Franco Valente

A S. Angelo Limosano il 21 settembre sulle tracce di Celestino V

A S. Angelo Limosano il 21 settembre sulle tracce di Celestino V

S.AngeloLimosano

“Celestino V, un papa scomodo in un momento complicato della Cristianità”

Martedi 21 settembre, alle ore 17,30, in un incontro organizzato dalla Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali del Molise (presidente Maria Isabella Astorri) e dal Comune di S. Angelo Limosano (sindaco Luigi Sansone) nella Chiesa di S. Pietro cercheremo di dare una conclusione laica alle numerose manifestazioni che si sono tenute nel Molise nell’ambito delle celebrazioni dell’VIII centenario della nascita del papa molisano.

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L’incontro si terrà a S. Angelo Limosano che ormai, dopo le numerose ed inutili dispute di altissimo valore scientifico, è considerato il più accreditato dei luoghi che possano vantare di aver dato i natali a Pietro Angelerio.

S.PietroS.Angelo

Ovviamente non sarà la sintesi delle varie manifestazioni “laiche” che proprio da S. Angelo (in quest’area limosana per iniziativa di Francesco Bozza) hanno preso l’abbrivio. Numerose manifestazioni culturali che si sono aggiunte a quelle specificamente religiose predisposte dalle curie vescovili del Molise.

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A me architetto è stato affidato il compito (che non mi dovrebbe competere) di tentare una lettura un po’ diversa della complicata vita di Pietro Angelerio più che altro per cercare di  “contestualizzare” la sua vicenda terrena nell’ambito di una realtà religiosa che per molti versi in quell’epoca aveva riflessi sulla organizzazione della proprietà degli enti monastici.

Certamente non sarà una chiacchierata pomeridiana a dare risposta a problematiche che da secoli non trovano concorde soluzione, ma comunque sarà motivo per riportare alla mente episodi e fatti storici dei quali molto spesso abbiamo notizia solo per un vago “sentito dire”.

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“Celestino V, un papa scomodo in un momento complicato della Cristianità”

I motivi di un conflitto tra Celestini e Benedettini

(Prima parte)

Il pretesto per parlare di Celestino V è la fuga da Montecassino di Nicola di Frattura nella settimana compresa tra il 18 ed il 26 ottobre 1294 quando Pietro Angelerio, mentre si spostava, appena eletto papa, da Collemaggio a Napoli, decise di fermarsi nell’antico monastero dove, dopo avervi nominato abate un monaco della sua congregazione e dopo avervi incardinato ben 50 monaci celestini, ordinò alla comunità benedettina di dare tutte le proprietà ai poveri e di indossare un saio biancastro di lana grezza in luogo dell’antico abito nero.

Personalmente attribuisco agli avvenimenti di quella settimana, di cui troppo poco si parla, il motivo scatenante della successiva decisione di lasciare il soglio di Pietro. Una vera e propria abdicazione senza aver ottenuto sul piano pratico nulla di quello che egli si proponeva, lasciando una Chiesa che fu facile preda di chi, già prima della sua elezione, aveva inutilmente tentato di prenderla facendosi eleggere papa.

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E per capire cosa sia avvenuto in quei giorni dell’ottobre 1294 dobbiamo necessariamente disegnare il contesto in cui si presero quelle decisioni.

Per fare questo è utile tornare indietro di qualche anno per vedere, sinteticamente, cosa accadeva nel monastero di Montecassino in conseguenza di quegli avvenimenti politici e militari che avrebbero sconvolto tutta l’Italia meridionale.

Nel 1250 era morto Federico II lasciando l’impero al figlio naturale, Manfredi, che ne divenne titolare dopo la morte del fratello Corrado. Manfredi si era opposto al tentativo militare di papa Alessandro IV di estendere il dominio della Chiesa a tutto il meridione italiano.

Perciò, quando all’incoronazione del re svevo a Palermo partecipò in prima persona l’abate di Montecassino Riccardo, il papa si affrettò a scomunicarlo e a dichiararlo decaduto il 10 aprile 1259.

