Celestino V nel quadro di De Lisio? Ma per piacere…..

A volte si cerca il colpo di scena per meravigliare l’uditorio e qualcuno ci riesce pure!

Qualche anno fa un antiquario di Cassino, Michele Santulli, mi fece fotografare un quadro di Arnaldo De Lisio e feci di esso anche una lettura iconologica in quanto l’opera era senza titolo.

Questa mattina in un articolo a firma di Paolo Giordano, mio carissimo amico, pubblicato da “Il Quotidiano del Molise” si dicono alcune clamorose inesattezze e si affermano alcune poco credibili certezze.

L’inesattezza è che del quadro di De Lisio si sia saputo solo oggi. Non solo ne ho pubblicato una sintetica lettura su questo sito addirittura oltre due anni fa, il 5 febbraio 2009 (http://www.francovalente.it/2009/02/05/le-tentazioni-di-s-tommaso-di-aquino-di-arnaldo-de-lisio/), ma la mia scoperta è stata riportata anche sul prezioso volume di Dante Gentile Lorusso, “Attraversamenti“, che da quasi un anno è nelle librerie del Molise.

Ma fin qui nulla di particolare.

Nell’occhiello dell’articolo si riporta una suggestiva interpretazione del soggetto fatta da un professore universitario di storia dell’arte che, confesso, non conoscevo. La scena rappresenterebbe il Gran Rifiuto di Celestino V!

Io non avrei dato importanza alla interpretazione se non fosse stata data con un clamore che potrebbe generare una serie di equivoci a catena. Ovviamente in Italia ancora c’è libertà di parola e ognuno può dire quello che vuole, ma quando si mette in discussione qualcosa detto da qualche altro, il qualche altro potrebbe anche rizelarsi. Come faccio io.

E spiego perché.

Nel quadro è rappresentato un monaco cicciottello che sta in una stanza nella quale gli appaiono tre donne: Una regge una mitra, una mostra del denaro, la terza offre la sua bellezza.

Il monaco ha un saio bianco e uno scapolare nero.

Della mia interpretazione potete leggere sul mio sito. Che si tratti di S. Tommaso d’Aquino non vi sono dubbi. Non devo aggiungere altro.

L’illustre scopritore invece vi vede il gran rifiuto di Celestino V!

L’ipotesi non sta né in cielo, né in terra, per una serie di evidenti incongruenze che sinteticamente riepilogo:

1) La scena è ambientata in una stanza. Pietro Angelerio, notoriamente, era un eremita e viveva in una grotta.

2) Uno dei motivi di litigio di Celestino con i benedettini, quando passò per Montecassino, fu l’aver imposto un abito completante bianco (vedi la contestazione in proposito di Nicola di Frattura che se ne fuggì a Bologna) (http://www.francovalente.it/2010/09/06/a-s-angelo-limosano-il-21-settembre-sulle-tracce-di-celestino-v/)

3) Celestino accettò di diventare papa, ma solo successivamente depose la tiara. Il monaco nel quadro, invece si rifiuta di indossare la mitra (che è circostanza ben diversa)

4) La donna veste abiti vescovili e regge una mitra vescovile con le infule. Notoriamente la scena della rinuncia di Celestino viene rappresentata con la Tiara papale (addirittura con il Triregno inventato da Bonifacio VIII) appoggiata a terra. Iconografia riportata in http://www.francovalente.it/2010/09/06/a-s-angelo-limosano-il-21-settembre-sulle-tracce-di-celestino-v/

5) A Celestino V non sono mai state offerte ricchezze e veniva da una famiglia poverissima. Quindi non ha rinunciato a nulla perché nulla gli era stato offerto.

6) Le tentazioni femminili per Celestino sono state solo di carattere fantastico non esistendo nelle sua biografia alcun riferimento a donne che lo abbiano tentato.

7) Celestino (a differenza di Tommaso d’Aquino) è sempre rappresentato piuttosto emaciato a significare i lunghi digiuni a cui si sottoponeva.

8) Arnaldo De Lisio non è che fosse una grande frequentatore di chiesa e della iconografia cristiana aveva una conoscenza limitata anche se, sicuramente, aveva una grandissima sensibilità nei confronti degli aspetti simbolici (il diavolo sotto forma di rospo). L’aver utilizzato uno scapolare invece della cocolla è assolutamente irrilevante.

9) Comunque Tommaso d’Aquino finì i suoi giorni a Fossanova tra i benedettini circestensi, che hanno come veste il saio bianco e lo scapolare nero. Il suo biografo Guglielmo di Tocco riporta che proprio a Fossanova  Tommaso, poco prima della morte, abbia dettato ai monaci dell’abbazia un commento al Cantico dei cantici.

Non mi dilungo a commentare le interpretazioni dell’aquila che sarebbe il simbolo dell’impero (“che si proietta sulla parete di fondo si richiama sia ad episodi della vita del fondatore (sic!) sia alla storia dei Celestini durante le persecuzioni che la Chiesa subì tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX”) e del candelabro caduto che significherebbe “lo spegnimento dell’ordine” dei Celestini, perché siamo alla pura fantasia.


L’abito dei benedettini-cistercensi nel cui ordine Tommaso finì prima di morire.

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Commenti

Una risposta a “Celestino V nel quadro di De Lisio? Ma per piacere…..”

  1. […] Poiché è noto che io non sono capace di trattenermi, subito dopo aver letto l’articolo, mettevo su questo sito una mia pesante esternazione sostenendo, tra l’altro, che, se si fosse trattato di Celestino V, De Lisio avrebbe dovuto rappresentare un personaggio con il volto emaciato e con il cosiddetto Triregno (e non la mitra vescovile) appoggiata a terra. (http://www.francovalente.it/2011/07/27/celestino-v-nel-quadro-di-de-lisio-ma-per-piacere/) […]

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