La taverna di Calidio Erotico e Fannia Voluttà a Macchia d’Isernia
Franco Valente
estratto da “Le vie del Sannio in epoca romana” in Franco Valente, “Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise” (Volume in preparazione)
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Alla Trinità di Macchia di Isernia fu trovata una strana lapide che, spostata ad Isernia almeno dal XVII secolo, è stata successivamente portata a Napoli da dove ha preso il volo per Parigi per finire nella sezione archeologica del Louvre.
Di questa insegna si conosceva l’esistenza già nel XVII secolo perché trascritta, sia pure in maniera grossolana, in una carta di quel secolo oggi conservata nella Biblioteca Comunale. di Isernia.
Sappiamo che per un periodo, all’inizio dell’Ottocento, era nel cortile dell’Episcopio di Isernia. Successivamente risulta spostata nella casa di Vincenzo Piccoli, economo della diocesi, ma se ne perdono subito le tracce e ricompare a Napoli nella collezione privata del cav. Avellino, direttore del museo reale di Ercolano, secondo quanto riferisce il Garrucci.
Alla fine del XIX secolo l’architetto Giuseppe Barone fu autorizzato dagli eredi di Avellino a farne delle riproduzioni in gesso, una delle quali destinata alla propria collezione privata di Baranello dove è oggi conservata. Non sappiamo con quali modalità il museo francese ne abbia conseguito il possesso, ma sta di fatto che la pietra di Macchia, tra le più originali insegne di una taverna romana, non appartiene più al luogo di provenienza.
L’epigrafe con il bassorilievo è stata ampiamente studiata anche dal Garrucci, dal Mommsen, dal Viti, dalla Diebner e, ultimamente (2003), da Marco Buonocore nel suo pregevolissimo repertorio della iscrizioni latine di Isernia.
Buonocore, ricostruendo il testo, permette di svelarne definitivamente il significato:
L. CALIDIVS EROTICVS
SIBI ET FANNIAE VOLVPTATI V(ivus) F(ecit)
COPO COMPVTEMVS: HABES VINI I (sextarium unum); PANE(m)
A(sse) I; PVLMENTAR(ium) A(ssibus) II; CONVENIT; PVELL(am)
A(ssibus) VIII; ET HOC CONVENIT; FAENVM
MVLO A(ssibus) II; ISTE MVLVS ME AD FACTVM
DABIT
In bassorilievo sono rappresentati da una parte l’ostessa che allunga la mano presentando il conto e dall’altra parte il cliente che, avvolto in un mantello con cappuccio, regge per la capezza un mulo bardato.
Il titolo dell’insegna dice che Calidio Erotico volle farla fare mentre era ancora in vita non solo per ricordare se stesso, ma anche Fannia Voluttà.
Il viandante dice: “Facciamo il conto”
L’ostessa risponde: “Devi pagare un asse per un sestario di vino, un asse per il pane e due assi per il companatico (pulmentarium)”.
L’avventore accetta: “Mi sta bene”
La donna aggiunge: “Devi ancora otto assi per la donna (puellam)”
L’uomo: “Anche questo mi sta bene”
L’ostessa completa il conto dicendo: “Sono due assi per il fieno dato al mulo”
Il cliente rassegnato conclude: “ Questo mulo mi manderà in rovina (ad factum dabit)!”
Il sestario (sextarius) era una misura di capacità che prendeva quel nome per la sua equivalenza a 1/6 di congius, che corrispondeva a 3,2831 litri. Probabilmente in origine si chiamava librarius. Il sestario italico, dunque, aveva la capacità pari a 0,545 litri.

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