Teodoro D’Errico. Il contesto politico e religioso del Regno di Napoli tra il 1561 e il 1580
(seconda parte: il contesto)
Franco Valente
Nel Molise esistono almeno tre opere di Teodoro D’Errico, il cui nome originale è Dirk Hendricks.
Due, come abbiamo visto, si trovano a Montorio nei Frentani; la terza è nella chiesa di S. Nicandro del convento omonimo a Venafro ( http://www.francovalente.it/?p=439 ). Per una serie di indizi documentari i tre quadri sono stati realizzati intorno al 1580.

Teodoro D’Errico. La Madonna tra i santi Nicandro, Marciano e Francesco a Venafro
Per inquadrare correttamente il percorso artistico di Teodoro D’Errico si deve tener conto del contesto generale in cui la sua vicenda personale si colloca e perciò di quanto stava accadendo nel suo paese di origine e di quanto sarebbe accaduto nel paese di arrivo, mentre Filippo II, succeduto al padre Carlo V, consolidava il suo dominio sul regno di Napoli con la sua rappresentanza vicereale.

Carlo V
Filippo II nel 1554 aveva confermato il Vicereame a Pedro Pacheco de Ladròn de Guevara.
Seguirono i Vicerè Bernardino de Mendoza (1555), Fernando Alvarez de Toledo, duca d’Alba (1556), Farique Alvarez de Toledo (1556 – 1558), Bartolomé de la Cueva d’Albuquerque, cardinale, (1558), Pedro Afàn de Ribera o Perafàn de Ribera, duca d’Alcalà (1559 – 1571).
A Pedro seguirono Antonio Perrenot de Granvela (1571 – 1575), Iñigo Lopez de Urtado de Mendoza, marchese di Mondejar (1575 – 1579), Juan de Zùñiga y Requesens, principe di Pietraperzia (1579 – 1582), Pedro Téllez-Giròn y del al Cueva, duca de Osuna (1582 -1586) e Juan de Zùñiga y Avellaneda, conte di Miranda del Castañar (1586 – 1595). Nel 1595 Viceré di Napoli fu Enrique de Guzmàn, conte di Olivares (1595-1599) riconfermato da Filippo III nel 1598.

Filippo II
Delle qualità artistiche di Teodoro si sono occupati attenti studiosi che non solo hanno esaminato la produzione riconducibile con certezza alla sua mano, ma anche quelle opere che solo l’analisi di documenti di archivio e considerazioni stilistiche hanno permesso di attribuire a lui in aggiunta agli studi di Filangieri, Salazar e D’Addosio (G. D’ADDOSIO, Documenti inediti di artisti napoletani, in “Archivio Storico delle province napoletane”, XLIV, 1919).
Valgano come riferimento le analisi di Giovanni Previtali che già nel 1972 (G. PREVITALI, Dalla venuta di Teodoro D’Errico (1574) a quella di Michelangelo Caravaggio (1607) in Storia di Napoli, vol.V**, Cava dei Tirreni 1972) aveva inquadrato l’anno di arrivo di Teodoro a Napoli come una sorta di piccola svolta nel variegato mondo artistico partenopeo.
Teodoro D’Errico. L’Annunziata di Montorio
Credo che sulla strada aperta da Previtali si siano mossi Carmela Vargas (C. VARGAS, Teodoro d’Errico la maniera fiamminga nel Viceregno, Napoli 1988), Pierluigi Leone de Castris (P.L. LEONE DE CASTRIS, Teodoro D’Errico: i quadri privati, Napoli 1987), Nuccia Barbone Pugliese (N. BARBONE PUGLIESE, A proposito di Teodoro D’Errico e un libro recente, Napoli 1989).
Nel 1571 con la battaglia navale di Lepanto il pericolo turco era stato in qualche modo, anche se non definitivamente, allontanato. Ma, se si determinarono condizioni di maggiore sicurezza delle coste marine, nell’entroterra europeo si consumava una guerra di religione tra i riformatori protestanti ed i cattolici che avrebbe condotto a quell’episodio che sconvolse l’Europa con la strage di S. Bartolomeo che nel 1572 più che porre una fine drammatica ad una vertenza che dal piano teologico si era trasferita su quello più specificatamente politico, aveva accentuato le divisioni nel mondo cristiano.

