Nel Molise se scampi alle insidie del tempo e dei ladri, poi ci pensa la Soprintendenza…
Franco Valente

Trattamento ministeriale di riguardo ai cadaveri nel castello di Castropignano (2004)
Nel Molise accade molto spesso che il visitatore occasionale o il cittadino poco informato si imbatta, senza che lo abbia deciso preventivamente, in qualche edificio che, per motivi a lui sconosciuti, riceve le attenzioni del Governo italiano attraverso opere dirette dai funzionari delle Soprintendenze. In genere difficilmente tale occasionale visitatore va al di là di una semplice e superficiale presa d’atto di quanto si sta facendo, o comunque mai si preoccupa di accertare se quei lavori si stiano effettuando secondo ben precise regole o almeno seguendo il buon senso.
Con queste considerazioni non voglio istruire chicchessia a saper riconoscere le più particolareggiate esigenze di un monumento, anche perché non ritengo di essere il tenutario delle verità assolute. Sicuramente, però, credo di essere in grado di offrire al lettore la possibilità di rendersi conto delle malefatte più eclatanti (ovviamente dal punto di vista prettamente scientifico) compiute da chi, troppo spesso irresponsabilmente, poco si preoccupa della tutela di un patrimonio irripetibile che la Storia ci ha affidato.

La via di accesso al sacro tempio di S. Giovanni in Galdo
Intanto qualcuno si chiederà perché tanto livore nei confronti della Soprintendenza ai Monumenti del Molise e poca o nessuna citazione delle migliaia di scempi al territorio ed agli edifici dislocati nella regione compiuti soprattutto da privati cittadini.
A parte il fatto che nessuno mi impedirà di affrontare anche questo problema, la scelta dei Monumenti sottoposti alle attenzioni della Soprintendenza deriva da una duplice considerazione:
1) Gli edifici più significativi della regione molisana sono tutelati da vincolo monumentale e come tali sono affidati al controllo o alla gestione del Ministero dei Beni Culturali;
2) Gli interventi non vengono effettuati con denaro dei dipendenti di tale Ministero, ma con i soldi che i privati cittadini versano allo Stato sotto forma di tasse e balzelli.

Proteste al vento mentre il Verlascio crolla
Non è che questa premessa giustifichi il privato cittadino quando compie opere di danneggiamento del patrimonio culturale di sua proprietà. Si potrà, però, essere almeno indulgenti nei suoi confronti tenendo in conto che in genere si tratta di un ignorante e che comunque agisce spendendo denaro proprio.
Quando invece gli interventi sconsiderati vengono compiuti da rappresentanti dello Stato, che invece di essere i sacerdoti della cultura, molto spesso, sono soltanto improvvisati detentori del potere di utilizzare i soldi dei cittadini, allora certamente iniziare la disamina delle nefandezze che si compiono sui monumenti partendo dagli interventi ministeriali è un dovere civico.
In questi ultimi tempi sempre più frequentemente si cerca di avviare in maniera concreta un dibattito sul restauro del patrimonio culturale, ed in particolare di quello artistico ed architettonico, nella prospettiva di recuperare quei valori che, consapevolmente o inconsapevolmente, la società odierna distrugge giorno per giorno. Apparentemente due grossi problemi contrastano la volontà di operare in questo senso: da una parte la più volte lamentata mancanza di risorse economiche e dall’altra la incapacità cronica di valide proposte progettuali.
E poiché si ritiene che il cattivo restauro derivi solo da questi due fattori, si finisce per attribuire solo ad essi le cause del fallimento di tutta la politica culturale del nostro Ministero per i Beni Culturali, comprese le sue diramazioni periferiche.

I cubetti (… di legno…!!!) messi dalla Soprintendenza con i fondi della Comunità Europea sui sentieri dell’area archeologica di Pietrabbondante
La realtà forse è un po’ diversa e proprio gli interventi che si sono condotti e si conducono nel Molise, sia da parte di Enti Pubblici, sia da privati, dimostrano non tanto l’incapacità dello Stato a fornire una chiara e diversa legislazione in materia, quanto piuttosto la consacrazione di metodi autoritari che nulla hanno a che vedere con la reale dimensione sociale dell’oggetto architettonico o artistico e con la funzione che esso assolve o deve assolvere, nonché il cattivo gusto e la totale assenza di un minimo di conoscenza delle più consolidate teorie del restauro architettonico.
E’ bene, comunque, nel tentativo di schematizzare la struttura generale del discorso, operare alcune scelte iniziali.
In primo luogo è necessario chiarire l’equivoco fondamentale in cui si cade quando si parla di restauro e se ne confonde il significato. Equivoco generato da una certa cultura che ancora continua a sostenere l’esistenza di settori separati non solo tra la pittura, la musica, l’architettura, la scultura, ecc., ma anche tra il periodo classico, quello medioevale, quello moderno e così via.
E’ questa una distinzione di comodo che dovrebbe essere generata dalla necessità di un specializzazione settoriale (senza dubbio necessaria), che spesso, invece, è il frutto di una specializzazione (o meglio, di una settorializzazione) burocratica fondata sulla necessità di creare a vari livelli responsabili amministrativi di diversi uffici. Allora nascono le strutture burocratiche più disparate, da quelle archivistiche a quelle archeologiche, delle Gallerie e via dicendo, tutte in eterni ed incredibili conflitti tra loro (le eccezioni confermano la regola). Le funzioni amministrative di conseguenza vengono necessariamente a confondersi con quelle culturali e si perdono in una miriade di piccole attività che vanno dai problemi del personale, mai omogeneo, a quelle dei bilanci annuali, a quelle dei mandati di pagamento e cose del genere.
Da qui dovrebbe discendere, per logica, la necessità di avere:
a) strutture democratiche ove la partecipazione di tutti alle scelte culturali possa apportare un contributo sostanziale alla soluzione dei problemi;
b) momenti di verifica delle scelte operate dall’apparato istituzionalmente deputato alla tutela del patrimonio storico, archeologico, artistico ed architettonico.
Così non è.
I compiti dello Stato sono ben chiariti dalle inadeguate leggi che regolano le sue strutture burocratiche ed è grazie a queste leggi che si esercita in maniera autonoma ed autoritaria quello che potrebbe essere definito il potere del restauro; un restauro a tutti i costi; un restauro che, in molti casi, chiamerei isterico, nel senso più letterale, senza offesa, del termine.
Sono arrivato a questa conclusione per il solo fatto che non riesco a dare altra spiegazione logica, se non adottando un tipo di analisi di impostazione freudiana, ad alcune violenze che chiaramente non rispondono ad una tranquilla applicazione metodologica di regole ben codificate, che siano a conoscenza di qualsiasi architetto che sia riuscito a laurearsi facendo anche l’esame di restauro.
In altri termini, nel momento in cui non si è in grado di inquadrare i tipi di intervento restaurativi ministeriali in uno dei metodi ormai universalmente accreditati presso la critica architettonica, non si hanno che due scelte da fare: o si deve ritenere che dietro operazioni evidentemente scorrette sul piano scientifico si nascondano interessi illeciti e legati ad un profitto personale che va al di là del consentito, oppure si deve pensare che vi siano forti limitazioni caratteriali in chi si avventura in tale tipo di violenza gratuita sul patrimonio storico-monumentale.
La cosa grave sta nella circostanza che, quando si tenta di avviare un discorso costruttivo con i responsabili ministeriali del restauro, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a ottusi sacerdoti che, con arroganza fideista, affermano, senza dare plausibili spiegazioni, di essere i tenutari di verità assolute.
Essendo personalmente un cristiano convinto, sono altrettanto convinto che il sacerdozio sia una consapevole scelta di limitazione della propria libertà sessuale. Quando esistono cause esterne alla propria volontà che riducono la libertà sessuale, allora, evidentemente, bisogna andare alla loro ricerca ed eliminarle per impedire che il soggetto possa compiere gesti inconsulti, pericolosi per sé o per gli altri.

S. Vincenzo alle fonti del Volturno. Lo sventrapapere intubatore infilato per due anni sotto il ponte della Zingara dalla Soprintendenza
Pertanto, se credo a coloro che si sono fatti sacerdoti in conseguenza di una scelta religiosa, al contrario non credo a coloro che si sono fatti sacerdoti in nome della tutela archeologica, che ritengo priva di qualsiasi contenuto religioso.
L’acredine che molto spesso traspare nel rilascio dei pareri (che in alcuni casi appaiono come vero e proprio atteggiamento sadico contro quei malcapitati architetti che si sarebbero permessi di oltraggiare un astratto senso del pudore artistico) non può trovare giustificazione in un generico disprezzo per i progetti fatti male.

Il celeste scelto dalla Soprintendenza insieme ai tecnici del Comune di Venafro per distruggere il comune senso del pudore
Sono d’accordo con chi ritiene che molto spesso la qualità dell’architettura moderna (che, piuttosto, mi limiterei a chiamare edilizia moderna) è di livello molto basso, ma sotto accusa dovrebbero essere messi coloro che, consentendo agli imbecilli di laurearsi, si sono assunta la responsabilità di abilitarli a progettare, oppure sotto accusa dovrebbero essere messi coloro che, a proprie spese, hanno loro commissionato il progetto.

