Il Castello di Civitacampomarano.
Paolo di Sangro, sua figlia Altabella e il conte Cola di Monforte.
Franco Valente
I segni architettonici molto spesso vengono relegati nell’ambito della storia dell’architettura solo per le valutazioni di carattere stilistico senza considerare che a volte possono contenere anche elementi ideologici più o meno evidenti.

Abbiamo esaminato i caratteri particolari del portale principale e dello stemma che lo sormonta, ma caratteri aragonesi, come espressione ideologica del potere centrale partenopeo, possono ritrovarsi anche all’interno sebbene affidati a particolari quasi irrilevanti.

L’arco ribassato all’aragonese, infatti, si ritrova anche nelle porte di collegamento delle stanze del piano nobile ove è situato il salone.
Ma a parte gli elementi architettonici, la presenza aragonese aleggia anche nel ricordo di un particolare avvenimento che aiuta a comprendere il contesto politico in cui si collocava la vicenda umana di Paolo di Sangro.
Egli aveva sposato Abenante di Attendolo, degli Sforza conti di Cotignola, che gli portò in dote il feudo di Gioia in Puglia.
Bosio Attendolo, nonno di Abenante morto nel 1411, era fratello di Muzio Attendolo (che aveva preso il soprannome di Sforza per la sua prestanza fisica) uno dei più celebri capitani di ventura sceso da Ravenna nel regno di Napoli al servizio degli Angioini.
Padre di Abenante era Domenico, uno dei figlio di Bosio.
Il 4 gennaio 1424 Muzio Attendolo Sforza era morto affogato mentre attraversava un fiumicello a Pescara e suo figlio Francesco, preso immediatamente il controllo del suo esercitò, volgeva le truppe verso Benevento per incontrarsi ad Aversa con Giovanna II che, per ottenere il suo aiuto, gli confermava tutti i territori e le concessioni che erano stati di suo padre. Francesco, sposando Bianca Maria Visconti, poi diventerà duca di Milano dando origine al ramo milanese della famiglia.

Muzio Attendolo Sforza
Non sappiamo come sia nato il matrimonio tra Paolo ed Abenante, ma certamente la loro unione fu fortemente influenzata dai rapporti che Paolo ebbe con Muzio Attendolo e, soprattutto, con Francesco Attendolo e che furono determinanti anche per le vicende che condizionarono la vita di Cola di Monforte suo genero.
Siamo, come abbiamo visto, in un periodo di estrema variabilità dei rapporti tra i capitani di ventura ed il potere regio.
Paolo di Sangro aveva tradito la causa angioina alla vigilia della storica battaglia di Sessano mentre Giovanni Sforza, suo cognato, rimasto con appena 15 cavalieri, abbandonava il campo di battaglia per fuggire verso la Marca dove si trovava suo fratello Francesco.
Dunque i rapporti tra Paolo di Sangro e la famiglia Attendolo-Sforza erano particolarmente stretti anche se non sempre riconducibili allo stesso regnante. Prima di prendere strade diverse in occasione della battaglia di Sessano, Paolo di Sangro capitano primo d’autorità, e Giovanni Sforza con una propria cavalleria erano intervenuti per sostenere l’esercito di Antonio Caldora.
Non sappiamo se i rapporti tra Paolo di Sangro e gli Sforza siano rimasti amichevoli, ma alcuni fatti successivi fanno pensare che tra i due, nonostante le diverse appartenenze di campo, le relazioni siano state buone.
Almeno fino a quando le cose probabilmente non degenerarono per la morte di Altabella che Tristano Caracciolo attribuì, come vedremo più avanti, alla mano di suo marito Cola di Monforte.
Proprio il matrimonio tra Altabella, figlia di Paolo di Sangro, e Cola di Monforte forse ci aiuta a capire come fossero complicate le attività e la vita dei capitani di ventura.
Dell’unione tra Altabella e Cola di Monforte abbiamo conoscenza dal contratto di matrimonio concordato nel 1447 e sottoscritto con i relativi capitoli proprio nel castello di Civitacampomarano il 21 novembre 1450.

Ma per capire chi fosse Cola di Monforte bisogna tornare indietro di qualche anno non solo per ricostruire le vicende genealogiche della famiglia, ma anche per capire il clima politico, le alleanze strategiche e le motivazioni politiche che determinarono la situazione generale nella quale si colloca la vicenda personale di Cola di Monforte.
Riccardo di Gambatesa, secondo Benedetto Croce, avrebbe avuto due figlie femmine. Margherita, la prima, come abbiamo visto avrebbe sposato Riccardo Caracciolo. La seconda, Sibilia, sarebbe andata in matrimonio a Giovanni Monforte dal quale avrebbe avuto come primogenito Riccardello cui, su richiesta del nonno Riccardo prima che morisse, sarebbe stato aggiunto il nome dei Gambatesa.
Il Croce porta Riccardello deceduto nel 1338 e a lui sarebbe succeduto Carlo di Gambatesa.
Per il Croce Carlo di Monforte, conte di Morcone, secondo Giovanni Boccaccio, che li conobbe di persona, apparteneva al circolo dei confidenti della giovinetta regina Giovanna, a quel circolo nel quale, consapevole o inconsapevole che ella ne fosse, si tramò l’uccisione del suo non amato sposo, Andrea d’Ungheria.

