Ma cosa è la croce?

Ma cosa è la croce?

Il viaggio tra le croci stazionarie del Molise è un’occasione per approfondire la questione

Franco Valente

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La descrizione più dettagliata della morte di Cristo sula croce si ricava dal vangelo di Matteo (27,1-30):
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: ”Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa”. Gli risposero i Giudei: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”.

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: “Di dove sei?”. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. 11Rispose Gesù: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”.

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare”. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via, via, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i sommi sacerdoti: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”.

Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”. Rispose Pilato: “Ciò che ho scritto, ho scritto”.

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.  Dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

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La croce rappresenta per i cristiani il simbolo più immediato per il riconoscimento della propria appartenenza religiosa. Eppure, probabilmente, non è stato sempre così. Per più motivi. Noi oggi diamo per scontato che la crocifissione di Cristo sia avvenuta così come viene illustrata dalla generalità delle opere d’arte, ma non tutti sono d’accordo.

La questione è stata posta da tempo e gran parte delle conclusioni porta su una strada diversa da quella percorsa dagli artisti.

Le parole degli evangeli sono assolutamente insufficienti per capire come avvenisse tecnicamente l’esecuzione di una condanna a morte mediante crocifissione ed anche la letteratura coeva è avara di informazioni. Neppure le scoperte e le analisi archeologiche hanno dato particolare contributo alla soluzione del problema che, sebbene nulla tolga alla drammaticità di tale supplizio, non permette di capire come sia effettivamente avvenuto.

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Comunque, cercare di capire quale sia stata la tecnica della crocifissione, è un esercizio puramente intellettuale che interessa la storia della tecnica della giustizia criminale e non del significato di quella particolare condanna. Anche se nell’iconografia cristiana gli aspetti tecnici assumono molto spesso significato simbolico. E’ molto probabile che gli evangelisti non si siano dilungati nella descrizione dello strumento del supplizio perché si dava per scontata la sua conoscenza. La crocifissione per i Giudei era divenuta una pena consueta già dal I secolo prima di Cristo se è vero che sia stata introdotta da Alessandro Ianneo, il sanguinario re giudeo (103-73 a.C.) che fece crocifiggere 800 Farisei attorno alle mura di Gerusalemme. Fu in uso presso i Persiani ed i Romani pare l’abbiano appresa dai Cartaginesi.

Per  i Romani sarebbe dovuta essere una pena da riservare esclusivamente agli schiavi e agli stranieri, ma non fu una regola, tant’è che la condanna alla crocifissione di un romano, per esempio, provocò l’ira di Cicerone: “Che un cittadino romano sia legato, è un misfatto; che sia percosso è un delitto; che sia ucciso, è quasi un parricidio; che dirò, dunque, se è appeso in croce? A cosa tanto nefanda non si può dare in nessun modo un appellativo sufficientemente degno!” (In Verrem, II, 5, 66).

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Anche la questione delle caratteristiche dello strumento è stata per lungo tempo oggetto di dispute. Oggi si è sostanzialmente concordi nel ritenere che la croce fosse costituita da due elementi dei quyali uno fisso stabilmente a terra e l’altro mobile. Il primo è il cosiddetto σταυρος, che in latino fu chiamato stipes o staticulum, e, piantato nel luogo in cui avveniva la crocifissione, probabilmente veniva usato per più esecuzioni. L’altro elemento era il patibulum o antenna al quale il condannato veniva legato prima di essere condotto nel luogo del supplizio. Il patibolo era la trave scorrevole che una volta si metteva orizzontalmente dietro le porte in maniera che potesse essere spostata solo da chi era dentro l’edificio.

Tertulliano (II sec. d.C.), nel suo Apologetico (XVI, 6), scrive: Parte di una croce è ogni legno, che piantato viene in posizione verticale. Verso la metà dello σταυρος, inoltre, come racconta Giustino martire, veniva infilata una specie di perno a forma di corno di rinoceronte, un cosiddetto pegma che era un attrezzo usato nelle scene per sollevare qualcosa. Questo elemento aveva la funzione pratica di mantenere sollevato il corpo per evitare che il suo peso strappasse le mani dai chiodi. Gli artisti evidentemente avevano affrontato il problema e, non avendo una conoscenza precisa di come potesse reggersi il corpo di una persona crocifissa, avevano inventato un suppedaneo che poi è divenuto una forma ripetuta in quasi tutte le crocifissioni fin da quelle più antiche dell’alto medioevo. Di tale suppedaneo, però, non si ha alcuna testimonianza nella letteratura coeva o immediatamente successiva.

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Proprio per le considerazioni sulle conseguenze del peso del corpo anche la posizione dei chiodi è stata ripetutamente messa in discussione. In assenza di descrizioni particolareggiate non è da escludere l’ipotesi da molti sostenuta che i chiodi venissero conficcati ai polsi e non nelle mani, come invece appare consuetamente nella iconografia cristiana. Il particolare della chiodatura nella tradizione cristiana assume una importanza particolare perché ha costituito un motivo fondamentale per attribuire alle parole di re Davide significato profetico (Salmi 22, 17-19): Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, possono contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte.

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