I versi di Celio Sedulio nella basilica di S. Maria della Strada a Matrice

I versi di Celio Sedulio nella basilica di S. Maria della Strada a Matrice.
L’arca funebre, ricca di elementi simbolici, fu fatta realizzare da Berardo d’Aquino, conte di Loreto, che, sposando Tommasella di Molisio, vedova di Riccardo di Monforte, aveva ottenuto il dotario che il primo marito aveva lasciato sul Castello di Campobasso, sul Casale di S. Giovanni in Golfo e sul castello di Montorio. Tra le particolarità un verso di Celio Sedulio sotto l’aquila di S. Giovanni.

Franco Valente
L’arca di Berardo d’Aquino – Seconda parte.

Dei caratteri stilistici e dei riferimenti tipologici dell’arca di S. Maria della Strada si è detto più o meno tutto ciò che si poteva dire e credo che per questi aspetti ci sia da aggiungere molto poco.

Petrella (E. D. PETRELLA, Santa Maria della Strada. Nuova Riv. St., anno X, 1926) fece una sintetica ed efficace descrizione del mausoleo: E’ a tre piani di travertino; ha nel primo quattro colonne di forme diverse; nel secondo, in mezzo al lato prospiciente del sarcofago, un redentore benedicente e seduto con i Vangeli nell’altra mano; sul sarcofago due familiari mostrano dietro le cortine il defunto; fra l’alcova e l’arco acuto terminale si lancia a volo un’aquila con un libro aperto fra gli artigli, dal quale apprendiamo che essa è il simbolo dell’Evangelista, in mezzo a due statuette, una della Vergine con il Figlio, l’altra scomparsa; chiude l’ogivale l’Agnus Dei.

La Jamison, utilizzando soprattutto le puntuali analisi di Gavini sull’arte e sull’architettura abruzzese, ha ricavato che alcuni particolari hanno evidenti analogie con il pulpito della basilica di S. Maria del Lago a Moscufo che porta la firma dei due maestri lapicidi Roberto e Nicodemo che sicuramente fecero anche i pulpiti di S. Maria in Val Porclaneta e di S. Stefano a Cugnoli.


L’aquila di S. Giovanni (metà XII sec.) nell’arca di Berardo d’Aquino (XIV sec.)

Queste analogie hanno portato la Jamison a ritenere che i maestri Ruggero e Nicodemo possano essere stati anche gli autori di uno scomparso ambone di S. Maria della Strada e che i rilievi dell’aquila e di S. Michele Arcangelo siano stati sistemati, sovrapponendoli uno all’altro, all’interno dell’arca di Berardo.

Già prima della Jamison, come ricorda la storica inglese, il Gasdia aveva effettuato un esame minuto della tomba, richiamando l’attenzione sul fatto evidente che il monumento così come appare non è opera di un singolo artista. Egli osservava che la maggior parte è di un marmo molto diverso dal sasso di natura gessosa utilizzato per l’aquila e l’angelo, che mostrano anche, a differenza del resto della tomba, tracce di colore. Esse tradiscono, inoltre, un’arte ingenua, primitiva, più intonata con l’insieme della facciata della Badia, quell’ espressione che il Bertaux definì a sua parte selvaggia. Furono dunque due artefici a costruire il cenotafio … e non affatto contemporanei.

In effetti il cosiddetto “sasso di natura gessosa” è un blocco artificiale dello stesso gesso che si adopera per le decorazioni a stucco e l’affinità di questi due pezzi con i rilievi della facciata della basilica era opinione del Gasdia.

Che l’aquila nella iconografia cristiana sia la trasposizione simbolica di S. Giovanni è una considerazione scontata.
Ma la nostra ha qualcosa in più, perché, sebbene secondo il solito è rappresentata con le ali spiegate, mantiene negli artigli un libro sulle cui pagine aperte è riportata, come chiarisce ancora una volta la Jamison, un verso tratto dal Carmen paschale di Coelius Sedulius: MOR / E  . VO / LAN / S AQ(u) / IL(a)E . V / ER(b)O . / PETI / T . AS / T(ra) . J(ohan)NE / S..

I versi di Celio si trovano in una composizione artistica la prima volta nel cosiddetto battistero di Callisto a Cividale che si vuole donato da papa Callisto e restaurato con l’aggiunta dei versi di Sedulio dal patriarca Sigualdo nel IX secolo e servirono a chiarire definitivamente le corrispondenze dei segni apocalittici del Tetramorfo ai singoli evangelisti: Et animal primum simile leoni, et secundum animal simile vitulo, et tertium animal habens faciem quasi hominis, et quartum animal aquilae volanti. (Apocalisse, IV, 6-9).