Il processo che ne seguì finì tragicamente per Sancia, moglie di Carlo, che, considerata tra i responsabili del regicidio e imprigionata mentre era incinta, fu successivamente giustiziata sul rogo. Carlo invece, per la protezione della madre, contessa di Loreto, sarebbe riuscito a farsi liberare e nulla si conosce della sua fine.
L’Angelo di Gambatesa, che per primo assume il titolo di conte di Campobasso e di cui si hanno notizie nel 1382 e nel 1384, potrebbe essere il primo figlio di Sancia. Dovrebbe essere lui quel conte di Campobasso che a Gaeta, insieme al duca di Sessa, al conte di Loreto ed altri baroni, accompagnava il re Ladislao che in barca andava ad incontrare la sua futura sposa Costanza di Chiaromonte che giungeva dalla Sicilia per mare.
Successore di Angelo fu il fratello Guglielmo che nel 1410 era Giustiziere nella Terra di Bari e, insieme a suo figlio Nicola, tra i capitani al servizio di Ladislao nell’esercito che si mosse contro Luigi d’Angiò nella battaglia di Roccasecca. Durante lo scontro Muzio Attendolo Sforza con un gran colpo abbatté e fece prigioniero Niccolò conte di Campobasso, il quale, risplendendo per le armi dorate, faceva molto il bravo.
Guglielmo fu tra i baroni che nel 1419 erano presenti a Napoli all’incoronazione di Giovanna II la quale proprio in quell’anno concedeva una nuova fiera a Campobasso per ringraziare la famiglia Gambatesa-Monforte per i servigi resi a suo padre Carlo di Durazzo e a suo fratello Ladislao.
Ciò non fu sufficiente ad impedire che Guglielmo si ponesse contro la regina per qualche anno e comunque fino al 1422 quando, insieme ai figli Nicola e Riccardo, dovettero chiedere un indulto per tornare a servirla.
Sia Nicola che Riccardo fecero parte della grande organizzazione militare messa in piedi da Jacopo Caldora.
Fu costui che ordinò a Nicola di assaltare Ferrazzano che fu ridotta talmente male che nel 1424 Giovanna fu costretta ad esentarla per cinque anni dalle tassazioni. Intorno al 1430 al padre Nicola successe Angelo che Tristano Caracciolo (De varietate fortunae) descrisse come virum frugi et elegantem, adeo comem et affabilem, ut nemo eum nosset quin diligeret. Anche suo fratello Carlo ebbe fama, forse più di Angelo, di abile uomo di armi, come ricordò Leandro Alberti.

Angelo, prima fedele di Giovanna, nel 1432 passò a servire Alfonso d’Aragona per il quale militò nell’assedio di Gaeta e nel 1435 nella battaglia navale di Ponza quando insieme al re fu preso prigioniero.
Dopo la loro liberazione continuò a servire Alfonso che lo incaricò di una missione a Pescara a cercare di convincere Jacopo Caldora a passare dalla parte dell’Aragonese offrendogli oltre i feudi di cui era in possesso, anche la condotta di ottocento cavalli e mille fanti.
Fu incaricato anche di altre prestigiose missioni, come quella presso il papa per chiedere una indennità per aver il cardinale Vitelleschi mancato ai patti nell’assalire il campo aragonese di Giugliano in Campania.
Sul fronte opposto militava suo fratello Carlo che era rimasto fedele a Jacopo Caldora e che, dopo la morte di costui nel 1440, divenne luogotenente di Raimondo Caldora che era succeduto a suo fratello Jacopo nel comando delle truppe angioine.
Un servizio che durò poco perché il 23 agosto di quell’anno Carlo riceveva da Alfonso, con un diploma rilasciato a Capua, una serie di esenzioni fiscali e una condotta di duecento cavalieri e cento fanti. Una dichiarazione di fedeltà che non fu mai ritenuta completa perché ripetutamente sospettato di segrete alleanze con Francesco Sforza che aveva incontrato anche personalmente nel 1442 a Fermo, come poi rivelò Antonio Caldora dopo la capitolazione di Sessano.
(continua)
4 agosto 2009 alle ore 20,30
Anche quest’anno grandi appuntamenti con Franco Valente che racconta l’arte e l’architettura del Molise, ma anche le storie personali, gli intrighi, i tradimenti e le avventure di personaggi di questa regione.
Si comincia nel Castello di Civitacampomarano il 4 agosto alle ore 20,30.
Nel cortile del Castello recentemente restituito al pubblico dopo un complesso restauro, Franco Valente racconterà le vicende di Giacomo e Antonio Caldora, Paolo di Sangro, Cola di Monforte.
Il tutto illustrando i castelli ed i luoghi in cui avvennero le loro storie.
Sarà un’occasione irripetibile anche per capire le vicende architettoniche del Castello di Civitacampomarano, dei suoi misteri, dei suoi simboli araldici, delle sue trasformazioni.
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