Su uno dei monasteri longobardi più antichi d’Italia la Soprintendenza, con i soldi pubblici, mette queste inutili ferraglie
Il problema reale è che il giudizio preventivo sulla bontà dell’architettura che interessa le aree sottoposte al controllo del Ministero per i Beni Culturali viene espresso da personaggi ai quali difficilmente un privato affiderebbe l’incarico di progettare la propria casa o dirigere i lavori, dopo aver visto i risultati (sia in termini di gusto, sia in termini di costo, sia in termini di tempo) conseguiti nei progetti che essi hanno redatto e diretto con i soldi dei contribuenti.
Ovviamente, anche nel Molise, non posso fare di tutta l’erba un solo fascio, ma proprio le eccezioni confermano che i buoni lavori è in grado di farli anche la Soprintendenza ai Monumenti e che, quando si fanno male, esistono specifiche responsabilità.

Davanti alla più bella chiesa romanica dell’Italia meridionale, a Petrella Tifernina, con i soldi della Regione Molise e l’approvazione della Soprintendenza si è fatto un inutile museo di stile tirolese
Il Molise è, in generale, luogo di espiazione burocratica perché forse è una delle regioni meno interregionali in Italia, con i suoi problemi atavici, con il suo territorio centrifugo, con i suoi pochi valori (secondo una certa logica) che abbiano interesse nazionale. Nel Molise non ci si viene a lavorare per propria scelta, anzi non ci si è mai venuti. Si è tuttalpiù condannati a venirvi. L’emigrazione, la trasmigrazione, la transumanza sono state e sono la caratteristica della regione nei secoli.

Il tempio arcaico di Pietrabbondante trasformato in una sciagurata trave di cemento armato dalla Soprintendenza archeologica del Molise con i soldi pubblici
Ogni ufficio è caratterizzato da una classe burocratica provvisoria o di passaggio (… quale Prefetto si potrà mai vantare di essere stato ad Isernia o a Campobasso, pur avendo avuto le due province ottimi prefettti?), al contrario degli uffici regionali o provinciali che hanno l’altro carattere negativo della sudditanza clientelare, stabilissima, e della inamovibilità. Ne risulta un sistema che in fin dei conti sopravvive sulla spinta esercitata duemila anni fa dalla conquista romana, con tutte le sfumature negative di quei regimi feudali e tardo-borbonici che nei secoli si sono ad essa succeduti. Allora i tentativi di operazioni culturali, apparentemente autonomi, come il restauro di singoli monumenti, alla fine vengono ad inquadrarsi inevitabilmente nella ideologia del sistema del profitto ed assumono il carattere consumistico della nuova edilizia.
Restauro per questo diviene definitiva distruzione del monumento ed il suo plastificarlo, cementarlo, impermealizzarlo significa eliminargli i suoi valori, la sua sofferenza; significa insomma togliergli l’anima. Campane ed organi elettronici, illuminazioni artificiali, antifurti sofisticati, coperture in cemento, rivestimenti al quarzo, anche se necessari, rivelano la perdita di storicità dei valori e la definitiva mummificazione dell’architettura. Il centro storico decade con il decadere dei cicli stagionali. Alle ripetizioni puntuali, e per questo rituali, dell’attività dell’uomo si sostituisce la linearità e la piattezza dello scorrere del tempo dove ogni giorno è uguale all’altro e dove la differenza delle stagioni non influisce sui regimi produttivi e si avverte solo se è eccezionale la violenza delle attività meteoriche. Le possibilità di ottenere il caldo d’inverno o il fresco d’estate girando semplicemente una manopola, la possibilità di avere in ogni momento dell’anno quei prodotti della natura che prima si avevano solo in questa o quella stagione, la televisione, la radio, il cinema, i giornali, le automobili, i surgelatori, il telefono e tutto ciò che è progresso, eliminano dai monumenti le motivazioni che avevano determinato questo o quel tipo di architettura, questo o quel tipo di arte.

I cessi ministeriali sulla fontana pubblica ed attaccati alla chiesa del Purgatorio di Colletorto
Cosa volete che significhi più illuminare un paese il giorno della festa se il paese, più o meno, è sempre illuminato? E che può significare l’ascoltare la musica in piazza se siamo sommersi di musica nelle auto, in casa, nei negozi, per strada? E che valore di indicazione o di messaggio può avere la presenza di un campanile in un centro abitato, oppressi come siamo da segnali di ogni genere? Chi volete che si preoccupi più dell’orientamento di un fabbricato con gli impianti di riscaldamento e di illuminazione che caratterizzano (almeno finché dura) la nostra civiltà?
In questa generalizzabile situazione è bene, dunque, evidenziare quei valori ancora presenti, anche se in via di estinzione, nella struttura globale della regione molisana e che, purtroppo, stanno morendo perché la loro morte, a tradimento, l’ha decretata proprio chi era stato delegato a garantirne una decorosa sopravvivenza.
A questo si aggiunga la voglia di esaltare qualche peculiarità regionale, nella speranza (o con l’auspicio) che le generazioni che verranno non vorranno incolpare genericamente tutti per quanto di disastroso si sta conducendo in questo territorio, distruggendo anche un patrimonio culturale che è al tempo stesso anche un patrimonio economico.
(Da alcune inutili considerazioni personali del 1997 integrate con immagini attuali)


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