Franco Valente

Allineamenti e moduli armonici di origine pitagorica nell’architettura sacra del Sannio (seconda parte)

 

Allineamenti e moduli armonici di origine pitagorica nell’architettura sacra del Sannio
Seconda parte.

(La prima parte in    http://www.francovalente.it/2011/12/07/allineamenti-e-moduli-armonici-di-origine-pitagorica-nellarchitettura-sacra-del-sannio/)

Ma la cosa più straordinaria si scopre proseguendo in linea d’aria per ulteriori 11 chilometri e 200 metri perché si raggiunge Colle Rimontato esattamente nel punto in cui si trova il tempietto di S. Giovanni in Galdo.

Si tratta di un piccolo tempio che, secondo il solito, non è situato nel punto apicale di una colle, ma a mezza-costa rispettando la tipica collocazione sannitica.

Le sue pietre lavorate furono utilizzate nei secoli passati come materiale da costruzione per il paese di S. Giovanni in Galdo e in particolare alcuni dei blocchi che costituivano le cornici del crepidoma si ritrovano sulla facciata della chiesa di S. Germano, ma scavi sistematici per l’intera area furono eseguiti solo nel 1974 quando si ebbe modo di conoscere bene sia la sua conformazione planimetrica che la sua forma architettonica.

Anche in questo caso lo scavo archeologico non ha portato alcun contributo alla datazione che è stata affidata a generiche considerazioni prive di alcuna consistenza documentaria. Perciò affermare che si tratti di un edificio del II o del I secolo a. C. è circostanza del tutto aleatoria. D’altra parte non è stato approfondita neppure la sua reale funzione liturgica e nessuna ipotesi si è tentata per spiegare per quale motivo manchi una gradinata che potesse permettere l’accesso al piano occupato dalla cella della divinità.

In effetti questa particolare caratteristica deve indurre a qualche ragionamento che solo considerazioni liturgiche ci possono aiutare a risolvere.

Il complesso è costituito da un recinto di forma quadrata avente i lati di circa 22 metri. Al suo interno, nella parte mediana, addossata al lato alto è collocato la base di dimensioni non esattamente quadrate di m. 7,30 sul fronte e m. 8,12 in profondità
A destra e sinistra, simmetricamente, ma in epoca successiva alla edificazione del recinto e del tempio, furono costruiti due muri lunghi circa m. 3,50 che si prolungano con una fila di colonne verso il muro basso del recinto.

La motivazione di queste due ali deve essere necessariamente ricondotta ad un ripensamento tardo per risolvere un problema liturgico in conseguenza di fatti che probabilmente non erano stati previsti nella fase di prima costruzione.

L’assenza della scala sul fronte del basamento sopravvissuto induce a ritenere che in realtà non si tratti di un tempio nel senso tradizionale del termine, quanto piuttosto di un sacello che aveva una cella nella quale doveva essere esposto, probabilmente, il simulacro di una divinità.

La presenza delle due ali lascia immaginare che nel tempo il culto per quella divinità abbia assunto una tale importanza da richiedere la edificazione di una sorta di grande involucro che costituisse una protezione dell’intero sacello.

E’ probabile che in questa occasione, o comunque nell’ambito di un lungo processo modificativo, il recinto quadrato sia stato allungato verso valle con un vero e proprio ampliamento che portò alla demolizione del lato meridionale per ampliare la zona sacra di una ulteriore fascia.

Non sappiamo e difficilmente sapremo il nome della divinità titolare del culto, ma per i nostri fini la questione poco interessa. Certamente non era una divinità cosiddetta minore e molto probabilmente alla presenza del simulacro dovevano essere attribuite capacità divine che travalicavano gli interessi locali per andare a costituire un riferimento cultuale per l’intero territorio nell’ambito di una religiosità che negli allineamenti che abbiamo richiamato trovava una soluzione tecnico-teologica.

A parte l’evidenza della gola rovescia basamentale che corre sui tre lati liberi, pochi frammenti testimoniano che i capitelli e le colonne lisce appartenevano all’ordine dorico .

Tutto il processo di formazione e di trasformazione del piccolo ma importante complesso sembra rispondere ad una logica geometrica in cui è sempre presente la volontà di ricondurre la forma planimetrica all’applicazione del rettangolo aureo.

Anche in questo caso, sebbene il rapporto tra il recinto generale ed il tempio sia basato su criteri del tutto diversi, nella collocazione dei singoli edifici sono stati utilizzati i medesimi rapporti proporzionali derivati dalla sezione aurea.

