Archeologia e trippa per gatti – Altro che Saraceni!

Associazione culturale virtuale

“Archeologia nel Molise: C’é ancora trippa per i gatti?”

Il Presidente arch. Francesco Valente

CIRCOLARE n. 111 – 10 ottobre 2007

ALTRO CHE SARACENI!

Cronaca di un massacro archeologico

Questo è il modo di scavare degli scopritori del Volturno navigabile

Erchemperto narra che Atanasio II, vescovo di Napoli, nell’881 esercitasse anche le funzioni di capitano militare e di governatore della città. Dopo aver cacciato suo fratello fece un patto con i Saraceni che si erano sistemati tra il porto e le mura della città e che da quel punto, sostenuti dallo stesso Atanasio, facevano incursioni verso i territori beneventano, romano e spoletano e contro tutti i monasteri, chiese, città e centri fortificati, depredando montagne ed isole. Fra questi anche il santissimo cenobio di S. Benedetto, venerato in tutto il mondo, ed il monastero del Santo martire Vincenzo e innumerevoli altre cose furono incendiati.

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In questo modo si scava nel sito archeologico medioevale più importante d’Europa!

Il 10 ottobre di ogni anno a S. Vincenzo al Volturno si celebra l’anniversario dell’eccidio saraceno dei 500 (o 900) monaci. Anche quest’anno si è ripetuta la toccante cerimonia mentre dall’altra parte del Volturno si completava il massacro del Ponte della Zingara ad opera dei moderni archeologi.

Durante lo scellerato intubamento del Volturno che ha distrutto due ponti romani a monte e a valle del Ponte della Zingara vennero alla luce travi di legno bruciate. Furono sventrate davanti agli occhi degli archeologi e dei boiardi della Soprintendenza. Alcune di esse furono tagliate con la motosega.

Il colossale tubo di acciaio, dopo aver provocato danni inimmaginabili all’intero territorio archeologico e dopo le mie denunce, è stato rimosso questa estate.

 

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Il solito escavatore per fare gli scavi archeologici!

Poi i cosiddetti archeologi hanno cominciato a scassare il fondo del Volturno perché si erano resi conto che gli escavatori cingolati avevano massacrato l’intelaiatura strutturale di un ponte antico che era rimasta perfettamente conservata nel fango del fiume.

Gli archeologi solo davanti all’evidenza finalmente avevano capito la straordinaria importanza del luogo.

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Si tratta di una delle più importanti scoperte di strutture lignee di età superiore a 1000 anni, se non risalenti addirittura ad un’epoca molto prossima a quella romana.

La scoperta avrebbe meritato una tutela eccezionale del luogo.

Quando si trova una cosa del genere si devono bloccare i lavori e cercare i soldi per fare di quel luogo motivo di interesse culturale.

Invece, con la bava alla bocca, è cominciato un massacro allucinante per la fretta di scoprire di cosa si trattasse.

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Così è stato abbandonato il ponte della Zingara dopo il massacro archeologico.

Con il caldo drammatico di questa estate si è sterrata tutta la struttura lignea che è rimasta ad essiccarsi per tre mesi. Con uno spruzzatore da giardino si pretendeva di tenere vivo il legno ormai avviato ad inesorabile distruzione.

Con tubi da cesso si è tentato di deviare l’acqua superficiale e con teli di cosiddetto tessuto/non tessuto avanzati da qualche parte si sono coperti i brandelli delle strutture letteralmente massacrate.

Poi una parte di quello che si era salvato è stato scardinato con una gru e depositato in maniera ignobile sulla strada per essere accatastato come le ceppe da fuoco in un furgoncino e portate a discarica in un laboratorio sconosciuto.

Finita questa operazione gli archeologi si sono dileguati ed hanno abbandonato nella palude lo scavo archeologico.

Infine il nostrano Indiana Jones si è presentato al pubblico. Il comunicatore (che ancora non ci fa sapere dove e quando abbia conseguito il diploma di archeologo) ha annunziato che il Volturno era navigabile alle sorgenti.

Io non so quali libri legge, ma un vocabolario dovrebbe averlo.

Se andasse a vedere cosa significa “navigabile”, scoprirebbe che il termine si riferisce a “uno specchio o un corso d’acqua che può essere percorso da mezzi di navigazione”.

Le barchette (di cui peraltro il comunicatore non ha trovato traccia) non sono assimilabili a “mezzi di navigazione”. La navigazione comporta la presenza di attracchi, cantieri navali. Insomma un sistema complesso con strutture articolate in un contesto che determina conseguenze di natura economica.

Non basta mettere una barca in un fiume per definirlo navigabile: lo sanno anche i bambini!

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Dopo lo scardinamento le travi sono state ammassate in un furgoncino e portate a centinaia di chilometri (pare a Salerno) per essere studiate e restaurate!

 

 

Sparare palle così grandi ad un uditorio che non ha alcun interesse ad approfondire il discorso serve solo a fare audience.