Ma Manfredi, nonostante la decisione papale, assicurò a Riccardo il mantenimento della sua funzione nel cenobio cassinese. Cosa che riuscì a fare fino alla sua morte nel marzo del 1262 continuando ad interferire nella vita interna del monastero. Perciò l’elezione del suo successore Teodino, avvenuta dietro pressione dello stesso Manfredi sul Capitolo cassinese, fu annullata da papa Urbano IV che continuò a contrastare la politica sveva.

Le cose nell’Italia meridionale si andavano complicando anche per le interferenze dirette del papato che nel 1263 si accordava con il re francese Luigi IX perché la Sicilia fosse data al fratello Carlo d’Angiò. Contemporaneamente il papa assicurava una presenza francese all’interno del monastero affidando l’abbaziato a Bernardo Aiglerio, monaco cistercense di Savigny e già abate di Lerins.

MontecassinoOggi

Aiglerio, però riusciva a prendere possesso di Montecassino solo tre anni dopo, all’indomani della definitiva sconfitta mortale di Manfredi a Benevento e il conseguente allontanamento del monaco Teodino dall’abbazia.

Insomma, la gestione di Montecassino veniva ricondotta nell’ambito degli accordi tra Carlo d’Angiò e papa Urbano IV.

Ma non è questo che a noi interessa, quanto piuttosto la politica interna che caratterizzò l’abbaziato di Aiglerio e che, in qualche misura, possiamo considerare il motivo scatenante di quello che sarebbe accaduto circa un quarto di secolo dopo,  nell’ottobre del 1294, al passaggio di Celestino a Montecassino.

Aiglerio viene ricordato per aver scritto un trattato di ascetica (Speculum monachorum) e un commento all’antica Regola di S. Benedetto.

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Ma, forse, l’opera più importante del monaco francese fu il riassetto fondiario del Monastero.

Ricorda Mariano Dell’Omo (Montecassino – Un’abbazia nella storia, Montecassino 1999):
Aiglerio attese in modo particolare ad una fondamentale riorganizzazione patrimoniale della Terra Sancti Benedicti, mediante delle inchieste formali (inquisitiones), condotte con lo scopo di una ricognizione di tutti i diritti e servizi dovuti all’abbazia cassinese dalle Universitates o dai singoli abitanti della Terra Sancti Benedicti, i cui risultati furono verbalizzati in appositi registri.

L’iniziativa dell’abate Aiglerio è considerata di particolare rilevanza nella storia del diritto italiano e viene presa come riferimento nelle considerazioni sulla natura giuridica dei cosiddetti “polittici” (cioè i registri su quali venivano riportati i dati significativi delle proprietà).

Una vera e propria riforma interna che doveva costituire la base per la definitiva consacrazione all’abbazia delle proprietà immobiliari e dei diritti che ne seguivano.

In questi anni si procedette all’accertamento reale dei confini delle proprietà, al calcolo preciso dei censi dovuti, alla definizione dei diritti e dei doveri dei concessionari, alla trascrizione dei contratti.

Proprio mentre questa sostanziale conferma dei diritti dell’abbazia sulle proprietà che storicamente le appartenevano si stava concretizzando, appariva sulla scena della Chiesa Celestino V.

Per capire la diffidenza che la comunità cassinese ha mantenuto nei suoi confronti ci è utile la ricostruzione dei fatti elaborata dall’abate Luigi Tosti, uno dei massimi storici di Montecassino, che nel 1843 dette alle stampe la sua voluminosa opera Storia della Badia di Monte-Cassino dall’anno di sua fondazione fino ai nostri giorni.

“Morto Nicolò IV focoso amatore di Francia, rimase oltre i due anni vedova la Chiesa di Dio, non concordando gli elettori cardinali nella città di Perugia (1294). Finalmente un santo eremita, vecchio di settantadue anni, con irsuta barba, pallido, e tutto logoro di vecchiezza, e di digiuni, entro una inferriata, che gli chiudeva l’orrida celletta sul monte Majella, accoglieva il cardinal Colonna, un arcivescovo, due vescovi, e due notai deputati dai congregati elettori di Perugia, prostrati al suolo, ed adorandolo come santo, ed offerendogli il papale triregno. Gonfi gli occhi di lagrime, accettava gl’insperati onori il rinchiuso eremita Pietro di Morrone , poi S. Pier Celestino  per solenne professione fatta nel monastero di S. Maria di Faifola nella diocesi di Benevento.

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Egli poi ratificò i suoi voti in Monte-Cassino ed ebbe il desiro a conoscere quale Badia fosse questa, e quanto rilevasse la nuova sua congregazione monastica, detta dei Celestini, l’aggregazione dei Cassinesi a quella.

Forse ne concepì il desiderio, ma non poteva satisfarlo.

Venuto papa, il pensiero di tramutare in Celestini i Cassinesi gli sorse in animo più forte, e vagheggiollo anche più, confortato dal pontificale potere. Entrato la nascente città di Aquila su d’un asino, ma addestrato da re Carlo lo Zoppo, e dal figliuolo di lui Carlo Martello, fu incoronato papa dai venuti cardinali.

Santo uomo era Pietro, ma delle cose di quaggiù non sapeva: retto il cuore, povera la mente, disfrancato degli anni, non esperto degli uomini, perciò di quella mole di negozi che ministravansi dai pontefici, infermo sostenitore.

Carlo lo Zoppo, educato dal padre a raggirare le teste in corte papale, vedendo pontefice il santo eremita della Majella, s’impromise molto di bene, impadronendosi dell’animo di Celestino.

Se ne videro gli effetti : furono creati dodici cardinali, e fra questi erano non meno di sette i Francesi, e gli affari di Carlo con Jacopo d’Aragona si componevano in meglio coi papali ajuti.

Mi avviso essere stata anche opera di Carlo quella diffidenza in che venne del clero (deerat fiducia cleri) per cui tutto si dette in mano dei laici, e fino il segretario (non more vetusto) fu uomo laico, sì che gravemente se ne dolevano i vecchi cardinali.

Fra quelli che dominavano l’animo di papa Celestino era Giovanni monaco di Monte-Cassino, detto di Castro-cielo terra della Diocesi di Aquino , ma suggetta all’ abate. Costui era stato creato arcivescovo di Benevento da papa Martino IV nell’anno 1262 : e poiché voleva salire più alto, essendo amatore anziche nò delle cose di questo mondo (terrena colentem) studiò le vie per entrare nell’animo di Celestino, e vi entrò bene addentro, svestendosi dell’abito nero, ed indossando il grigio, quale usavano i nuovi monaci di Celestino.

Questo fu atto che andò proprio a sangue al papa, il quale, come dirò, voleva ridurre i Cassinesi sotto la nuova regola Celestina, e dall’esempio di Giovanni argomentava la docilità dei Cassinesi neri.

Giovanni ottenne quel che voleva. Una sera dopo la cena (contro le antiche costumanze, che volevano la creazione farsi ne’ quattro tempi) il papa lo creò cardinale e vice cancelliere della Romana Chiesa. Questa intempestiva creazione turbò i cardinali vecchi, che strepitarono ed ottennero, che Giovanni rinunciasse alla dignità cardinalizia, che poi riprese colle debite cerimonie.

Re Carlo non era contento dei favori di papa lontano, volle averlo vicino, e per cagion sua Celestino, che doveva recarsi a Roma, trasse in Napoli.

Nell’Ottobre imprese questo viaggio, e passando per Monte-Cassino, vi si fermò alquanto per introdurre in questa Badia la sua riforma.

Ciò è narrato dal cardinal Stefaneschi nell’anzidetto Poema, ma più tritamente lo narrò il monaco Niccolò della Frattura in un suo comento alla Regola di S. Benedetto, che leggesi nell’Archivio Cassinese.