Il complesso, infatti, è racchiuso in un quadrato di circa 22 metri, pari ad 80 piedi oschi. Ritagliando sul lato meridionale interno un rettangolo aureo, la parte residua è occupata esattamente del tempio che a sua volta conserva i due tratti di muro, da una parte e dall’altra del lato lungo, che da un esame geometrico sembrano costituire i lati corti di un rettangolo che ancora una volta risponde alle proporzioni auree essendo regolato dal rapporto 1,618.


Il tempietto di S. Giovanni in Galdo


Allineamento di muro corrispondente all’ampliamento del recinto originario purtroppo distrutto durante la realizzazione della staccionata in legno per i lavori di valorizzazione (!)

Non si conosce esattamente il limite dell’ampliamento del lato meridionale, ma abbiamo motivi per ritenere che il suo posizionamento possa essere ricavato costruendo un nuovo rettangolo aureo il cui lato corto corrisponda alla larghezza, compresi gli spessori dei muri, dell’originario recinto quadrato.

Riteniamo questa prima verifica assolutamente significativa per definire un ruolo specifico di Pietrabbondante nell’ambito di una precisa volontà di attribuire significati particolare al territorio e nello stesso tempo di assegnare ai luoghi di culto una valenza che non è legata al territorio immediatamente circostante, ma in collegamento ad altri punti del territorio che, peraltro, non sono necessariamente in rapporto visivo tra loro pur se insistono su allineamenti predeterminati sulla base di precise scelte preventive.

Abbiamo già accennato alla funzione del centro sacro di Pietrabbondante individuandolo per la sua specificità religiosa come l’Aquilonia del giuramento dell’ultima leva sannitica, per cui l’allineamento cui abbiamo fatto riferimento appare particolarmente significativo per giustificare la scelta del complesso di Pietrabbondante proprio per l’ultima grande adunata sannitica che costituì il preludio della sconfitta definitiva.

A dare rilievo alla posizione di Pietrabbondante-Aquilonia rispetto ad altri monumenti o luoghi particolarmente importanti nell’ambito di una visione religiosa dell’intero territorio pentro, ci viene incontro un’altra serie di luoghi allineati, comunque passanti per l’area del Tempio-teatro.

Questa volta su un asse che si sviluppa secondo un allineamento quasi ortogonale al precedente analizzato.
Anche in questo caso tre punti allineati sono occupati da altrettanti edifici sacri, e ad essi si aggiungono aree che non sono state sufficientemente indagate per poter attribuire ad essi una funzione legata ad una sacralizzazione del territorio.

I punti allineati sicuramente sono due templi di Schiavi d’Abruzzo, il Tempio di Pietrabbondante e il Tempio di Giove ad Isernia.

Di quest’ultimo ci siamo occupati già nel 1981 quando scoprimmo che il fronte principale, essendo situato sul lato opposto all’attuale ingresso della Cattedrale che vi si è appoggiata sopra, aveva la scalinata che si affacciava su un vicolo che ancora oggi si chiama Giobbe, evidente trasformazione popolare di un originale Jovis .

Seguendo una tradizione consolidata anche con il sostegno di illustri archeologi, ritenemmo che si trattasse di un edificio romano costruito in concomitanza dell’arrivo della Colonia latina del 265 a. C.. Oggi, sulla base delle considerazioni che seguono, nascono ragionevoli dubbi circa la possibilità di riferire alla tradizione latina l’iniziativa della sua costruzione piuttosto che ad un progetto che rientri in un disegno significativo per la religiosità sannitica e più specificamente pentra.

I ragionevoli dubbi si sono ulteriormente consolidati quando si sono scoperte nell’area di S. Maria delle monache consistenti elementi murari a blocchi megalitici quasi quadrati riconducibili ad una modalità costruttiva definita genericamente di tipo ellenistico non avendo avuto il coraggio di mettere in discussione l’origine latino-romana della murazione che, invece, potrebbe essere di epoca anteriore all’invasione romana anche se di dimensione planimetrica probabilmente inferiore a quella della colonia latina.

Se tiriamo una linea puntando sul tempio di Isernia e dirigendola sul tempio di Pietrabbondante, il suo prolungamento passa per il Tempio di Schiavi di Abruzzo.

Nel tratto tra Isernia e Pietrabbondante la linea passa sull’apice pianeggiante di Colle la Croce, che si trova a quota 1350, nell’ambito della montagna che complessivamente si chiama Monte Totila (m. 1394) e sulle cui propaggini, come abbiamo visto precedentemente, si ritrovano numerosi recinti che potrebbero corrispondere alla cosiddetta metropoli di Touxion.

La distanza tra Isernia e Colle la Croce è di 10 chilometri e 500 metri, mentre quella tra Colle la Croce e Pietrabbondante è di nuovo pari a 11 chilometri e 200 metri. La distanza tra il tempio di Pietrabbondante e quello di Schiavi d’Abruzzo è di 10 chilometri e 500 metri. Proseguendo l’allineamento da Schiavi d’Abruzzo, dopo 10 chilometri e 500 metri, si arriva esattamente a Civitella di Torrebruna, dove, come tradisce il toponimo, era un altro insediamento sannitico mai esplorato.