Ma sulla questione avrò modo di tornare appena avrò acquisito le necessarie informazioni sul costo dell’operazione della demolizione delle strutture antiche e dopo aver saputo dove sono finite le travi scomparse dal Ponte della Zingara.

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Così appariva lo scavo il 10 ottobre 2007. Queste travi sono (…anzi, erano…) una straordinaria testimonianza del primo ponte dell’Abbazia.

E tra qualche giorno rivelerò anche i motivi per cui mi sono dimesso dal coordinamento dei lavori di restauro a S. Vincenzo al Volturno. Diamo tempo alla Magistratura (che procede con la velocità di una tartaruga zoppa) di compiere il corso e poi darò soddisfazione al curioso scopritore della navigabilità alle sorgenti del Volturno.

 

Intanto guardate le impressionanti immagini del massacro archeologico al ponte della Zingara. Non hanno bisogno di alcun commento.

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Alla vigilia dell’autunno così è stato abbandonato il sito di S. Vincenzo.

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Il tutto in un contesto ambientale ignobile. A cominciare dalle recinzioni che fanno parte della cultura del bello che appartiene alla Soprintendenza del Molise.

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Commenti

11 risposte a “Archeologia e trippa per gatti – Altro che Saraceni!”

  1. Ho aperto di getto la finestra dei commenti, e mi accorgo di essere senza parole,tanto la ricostruzione dei fatti, e le foto cha già parlano da sole, mi hanno colpita ed indignata.la disinvolta manipolazione del patrimonio archeologico monumentale dell’Italia è una vecchia ferita già marcia che pochi tentano di disinfettare nell’indifferenza di troppi.l’incultura, da noi regna sovrana :occorrerebbe finalmente una selezione di qualità e non di clientela, che spedisse finalmente gli ignoranti e gli speculatori a casa senza appello.

  2. Avatar marco stella
    marco stella

    Grazie Franco per la continua denuncia che esponi ormai da anni. Spero che il tempo e la giustizia ti diano ragione; alla soglia dei miei trent’anni spesso mi chiedo:ma perchè continuo a studiare o a lavorare (quando si trova,in pratica quasi mai) nel campo dell’archeologia? tutto ciò è demotivante e spesso continuo a chiedermi: ma se avessi fatto architettura?
    saluti dalla verde Umbria

  3. Avatar franco valente
    franco valente

    Altre note di sostegno mi sono arrivate privatamente mentre il Tribunale di Avellino mi notificava la richiesta di rinvio a giudizio su denuncia dell’Indiana Jones dell’articolo che ritiene di essere stato diffamato da una mia precedente critica all’operato degli archeologi che lavorano a S. Vincenzo.
    Subito dopo, invece, mi è pervenuta (a due anni dalla denuncia) richiesta di archiviazione della denuncia per false dichiarazione di una funzionaria della Soprintenmdenza che aveva dichiarato che le mura megalitiche di via Croce di Pozzilli (che il precedente soprintendente aveva dichiarato di epoca romana) non avevano nessun interesse archeologico.
    Sulla questione tornerò per evidenziare che alcuni magistrati fanno sforzi colossali per evitare che qualcuno vada sotto processo quando distrugge il patrimonio archeologico.
    Ma io non mollo finché Dio mi darà un filo di aria per gridare.

  4. Non mollare, Franco!La conservazione del nostro patrimonio artistico monumentale è affidata a quei pochi, come te, che spendono tutte le loro energie a combattere la distruzione sistematica.ci sono le tue urla, quelle di qualcun altro.il resto è silenzio.

  5. Avatar Aldo Gervasio
    Aldo Gervasio

    Caro Franco, come consigliere comunale di minoranza di Castel San Vincenzo avverto un forte disagio e nello stesso tempo l’impotenza di fronte a una giunta cieca e sorda, che, non so per quale motivo, sonnecchia sotto una storia coltre di indiffferenza e di apatia. Vorrei un tuo suggerimento su cosa fare. Grazie per tutto quello che da sempre fai per la cultura, il patrimonio artistico e per tutto il Molise. Un caro saluto. Aldo Gervasio.

  6. Avatar Alessandra
    Alessandra

    Gentile Arch. Valente,
    sono una laureanda in Architettura della Facoltà di Ferrara.
    Nell’ambito della mia tesi in restauro mi sono avvicinata all’archeologia, scoprendo gradualmente come tante volte questa disciplina, inebriata di desiderio di scoperta, sappia tramutarsi in sicario del patrimonio che vorrebbe riportare alla luce.
    Forse il problema di fondo è la desolante pochezza della formazione metodologica delle persone destinate a operare su queste opere, tale per cui molto spesso gli archeologi (e anche i restauratori certamente) sono portati a restaurare il lato fenomenico, l’immagine del monumento (quale immagine? risalente a quando?), attribuendogli così la definizione di “ricordo”, ovvero cognizione passiva che può solo essere conservata, piuttosto che di “memoria”, che è essenza viva e in atto, che vale la pena di tutelare e mantenere, in modo che questa possa continuare ad esistere (e quindi mutare).
    E così si apre, si seziona, si scopre; sempre, comunque, dovunque.
    Pochi sembrano tenere in considerazione l’opzione per cui, in panorami storici, tecnologici, amministrativi non ancora maturi per dare degna tutela al bene storico, acquisita una sufficiente coscienza e documentazione dell’oggetto in via di scoperta, è meglio lasciare che esso riposi nella terra che lo ha protetto per centinaia, a volte migliaia di anni, in attesa di tempi più adatti.
    Non sempre il bene dell’opera è essere svelata.
    Specie se per svelarla si usano ruspe, gru e camion…

  7. E’ cosi.Era la tesi di Rosario Assunto e di altri autorevoli filosofi dell’estetica del paesaggio,disciplina abbastanza caduta in disuso al giorno d’oggi.I monumenti,diceva Assunto,sono esemplari unici di un testo della nostra memoria di cui non è possibile possedere una copia;se alterati, daneggiati, modificati si perdono e in questo modo si cancellano,nel testo della nostra cultura pagine che nessuno potrà riscrivere mai.Di queste insigni memorie gli architetti e gli archeologi dovrebbero essere custodi discreti e sussiegosi;ma spesso, per mera vanità personale,e certamente per ignoranza colpevole,essi tradiscono la moro missione e da conservatori si fanno distruttori.
    Il “consumismo”culturale completa l’opera.ognuno vuol lasciare n segno tangibile,una cifra, una firma ,non importa come,il narcisismo si esprime costi quel che costi,dimenticando che il restauro la conservazione sono arti da praticare nell’ombra,senza clamore,col bilancino del farmacista, mai con la ruspa.A tutti costoro andrebbe imposta come pena da scontare la lettura della memorabile pagina di Marcel Proust sull’omino scolpito sul portale della cattedrale di Amiens,gli accenti commossi che lo scrittore rivolge a quella statuina perduta nella folla di minuscole memorie di pietra,dove”le piccole creature dimenticate ritrovano lo sguardo e fissano lo sguardo dei viventi, i quali trascurano per loro i vivi che non vivono e vanno a cercare la vita là dove lo
    Spirito gliel’ha mostrata,nelle pietre che sono già polvere, ma sono ancora pensiero”

  8. Avatar franco valente
    franco valente

    Ovviamente condivido tutti i commenti e faccio un’altra considerazione per il caso specifico di S. Vincenzo.
    Qui fino al 1997 ha scavato Richard Hodges, rigorosissimo archeologo che aggiungeva alla sua indiscutibile capacità anche una discreta sensibilità nei confronti della comunità locale soprattutto per le implicazioni religiose.
    Invece l’attuale squadra di scavatori si comporta come i tartufai. Scava per il gusto di vendere il tartufo senza avere il piacere di apprezzarne le peculiarità.
    Manca ad essi qualsiasi capacità di interpretare la sacralità del luogo che non vuol dire integrazione, ma semplicemente rispetto delle motivazioni (in questo caso teologiche) che hanno guidato la costruzione di un complesso religioso di tale importanza.
    Stanno facendo una guerra di religione che non li porterà da nessuna parte.

  9. Avatar Alessandro D'Amore
    Alessandro D’Amore

    Salve Arch. Valente
    sono laureato in Scienze dei Beni Archeologici all’Università di Siena e sto ultimando gli studi della specialistica. Purtroppo ho ‘scoperto’ solo ora questo suo spazio e non ho potuto fare a meno di intervenire.
    E dire che proprio quest’estate, nel mese di Agosto mi sono recato al sito di S. Vincenzo con la mia ragazza (siciliana) entrambi entusiasti per la possibilità di visitare e vedere da vicino uno degli scavi più importanti d’Europa non solo del periodo altomedievale. Uno dei miei più stimati professori del peso e del livello culturale di Riccardo Francovich, prematuramente scomparso, non smetteva mai di lodare la gestione e la metodologia del suo caro amico Richard Hodges e non smetteva mai di condannare, invece, quella che negli ultimi anni è stata la gestione. Mi rammarico ma non mi rassegno; anche per questo continuo ad andare avanti negli studi con sempre rinnovata forza anche dopo ‘batoste’ del genere.
    L’ammiro molto.

    Alessandro D’Amore

  10. Gentilissimo dott. Alessandro,
    sono onorato di aggregarLa alla mia associazione.
    Ovviamente si tratta di un’associazione culturale virtuale (anche se la Soprintendenza le querele me le fa in Tribunale)
    Comunque fino ad ora sempre assolto. Anzi ora qualche funzionari si trova sotto processo per le mie controdenunce.
    Non è bello quando l’archeologia finisce in tribunale, ma io sono fatto così…
    La ringrazio per l’attenzione e se si troverà a passare da queste parti (prima che il Molise venga definitivamente distrutto) sarà un piacere prendere un caffè insieme a Lei.
    Auguri per il Suo lavoro.
    Franco Valente

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