Roccaspromonte, la Madonna del Peschio e don Alessandro, un prete vestito da prete.
L’architettura che non c’è.
(Pubblicato su “Nuovo Molise Oggi” del 2 marzo 1997)
Non ero mai salito a Roccaspromonte, piccolo ma nobile ed antico comune decaduto a ruolo di frazione di Castropignano sul Biferno. Anzi non ne sapevo neanche l’esistenza. L’occasione per una visita mi è venuta per l’invito rivoltomi da don Alessandro Porfirio, parroco dell’unica Chiesa del paese, e da Piergiorgio Vischioni un veterinario trapiantato da Bardolino sul Garda a curare gli interessi degli allevatori legati alla Sam di Boiano.
Piergiorgio mi aveva contattato per mezzo di questa infernale protesi telefonica che ormai ci portiamo appresso ovunque e ci siamo dato appuntamento davanti all’hotel Europa di Isernia, uno dei punti strategici del territorio molisano, dove mi ha prelevato per raggiungere Roccaspromonte. Per la via mi ha raccontato tutto sui pulcini, sulle selezioni del sesso, sui problemi della Sam, sul Veneto, sul Molise che conosce, sull’amore che ha per questa terra che lo ha adottato. In una casa isolata, dove abita, ci apettava don Alessandro, un prete vestito da prete, con la berretta rigida a tre spicchi, che sembra uscito da un film neorealista.
Con la macchina abbiamo raggiunto la Madonna del Peschio, un luogo di straordinaria dominanza su tutta la valle del sacro Tiferno che al tramonto si vede scorrere in lontananza come un fascio di piccole stelle ai piedi di una Madonna disturbata dal serpeggiante asfalto della fondovalle.
Qui don Alessandro ha creato un Santuario che non esiste ma che c’è!
.

.
All’apice del Peschio, cioè della roccia, un grappolo di enormi macigni si sgrana seguendo gli spazi liturgici di una fantastica chiesa la cui cupola è un cielo sorretto dal groviglio goticheggiante dei rami spogli di querce ancora longilinee. Un masso è l’altare, un altro più piccolo, “in cornu evangelii” è l’ambone. A sinistra è il portico dei donatori con la pietra per le offerte. A destra sono gli spazi della penitenzeria. Avanti l’aula del popolo si perde verso la valle dove altre pietre, come stelle cadute in terra qua e là, segnano i luoghi fisici che accolgono le anime dei fedeli nelle grandi occasioni.
Una anziana donna con un rastrello di legno accantona le foglie morte per preparare un fuoco purificatore.
Don Alessandro sogna di realizzare lì vicino un centro per anziani e un luogo di cultura spirituale. Con passo deciso ci porta per tutti i fazzoletti di terra che con sacro impegno sta acquistando per creare una piccola Gerusalemme terrena. Vedo la sua figura sottile stagliata contro l’aspra roccia che ha dato il nome al paese e che solidamente regge la chiesa madre proteggendo il resto del piccolo caseggiato. Più in basso, dopo aver cosparso la terra di letame, da pochi giorni ha piantato dodici ulivi come Apostoli intorno ad una roccia affiorante ove vede e ci fa vedere il Cristo dei Getsemani. Gli sollevo qualche perplessità per l’altitudine, ma egli si dice convinto che ce la faranno. A destra, più in basso ha realizzato un piccolo, minuscolo lago, recuperando le acque di troppo pieno del serbatoio municipale che inutilmente si sprecavano lungo la china della montagna.
Torniamo al paese mentre il tramonto brucia gli ultimi raggi illuminando Oratino dall’altra parte della valle e quella torre quadrangolare che sembra essersi allontanata dal nucleo antico per andare a godersi la compagnia di un gruppo di rocce precipitate verso il Biferno. Entriamo nella chiesa dedicata alla Madonna Addolorata dopo aver superato un pregevole portale trecentesco che, fino al 1938, era sul lato lungo, in fronte all’unica via che una volta portava al sagrato. La chiesa aveva il titolo di S. Salvatore e l’interno, a due navate, ripete la consuetudine della doppia dedicazione al Cristo ed alla Madonna secondo una tipologia adottata in particolare dai Francescani che qui, però, non sono mai stati.
Negli anni trenta la chiesa ha subito una totale inversione liturgica e, anche se oggi l’interno appare come un assemblaggio di pezzi rimontati, non è difficile per l’osservatore attento, distinguere i caratteri stilistici del trecento da quelli del settecento. Due basi di colonne medioevali, ritrovate sul lato lungo, fanno immaginare l’antico pulpito scomparso. Le pitture superstiti di una serie di putti dall’inizio del settecento reggono, tutti in fila allineati nell’intradosso lapideo degli arconi che limitano le due navate, i simboli della Passione: la scala, la colonna della flagellazione, la corona di spine, i chiodi, le tenaglie, la lanterna, il velo della Veronica, le catene, la croce, il gallo. Simboli che ammoniscono le nuove generazioni perché ricordino che una volta, a Roccaspromonte, una confraternita assolveva le funzioni dell’umana solidarietà anche portandoli in processione il giorno del triste venerdì dell’Addolorata.
La Soprintendenza vi ha visto solo caratteri artistici di poco pregio, ma questo per don Alessandro ha poca importanza, e sono d’accordo con lui: i burocrati dell’arte non sanno guardare oltre il velo pittorico. Ora, testardo custode di ogni segno della memoria storica, si sta preoccupando di sostituire le capriate del tetto che troppo presto si sono tarlate e la collettività vi partecipa attivamente. E’ segno che nel silenzio dell’ultimo freddo di questo inverno un po’ di carbone ancora è acceso. Andiamo a visitare la casa dedicata a fra Immacolato Giuseppe, morto in odore di santità a Campobasso, che funge da canonica. Passiamo per un vicolo che, scendendo dalla chiesa, si infila tra le le rocce e le mura delle abitazioni e ancora conserva un brandello di un’epigrafe antica che avverte della caducità della vita:”si more!”. Con una cura certosina don Alessandro custodisce pezzi di altari, qualche quadro del capracottese Leo Paglione, un’immagine su legno di S. Liberato e, nella cappella ricavata nella vecchia cantina, la bocca laterale di un forno che ha utilizzato come cornice per una pietra che gli fu portata dalla Basilica del S. Sepolcro di Gerusalemme.
Ritorniamo nella chiesa e, al riparo dal vento gelido che si insinua nei vicoli, parliamo del centro per anziani e mi assumo la responsabilità di scoraggiare l’iniziativa. Prego don Alessandro di insistere sulla Chiesa dalla cupola celeste, dagli spazi irreali, dal pavimento di stelle. E’ bello quello che ha fatto. E’ bello che la casa per anziani rimanga un sogno e che si esalti la scralità che ha dato al luogo del Peschio.
Con Piergiorgio mi rimetto in macchina alla volta di Venafro. Scendiamo a valle per una via tortuosa tra campi dove ancora si vede qualche donna che torna dalla campagna con il bidente oppure che richiama le pecore che da poco hanno partorito l’agnello ignaro della prossima Pasqua. Mentre mi vengono alla mente le immagini del Molise antico di Alfredo Trombetta ci immettiamo sulla Bifernina.



Lascia un commento