Nel II secolo Ireneo di Lione aveva associato la visione del Tetramorfo di Giovanni a quella di Ezechiele ritenendo che essi significassero le quattro direzioni cosmiche dei venti, le quattro regioni della terra e, genericamente, i quattro evangeli.
Egli pensò che l’immagine del leone rappresentasse la sovranità di Cristo, quella del toro la sua dignità di sacerdote che si sacrifica, quella dell’uomo la sua incarnazione e l’aquila il suo spirito che veglia dall’alto sulla chiesa.

A Ippolito di Roma (170-235) si attribuisce un primo tentativo di associare i nomi degli evangelisti alle immagini del tetramorfo, con qualche variazione rispetto alla interpretazione che poi diventerà canonica perché lega il leone a Matteo e l’uomo a Marco.

Al tempo di Agostino di Ippona (350-430) si cercò un accordo per l’assegnazione della figura del bue a Luca giustificato dal fatto che egli inizi il suo evangelo con il racconto del sacerdote Zaccaria.

Gerolamo (347-420) intervenne due volte sulla questione. Egli sostenne le attribuzioni che Epifanio aveva fatto in Oriente, tutte fondate sulla interpretazione degli inizi di ogni vangelo. A Matteo corrisponde l’uomo perché il suo vangelo comincia con la genealogia di Cristo. A Marco il leone perché il suo vangelo comincia con la predicazione di S. Giovanni Battista nel deserto e il leone è l’animale del deserto. Luca è rappresentato dal toro perché inizia raccontando di Zaccaria che, essendo sacerdote, sacrifica a Dio e il bue è l’animale del sacrificio. Giovanni è l’aquila perché egli raggiunge i livelli più alti parlando del Verbo di Dio. (GEROLAMO, Adversus Jovinianum liber I, P.L., t. 23, col 247-258; Commentarium in evangelium Matthaei ad Eusebium libri quatuor, P.L., t. 26, col. 19).

Eucherio di Lione (380-449) nelle prima metà del V secolo concordava con le considerazioni di Gerolamo che ormai erano di tutta la Chiesa occidentale.

Per essi, dunque, i quattro Viventi del Tetramorfo sono la sintesi dei contenuti peculiari dei singoli vangeli e rivelano, ognuno, una peculiarità del Cristo: Il vangelo di Matteo, trattando della umanità di Cristo corrisponde all’immagine del giovane alato e quindi rappresenta l’incarnazione di Dio. Quello di Marco iniziando con la descrizione di Giovanni come colui che grida nel deserto si associa al leone per esaltare di Cristo la capacità di battere il male. Il vangelo di Luca richiama il sacrificio di Zaccaria e perciò viene associato alla rappresentazione del bue destinato al sacrificio. L’ultimo, di Giovanni, rappresenta la forza che trascina verso l’alto e trova come riferimento l’immagine dell’aquila.

Celio Sedulio era vissuto nella prima metà del V secolo ed ebbe parte rilevante nella poesia liturgica cristiana per aver messo in versi una serie di interpretazioni bibliche.

Tra gli altri traspose in quattro versi l’identificazione dei quattro animali apocalittici:
Hoc Matthaeus agens hominem generaliter implet,
Marcus ut alta fremit vox per deserta leonis
Jura sacerdotii Lucas tenet ore juvenci
More volans aquilae  verbo petit astra Johannes.

Troviamo l’ultimo dei quattro versi sulle pagine dell’arca di S. Maria della Strada.

Non esistono elementi per capire se nello scomparso pulpito di S. Maria della strada vi siano stati anche gli altri tre simboli del Tetramorfo, ma con molta probabilità esisteva un pulpito o un ambone che tra le decorazioni significative aveva anche l’aquila di S. Giovanni.


Quello che rimane dell’aquila nel pulpito di S. Maria di Canneto (1223)

Secondo il solito essa era posta all’altezza del cosiddetto lettorino (il pannello lapideo su cui si appoggiavano le sacre scritture) oppure subito sotto, come nel caso di quello di S. Maria di Canneto sul Trigno dove dell’aquila del 1223 sono rimasti solo gli artigli.

Null’altro sappiamo, ma vi sono ragionevoli motivi per ritenere che la data di esecuzione del simbolo di S. Giovanni nella basilica di S. Maria della Strada sia prossima a quella della sua riconsacrazione ampiamente documentata nel privilegio di Benevento del 7 agosto 1148.

(CONTINUA con la terza parte sull’arca: I caratteri monumentali ed artistici)

Spread the love

Commenti

Una risposta a “I versi di Celio Sedulio nella basilica di S. Maria della Strada a Matrice”

  1. […] I versi di Celio Sedulio nella basilica di S. Maria della Strada a Matrice […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *