Lettera senza risposta al Ministro per i Beni Culturali (2002)
A Capodanno del 2002 scrissi al Ministro per i Beni Culturali. Non ricordo neanche chi fosse, ma non ha importanza. Anche se fosse stato un altro non mi avrebbe risposto, secondo il costume culturale del Ministero
1 gennaio 2002
Caro Ministro per i Beni Culturali
Venafro è città dalle origini antiche e dell’epoca romana rimangono monumenti di straordinario interesse come l’anfiteatro romano, il Verlascio ed il teatro romano.
Il Museo di S. Chiara, uno dei più interessanti della cosiddetta Italia Minore, conserva testimonianze straordinarie di arte e di epigrafia antica.
La notevolissima Venere ellenistica ritrovata negli anni 50 (tra le meglio conservate al mondo) e la famosa “Tavola Acquaria” (il più importante documento epigrafico romano che riguardi la gestione di un acquedotto) sono tra i reperti più conosciuti, ma una quantità incredibile di materiale pre-romano, come quello della vastissima necropoli delle Camerelle, del quinto secolo avanti Cristo, ancora aspetta di essere ordinata.
L’intero assetto urbanistico della città, ad assi ortogonali, è una testimonianza viva della urbanizzazione repubblicana ed imperiale della Venafro romana che la trasformazione medioevale ha ricalcato in maniera fedele mentre gli edifici venivano costruiti utilizzando gran parte delle pietre che erano appartenute ai monumenti antichi.
La sua Cattedrale, con le absidi formate da blocchi provenienti da sepolcri romani, sebbene trasformata più volte nel tempo, dal quinto secolo attesta che Venafro è una delle sedi diocesane più antiche d’Italia. Il suo impianto basilicale richiama i suoi rapporti con la vicina Montecassino ed il periodo in cui il grande abate Desiderio, poi divenuto papa Vittore III, vi nominò vescovo quel Pietro di Ravenna che nella seconda metà dell’undicesimo secolo lo modificò nella forma attule.
Venafro durante il dominio longobardo fu elevata a capoluogo di contea e dal decimo secolo il suo castello ha ospitato i feudatari che nel bene e nel male hanno contribuito a fare la storia della città.
Oggi il castello è una straordinaria e, soprattutto, originale testimonianza di arte rinascimentale con i suoi 26 cavalli che Enrico Pandone vi fece affrescare a rilievo ed in grandezza naturale nel XVI secolo.
All’interno della cinta muraria urbana un gran numero di chiese testimoniano non solo la religiosità della comunità, ma anche l’intervento di artisti ed architetti che hanno fatto la storia artistica del regno di Napoli.
Le chiese laicali delle confraternite ne sono una chiara testimonianza. Tra esse spicca la chiesa barocca dell’Ave Gratia Plena, per i Venafrani l’Annunziata, fondata nel 1386 ma trasformata nella chiesa barocca più bella della regione con la sua cupola seicentesca e il suo interno settecentesco.
Oltre venti chiese definiscono un percorso di fede e di arte, sicuramente tra i più importanti della regione, in una scenografica alternanza di piazzette, scalinate, campanili, supportici e vicoli che mostrano una continuità plurimillenaria di frequentazione.
Una sequenza di quinte prospettiche vede alternate case modeste a palazzi borghesi riccamente decorati e che, tutti insieme, costituiscono il carattere peculiare della Venafro antica. Subito fuori delle mura medioevali, invece, la presenza di una sorgente di acqua determina una situazione urbanistica di grande fascino per la stratificazione di sistemi idraulici dall’epoca romana fino ai nostri tempi.
Un patrimonio che la storia ci ha consegnato e che una serie di vicende drammatiche, a volte riconducibili alla follia dell’uomo, altre volte alla imprevedibilità della natura, ha messo seriamente in pericolo.
Ad un bombardamento inutile dell’ultima guerra mondiale che ci ha privato, insieme a vite umane, del Palazzo reale che i Borboni avevano edificato in Venafro per le loro cacce, si deve aggiungere anche una sorta di incapacità amministrativa a capire che già dal dopoguerra si sarebbe dovuta porre particolare attenzione al recupero del suo centro antico.
Il colpo di grazia al nucleo antico, però, è venuto dal terremoto del 1984 quando la parte vecchia fu quasi completamente abbandonata e si avviò una complicata opera di riparazione degli edifici che, purtroppo, ha subito rallentamenti e sospensioni che hanno determinato una situazione che, a distanza di oltre venti anni dall’evento, è ancora lontana dal risolversi.
