a sintetizzare comportamenti umani associati ad immagini che nella cultura popolare rappresentano qualcosa di poco pulito o poco edificante.
Schiattimma mi è venuta per caso e comincia a piacermi, anche se linguisticamente non ha il significato che immediatamente sembra esprimere.
Era (ed è) mia intenzione associare il suffisso “imma” al termine “schiattare” nel senso che la “schiattimma” potrebbe evocare quel particolare atteggiamento di chi, per una serie di cause psicologiche, schiattando di invidia esprime giudizi poco lusinghieri su altri attraverso un modo di parlare reticente del quale già mi sono occupato: l’”aposiopesis”. Che sarebbe il dire e non dire. Dire una cosa facendone capire un’altra.
Insomma, per me, colui che è malato di “schiattimma” è un soggetto che non riesce a trattenere la sua invidia e mente sapendo di mentire. Con l’aggravante che quella bugia non lo libera psicologicamente, ma gli crea uno stato di ansia che lo porta ad insistere nella menzogna.
Una condizione generale che un po’ alla volta determina uno stato di frustrazione irreversibile che rasenta quella stoltezza che fu considerata da Francesco Petrarca uno dei motivi della ostinazione al non ravvedersi: “Il saggio muta consiglio, ma lo stolto resta della sua opinione”.
Io, per non farmi dare lezioni di Petrarca, continuerò ad usare il termine “schiattimma” per il significato che gli ho attribuito solo per il fatto che suona bene. In realtà significa un’altra cosa che, comunque, invece di escludere, potrebbe integrare l’attribuzione che gli ho fatto.
Per capire cosa significhi veramente si deve scomodare Titta Valentino che nel 1787 scriveva un poema in versi napoletani dal titolo “La mezacanna co lo vasciello de l’arbascia: la cecala napolitana, e Nnapole scontrafatto”:
…
Decea lo primmo, la schiattimma mia
da na Cetà descenne de Ncorcovia,
po pe la guerra ch’era Nvarvaria,
vavomo venne ncogneto a Mmoscovia;
da lo Duca de llà na mmasciarìa
le fo ddata, e mannatolo a Ppassovia,
po pe non sta cchiù llà, se nne foiette
de notte tiempo, e a Napole venette.
…
Dunque, “schiattimma” va riferita ad una poco nobile ascendenza familiare. Il suffisso “imma”, infatti, serve a dare un valore quasi dispregiativo alla “schiatta”, ovvero alla discendenza, del personaggio che descrive le sue incerte origini.
Ciò posto, come direbbe qualcuno, quando troverete su questo blog il termine “schiattimma”, sappiate che io intendo riferirmi a una persona che schiatta in corpo per l’invidia e che potrebbe determinare cambiamenti genetici alla sua stirpe.
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