Teodoro D’Errico. Particolare dell’Assunta di Montorio
Nel regno di Napoli la repressione nei confronti delle comunità valdesi aveva assunto il carattere della violenza inaudita già 11 anni prima quando, tra il 5 ed il 12 giugno del 1561, le soldataglie di Ascanio Caracciolo, d’intesa con il governatore Marino Caracciolo, avevano compiuto in Calabria un “sacro macello” uccidendo, a seguito di processi sommari, oltre 2000 cristiani che avevano l’unico torto di aver avviato un processo per confluire nel più vasto movimento della riforma protestante.
Il movimento valdese aveva un’origine antica. Valdo di Lione era stato l’iniziatore, tra il 1170 ed il 1180, di un movimento che predicava il ritorno alla povertà evangelica.
Inizialmente la Chiesa, pur considerandolo un movimento ai limiti dell’eresia, accolse i Valdesi in varie congregazioni monastiche cercando la via per integrarli. Quando in Calabria, dove avevano proseliti soprattutto nel mondo contadino, tentarono il passo dell’adesione alla riforma protestante, la repressione si scatenò con esiti feroci.
Paolo III il 21 luglio 1542 aveva emanato la bolla Licet ab initio con la quale aveva dato inizio alla costituzione dei tribunali dell’inquisizione, detti del Santo Ufficio, nati per combattere soprattutto la dilagante azione dei luterani e dei calvinisti, mentre si stava per dare inizio al rivoluzionario Concilio di Trento che sarebbe iniziato nel 1545 per concludersi dopo varie sospensioni nel 1563 quando nel regno di Napoli l’azione repressiva contro i valdesi, tendenzialmente calvinisti, si era già celebrata.

Paolo IV
Una repressione alla quale non era stato indifferente anche papa Paolo IV (1555-1559) che, appartenente alla potente famiglia napoletana dei Carafa, era stato commissario generale dei tribunali dell’inquisizione del suo predecessore Paolo III ed inflessibile persecutore di chiunque contestasse la centralità del papa cattolico.
Dunque nel regno di Napoli il cosiddetto pericolo riformista non poteva destare particolare preoccupazione quando si aderì alla preparazione della grande azione contro i Turchi. Questa decisione in qualche modo corrispondeva alla necessità di debellare il nemico in casa sua anziché mantenere in piedi una complicata e dispendiosa gestione e manutenzione delle torri costiere per presidiare, con esiti spesso disastrosi, oltre 2000 chilometri di fascia marina.
Le capacità dell’ingegneria navale napoletana e i costi decisamente più bassi, fecero del regno di Napoli una base di grande importanza per l’approntamento delle galee che sarebbero state necessarie per il grande attacco che Filippo II voleva portare a buon fine con una flotta “invencible”.
Una sconfitta dei Turchi avrebbe consentito al governo vicereale del regno di Napoli di consolidare il suo potere e, in perfetta sintonia con il potere centrale spagnolo, di fare di Napoli un punto fisico particolarmente importante nel quadro del controllo del bacino mediterraneo.
Perciò Napoli aveva deciso di dare un contributo notevole, quasi fondamentale, all’impresa navale di Lepanto sia nella costruzione e nell’armamento delle navi, nella formazione dei soldati e anche nella realizzazione degli abiti dei soldati ma anche dell’apparato scenografico (se così si può dire) delle bandiere e degli stendardi cristiani che sarebbero stati di seta ed arricchiti da fregi di oro.

Giovanni d’Austria
Il comandante della flotta sarebbe stato Giovanni d’Austria, fratellastro del re Filippo II, che proprio a Napoli avrebbe preso il comando generale ricevendo il vessillo papale inviato da Pio V.

Pio V
La battaglia di Lepanto anche se non costituì la definitiva sconfitta della flotta turca, perlomeno determinò condizioni di tranquillità psicologica che influì su uno sviluppo notevole dell’attività artistica. Napoli si era confermata come grande capitale nel bacino mediterraneo e le condizioni di tranquillità, anche se non associate ad un contemporaneo sviluppo economico, furono l’occasione per un incremento degli scambi di esperienze artistiche rinascimentali non solo per la presenza di artisti toscani e romani, ma anche per l’arrivo di pittori fiamminghi che a più riprese raggiunsero il regno di Napoli contribuendo ad internazionalizzare le esperienze che nella capitale partenopea si andavano formando.
Subito dopo la strage di S. Bartolomeo e la rivolta nei Paesi Bassi del 1572 un gran numero di artisti fiamminghi si trasferì in Italia.

Teodoro D’Errico. L’Assunta di Montorio. S. Paolo
Tra essi il giovane Dirk Hendricks che troviamo a Napoli testimone al matrimonio di un altro pittore olandese, Cornelis Smet, il 14 febbraio 1574.
Della produzione giovanile di Teodoro D’Errico, nato probabilmente ad Amsterdam nel 1542, si conosce poco. Forse, secondo Previtali, sono del 1573 le Sette opere di Misericordia conservate a Varsavia, perché vi si riconoscono panneggi morbidi ma fittamente attorti, dai bordi ondulanti, come se fossero stati bagnati e strizzati, le figure allungate e sdutte, come disossate, che della torsione michelangiolesca mantengono il contrapposto, non la solida impalcatura né la tensione.
La produzione artistica di Teodoro d’Errico è stata ampiamente esaminata anche da Carmela Vargas che nel suo saggio lo considera come punto di riferimento di un linguaggio che ottenne un ampio consenso nell’ambito culturale napoletano di fine secolo operando una sintesi tra il modo di Taddeo Zuccari e quello di Antonio Allegri detto il Correggio (M. CALI’, La pittura del Cinquecento, Torino 2000, p. 619-620).

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