Così mentre si attendono ancora i finanziamenti promessi dal Governo, la città antica continua malamente a sopravvivere barcamenandosi tre le esigenze di dare definitiva soluzione ai problemi statici e la necessità di restituire decoro agli spazi urbani.
Intanto passano gli anni. Una intera generazione è stata esclusa dalla vita del nucleo originario e a poco servono i tentativi episodici di mantenimento della tradizione popolare se non si è in grado di imprimere una svolta nella politica del recupero del patrimonio storico.
E’ lontana da noi l’idea che tutte le iniziative debbano essere ricondotte solo ed esclusivamente ai finanziamenti governativi.
Sappiamo che sono necessari ed indispensabili i soldi per fare le opere, ma ciò non è la prima cosa che la città chiede.
La realtà è che tanti, tantissimi, denari sono stati assegnati per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale, ma i frutti sono ancora lontani dal vedersi.
La presenza del Ministro per i Beni Culturali e del Soprintendente Regionale mi costringe a limitare le considerazioni alla parte che è di loro competenza non tanto per sollevare accuse o per recriminare su ipotetiche carenze di finanziamenti, quanto piuttosto per cercare di capire per quale motivo la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale a Venafro, più che in altre parti d’Italia. è praticamente impossibile.
Noi siamo convinti che per fare quest’analisi si debba partire dal concetto che il bene culturale è qualcosa che non può difendersi da solo.
Qualcuno deve essere obbligato a difenderlo.
In Italia la difesa dei monumenti e del patrimonio culturale è affidato alle Soprintendenze. Se i Soprintendenti non garantiscono la conservazione del Patrimonio commettono, secondo la legge, una violazione. E se vi sono personali responsabilità nelle violazioni, queste non possono essere genericamente rivolte al governo e chi sbaglia deve perlomeno rendere conto.
Faccio degli esempi concreti. Il completamento del restauro del Teatro Romano e la sistemazione esterna del Castello sono stati finanziati da almeno 10 anni. I fondi sono stati attribuiti, a seguito di accordo di programma tra la Regione e il Ministero, alla Soprintendenza del Molise. I fondi sono andati in perenzione e destinati ad altre parti mentre il Teatro (scavato da oltre 30 anni) è inaccessibile e il restauro Castello (acquisito dagli anni settanta) è incompleto.
L’esproprio del Verlascio di Venafro è stato pagato dal 1992 quando tutte le coperture del monumento erano al loro posto. Dal 1992 ad oggi l’edificio è interamente crollato nonostante consistenti disponibilità economiche (si pensi solo ai due miliardi e mezzo della Comunità Montana andati in perenzione per sospensione prolungata dei lavori da parte della Soprintendenza).
Decine di scavi archeologici sono stati sospesi senza alcuna precauzione. Se prima i reperti architettonici e decorativi erano conservati sotto terra, ora sono definitivamente distrutti in conseguenza dell’abbandono.
Oggi certamente non è sufficiente che il Ministero ci comunichi che sono stati disposti altri finanziamenti come quello del restauro di una piccolissima parte del Verlascio quando sappiamo che quei soldi non saranno bastanti neppure e ripristinare le condizioni in cui era l’anfiteatro al momento dell’acquisizione.
La comunità venafrana, intesa globalmente come popolo e come amministrazione, continua a cercare una motivazione in queste disattenzioni da parte di chi dovrebbe tutelare i monumenti.
Non sono più sufficienti le giustificazioni e le promesse di fronte ad una reiterazione ormai pluridecennale di tale disattenzione.
Se il Governo manda i soldi e i soldi vengono spesi male o non spesi, è evidente che il problema non sta nella politica governativa, ma nelle modalità gestionali degli interventi.
Noi siamo convinti che alla base delle disfunzioni (e mi voglio limitare a considerarle tali) vi sia una problematica difficoltà a dialogare non solo con le amministrazioni locali, ma anche e soprattutto con le forze culturali locali che, me lo consenta il Ministro, sono la vera anima della storia civica.
Non bastano generici impegni a dialogare. Di questi impegni sono pieni i registri dei verbali delle riunioni. Se agli impegni non segue l’apertura di tavoli di confronto culturale o non segue il concreto riconoscimento delle realtà culturali locali nella fase di elaborazione progettuale (che, si badi bene, non è il progetto tecnico) qualsiasi finanziamento sarà solo l’occasione per ulteriori allontanamenti tra le strutture dello Stato e le Comunità locali che si vedrebbero espropriate di un diritto che la storia riconosce loro.
Franco Valente
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