Il Chiosatore comentando il capo cinquantesimo quinto della Regola, in cui S. Benedetto parla del colore delle vesti, e proprio queste parole: I Fratelli non muovano litigio sul colore e spessezza delle vesti — così dice:

“Ma a dì nostri fui testimone di fatto di questa controversia (del colore delle vesti) nel monastero Cassinese al cospetto di papa Celestino V: il quale volendo per se e pei suoi confratelli cardinali persuadere i Cassinesi ad indossare il suo abito, che era stato quello dell’ordine Murronese (Celestino) produceva a suo favore, e contro di noi questo testo. Pel colore e per la grossezza delle quali cose i fratelli non muovano litigi.

Conchiudendo per questo, che messo da parte quest’abito nero che vestiamo al presente, potevamo e a nostro talento usare l’abito grigio Murronese, del quale egli prima aveva usato. A prendere il quale abito volle sforzare, e di fatto sforzò alcuni monaci Cassinesi con minacce e terrori, essendosi avvisato cacciarne molti di questi in prigione.

Gli altri poi, che non potette piegare ad indossare l’anzidetto abito, cacciò dal monastero Cassinese per opera di frate Angelario monaco Murronese, che quivi creò abate; e de’ quali confesso essere stato uno, che non ismosso dal terrore né sedotto dalle blandizie, chiesta ed ottenuta licenza da esso signore Celestino, con altri miei soci escendo dal monastero Cassinese, solo trassi a Bologna, e quivi per alquanto di tempo frequentai lo studio di Diritto Canonico.

Ma dopo queste cose non voglio che ignoriate, o Fratelli, come, cooperando il nostro Santo Padre Benedetto, il detto papa Celestino V nell’anno del Signore millesimo ducentesimo nonagesimo quarto, nel dì terzo decimo di Decembre, nel giorno di S. Lucia, sesta indizione, presso Napoli, liberamente rinunziasse il papato in mano di tutti i suoi fratelli cardinali nel Castello-nuovo, ove allora risiedeva sommo pontefice.

Le quali cose tutte così fatte, presso la stessa città di Napoli nel detto Castello-nuovo, fu scelto ed assunto a sommo pontefice il signore Benedetto Gaetano e di Anagni cardinale, il quale, mutato il nome, fu chiamato Bonifazio; e per lui noi tutti che eravamo fuori del monastero Cassinese coll’abito nero, vi fummo tornati. E da quel tempo, concordemente ci facemmo a venerare con maggior devozione l’abito nero.

Questo medesimo racconto trovo nel comento della regola di Riccardo da S. Angelo, che é manoscritto nell’Archivio. Adunque il gran rifiuto del Santo papa Celestino tornò la pace ai turbati Cassinesi pel colore delle vesti.

Dal desiderio di papa S. Celestino d’introdurre in Monte Cassino la riforma potrebbero i leggitori congetturare, che i Cassinesi vivessero poco alla monastica : ma tale conghiettura sarebbe troppo contraria a verità. Perciò io voglio brievemente toccare della ragione di vita, che menavano quei monaci nel secolo XIV.

E mi penso, che adempirò anche a bello ufficio di giustizia, purgando la memoria dei benedettini di Monte-Cassino di quel disonore, di che volle in questo torno di tempo disonestarla Dante nel 22.° canto del Paradiso, se pure vogliamo credere, che questa Badia Cassinese fosse stata colle altre seguo agli sdegni del poeta.

Alla quale purgazione io non mi sarei recato, se non avessi alle mani sufficienti documenti, i quali mi chiariscono della ingiustizia degli oltraggi, santificati dalla musa dell’iroso Ghibellino. E poi conoscono a pruova i leggitori, che degli onorevoli, come dei vituperevoli fatti Cassinesi io mi sia stato finora narratore indocile ai conforti di domestica carità.

(CONTINUA)

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