Schiavi d’Abruzzo

Una considerazione a parte merita una citazione dello Pseudo-Plutarco a proposito della esistenza di una metropoli a cui attribuisce il nome di  Touxion che sarebbe stata conquistata da un certo Fabio Fabriciano: Fabio Fabriciano, della stirpe di Fabio Massimo, dopo aver saccheggiato Touxion metropoli dei Sanniti, portò a Roma la statua di Afrodite Nikefora che era da loro venerata.

Per Salmon si tratterebbe di Aequum Tuticum  perché, come nota successivante Tagliamonte  riprendendo da G. Colonna, Touxion dovrebbe essere una forma corrotta dell’osco Tùvticum. Il tutto per ricondurre l’antico nome al termine touta, che indica in generale la comunità dei Pentri.


Murature sannitiche su monte Totila (mons Totini)

Se la questione delle città sannitiche è di per sé già complessa essendo certi che un raggruppamento organico di abitazioni e di edifici pubblici non risulta mai esistito nell’ambito dell’organizzazione sannita, a maggior ragione è arduo immaginare l’esistenza di una metropoli ove a tale termine volessimo attribuire un significato che possa essere compatibile solo con una concezione urbanistica greca o romana.

Molto probabilmente per metropoli sannitica si deve intendere una organizzazione sociale, nell’ambito di un territorio limitato, di una serie di organismi che messi insieme costituiscano un sistema piuttosto vasto di nuclei in qualche modo autonomi ma nello stesso tempo collegati tra loro per un vincolo politico, amministrativo o semplicemente religioso.

E’ noto che le cosiddette rocche sannitiche sono frequenti nel territorio ed hanno sempre una consistenza muraria di grande rilevanza, ma è altrettanto certo che nel territorio esiste una miriade di piccoli recinti ben definiti da sistemi murari che, pur non avendo le caratteristiche delle difese ciclopiche, sembrano in grado di offrire una sorta di difesa .

Se ne trovano in grande quantità, per esempio, su monte Cesima (Sesto Campano-Presenzano) o comunque nelle zone di montagne aventi una particolare conformazione per la disponibilità non solo di vaste aree da destinare ai pascoli, ma anche di terreni da volgere ad attività agricole. Tra queste particolare interesse presenta quel monte che si chiama Totila e che è compreso tra i comuni di Miranda, Sessano e Pescolanciano. Esso, per la posizione particolare e per le caratteristiche morfologiche, si trova a costituire uno dei punti nodali del sistema sannitico mentre, di contro, non esiste alcun fatto logico che faccia ricondurre il toponimo Totila al condottiero ostrogoto morto nel 552.

D’altra parte il toponimo di Totila è di formazione abbastaza recente, sicuramente posteriore al XVIII secolo, come si desume leggendo la cartografia dell’epoca dove ripetutamente il monte viene chiamato Todini o Totini .

Il documento più antico in cui sia citato il nome è la donazione di Borrello II che nel 1077 dona a Montecassino una terra in valle Totini localizzabile alle falde del monte sul versante di Pescolanciano .

Tutta la montagna, comprese le sue propaggini sia sul versante della Piana di Sessano, sia sul Vallone di Miranda e sia verso il tratturo di Pescolanciano, è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di piccoli recinti attrezzati con cinte murarie ormai ridotte alla sola parte basamentale, che spesso si integrano con gli scoscendimenti naturali che diventano i naturali prolungamenti degli elementi di difesa. Totila, pertanto, non solo ha una evidente derivazione dal termine touta, ma proprio per la specificità del gran numero di recinti megalitici potrebbe essere anche una sopravvivenza del toponimo legato alla cosiddetta metropoli di Touxia se è vera l’ipotesi che il nome sia comunque riconducibile alla touta sannitica.

Se l’assunto fosse dimostrabile sul piano linguistico acquisterebbe ulteriore credito la nostra ipotesi che la sua propaggine più importante, e che oggi porta il nome di Colle Croce, situata sul versante sud occidentale in posizione tale da controllare visivamente l’area di Pescolanciano, quella del Vallone di Miranda e la piana di Sessano, sia uno dei punti fondamentali nell’ambito di un disegno di sacralizzazione del territorio mediante il posizionamento di edifici riservati al culto su luoghi che rientrino in una logica che sfugge alle semplice necessità della difesa e dei quali ci occuperemo più avanti.

Per quanto riguarda l’applicazione di moduli proporzionali sembra di poter dire che la sezione aurea sia stata applicata nel tempio di Giove ad Isernia, mentre il tempio di Schiavi d’Abruzzo risponde ad un modulo molto semplice costituito da due quadrati accoppiati.

Tirati questi due allineamenti si deve aggiungere un’altra circostanza che non si avverte osservando il territorio. Infatti da un’analisi delle mappe catastali escono fuori altri allineamenti degni di qualche riflessione, se non altro per verificare se è ipotizzabile una loro origine sannitica.


Il sistema degli allineamenti nel territorio sannitico-molisano

Se puntiamo sul tempio di Giove ad Isernia e lo colleghiamo con una linea al tempio sannitico di S. Pietro ai Cantoni, sottostante l’antica rocca di Saipins, non solo individuiamo l’area della chiesa di S. Michele, immediatamente sottostante la Civita di Boiano, il centro sannitico da cui fu originata la Boiano romana, ma scopriamo che la linea è parallela alla linea che congiunge Pietrabbondante a Colle Rimontato di S. Giovanni in Galdo.

Sulla circostanza che la chiesa di S. Michele a Boiano sia stata costruita sull’impianto di un precedente tempio pagano non vi sono dubbi. Lo testimoniano non solo la grande quantità di blocchi lavorati che sono stati utilizzati nell’area circostante anche per semplici terrazzamenti, ma anche gli elementi decorativi riutilizzati sulla facciata e sul prospetto laterale dell’edificio cristiano.


S. Michele di Boiano. Sovrapposizione di chiesa cristiana, tempio romano, tempio sannitico


S. Michele di Boiano. Fregio di frontone con sirena fitomorfica


S. Michele a Boiano. Metope e triglifi del tempio pagano romano edificato su un precedente tempio sannitico

Ma ancora di più: la distanza tra S. Pietro ai Cantoni e S. Michele di Boiano è precisamente di 11 chilometri e 200 metri.


Sepino. Tempio sannitico di S. Pietro ai Cantoni

Proseguendo l’allineamento, infine. raggiungiamo esattamente il sito dell’antica Sannia che corrisponde, come ricorda il Chronicon Vulturnense, al locum ubi vocatur Samnia dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno ovvero alla Panna (Sanna?) citata da Strabone.


Fronte del tempio sannitico a S. Vincenzo al Volturno (S. Maria in Insula)

Se ti è piaciuto questo articolo forse può interessarti anche:

3 Commenti

  1. annamaria 28 dicembre 2011 at 15:11

    veramente interessante! non ho letto la prima parte, faccio ammenda, ma come è arrivato il rettangolo aureo da queste parti? c’era comunque un collegamento filosofico, spirituale e religioso tra le elite dei popoli…rendere sacro un territorio, unire l’uomo, la divinità e la natura in un tutto inscindibile è stata la grande forza dei popoli a noi precedenti. a noi è toccato lo scempio delle desacralizzazione sistematica e della frammentazione..

  2. Donatella Capo 28 dicembre 2011 at 20:48

    Ho recuperato anche la prima parte e ho letto i tuoi “allineamenti” pitagorici” tutto d’un fiato. Mi hai costretto ad occulturarmi su Internet su tante cose che ignoravo e che grazie a te ora ho imparato sul nostro Molise.
    Come al tuo solito interessantissimo, chiaro ed affascinante come sempre. Un abbraccio ed un augurio per il 2012. Donatella

  3. Carmelo S. FATICA 11 luglio 2016 at 09:13

    Non resistito al commento, perché, ancora una volta, vengono confermate le raffinate conoscenze astronomiche dei “rozzi” Sanniti. Le geometrie individuabili sopra il rettangolo aureo, segnato in rosa, del tempietto di S. Giovanni in Galdo, forniscono le prove materiali della datazione dell’anomalo originario edificio. Oltre ad essere racchiuso nell’ultimo ampliamento che forma un rettangolo con rapporto radice di 3, da cui si capisce la relazione con l’eclittica pari a 22°52′, cioè con la luce solare, vi è poi il rettangolo giallo, in cui è possibile tracciare la “pendenza” su cui determinare l’anno di precessione equinoziale (è la stessa pendenza dell'”oggetto più misterioso del mondo”, ossia la piramide di Cheope, cioè 0,78). Così stando i fatti, risulta fondata l’ipotesi di un certo Franco Valente che anticipa la costruzione del sacello prima del II sec. a. C.; infatti le pietre dello scavo ed il Sole lo datano alla metà del V sec. a.C..
    Aggiungo che essendo tutta l’area sopra il rettangolo rosa riferibile al Sole ed alla sua “apparente” traiettoria, il sacello non poteva che essere dedicato alla divinità solare dell’epoca (Apollo?).

Lascia un commento

*