La drammatica testimonianza di Ludovico Valla nel XVII secolo. Una imponente massa di terrà calò dalla montagna di Venafro l’11 ottobre 1643.

La drammatica testimonianza di Ludovico Valla nel XVII secolo.

Una imponente massa di terrà calò dalla montagna di Venafro l’11 ottobre 1643.

Franco Valente

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Nell’aprile del 1629 nasceva a Venafro Ludovico Valla. Sua madre Antonia Martucci aveva sposato  Antonio Valla che da Prata si era trasferito a Venafro in occasione delle sue nozze.

Dopo aver terminato i suoi studi in “arte medica”, nel 1656 era uno dei cinque medici che tentarono, su incarico dell’Università, di trovare rimedi alla grande peste che afflisse Venafro provocando migliaia di morti.

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Dal suo matrimonio con una Mancini ebbe tre figli che morirono prima di lui. Rimasto vedovo, si fece sacerdote fino a diventare Primicerio della Cattedrale. Morì il 31 dicembre 1698.

La sua opera più importante è la prima  vera Storia di Venafro, della quale si conoscono tre copie manoscritte, una delle quali nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

Particolarmente interessante per la storia locale il racconto della peste del 1656, che egli visse in prima persona come medico, il cui apografo di pugno del suo contemporaneo Giovanni Antonio Monachetti, è stato scoperto da Gennaro Morra e pubblicato nel 1975 nell’Almanacco del Molise.

Scrisse anche una una tragedia in cinque atti sui santi Nicandro e Marciano intitolata Venafro Convertita, che si conserva, anch’essa, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

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Nella sua Storia di Venafro, tra le altre cose, racconta dello straordinario evento del distacco dalla montagna di una imponente massa di terriccio e pietrisco che l’11 ottobre 1643 sommerse tutta la città e che si ripetè circa 40 anni dopo.

I due episodi vengono descritti in maniera precisa essendo egli stato testimone diretto.

Accidente, e Danno occorso.
Or essendo per troppo vero quel detto che in questo modo
Nihil est ab omni
Parte beatum
S’è scoverto un cotal difetto, a cui questa Città è sottoposta, che trascendendo ogni human pensiero rende compatibile, e degna di scusa la providentia di coloro, che con tanta ragione qui la rifecero dove al presente si ritrova havendo non poco difformata nella sua più bella e frequentata parte che è quella del mercato, ove sempre è il maggior concorso della gente.

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Prima di questo racconto è da avvertirsi che la Torre posta sul mercato anticamente era isolata con i suoi ponti e fosso d’ogni intorno, con che si rendeva forte à bastanza. In progresso di tempo, come si ha per traditione e se ne veggono i segni vi furon aggiunte ne’ lati, quelle botteche, ch’oggi vi sono, e la parte del fosso verso la Città fu tutta ripiena per rendersi più larga la piazza. Si vede però ancora la sommità dell’antemurale d’intorno, et in parte il fosso dalla parte di fuora nel mezo del quale era un piliere, che sosteneva il ponte levatojo, che venìva dalla porta fossata, ivi cui essendo io fanciullo più volte vi saliva sopra, e sotto quella porta, un poco però più sopra era uno spiraglio con cancellato di ferro, che dava lume alla stantia di sotto la quale in casi più considerabili serviva anche di carcere.

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Oggi però si trova tutta terrapienata, mentre essendo venuto meno il legname di sotto, e caduto il pavimento per evitar la spesa di rifarlo pochi anni sono fu ripieno dell’arenaccia pigliata da fuori: il che sia detto per dar notitia à posteri del sito antico del luogo.

Nell’anno dunque 1643 à 11 di 8bre mossasi una fiera tempesta calò tant’acqua dalla soprastante montagna da quelle pendici , che stan sopra la Chiesa di S. Angiolo del monte, le quali son pure di poca consideratione che facendo nella strada per cui si saliva nella suddetta Chiesa un profondo vallone e scendendo sotto il Castello riempie tutto il suo fosso d’arenaccia, condotta dalla furia dell’acqua, et indi scendendo più a basso rasente il muro della Città fece il simile nel fosso della Torre benche non arrivasse a coprir tutto il piliere, che già dissi, ne quella finestra, che dava lume alla stantia di sotto.

Più di recente poi nell’anno 1680 doppo lunga siccità, cominciando a venir la pioggia nel principio del mese di ottobre a cinque del medesimo fu così tempesta grande, che non ci è memoria di simile, e l’acqua che scese dal sudetto vallone, togliendo tutto il ripieno che portò l’altra nel fosso del Castello arrivando a scoprir sin ai fondamenti e portandolo a basso in sieme con altra materia tirata giù dalla montagna, non solo finì di riem¬pire il sudetto fosso della Torre arrivando sino alla scarpa, ma divertendo dalla muraglia della Città venne a riversarsi sopra il vicino Uliveto del Monastero di S. Francesco diramandosi verso l’ostaria di cui ruppe un muro, et atterò due botteghe contigue, e parte sopra alcuni orti sotto il medesimo uliveto riempendo il tutto d’arena ; e di pietre guastando le strade difformando la più bella uscita di quella città facendo ogni brutta vista nella piazza del mercato fuor della porta.

Pacichelli (1695)

Le boteghe dirute, e la ghiaia sparsa in più luoghi quasi nella faccia della Città come poi può sperarsi col tempo potersi rifar le boteghe, e togliersi via la ghiaia e le pietre che sempre maj si van levando delle fabriche, così può dubbitarsi, che col tempo non possa avvenir di peggio venendo l’acqua più unita, e più bassa per la profondità del letto, che si ha fatto come può scorgersi nella Chiesa di S. Angiolo, che si trova in evidente pericolo di cader dentro il contiguo vallone.

A questo danno patito dalla parte dell’oriente nel medesimo tempo se n’aggiunse un altro dalla parte dell’occidente nella muraglia che racchiude il Borgo sopra la porta di S. Francesco mentre lasciandosi il terreno in un uliveto sulla pendice della soprastante montagna ne usci un capo d’acqua ben grande, che calando a basso per diversi rami venne quasi tutta ad unirsi nella strada sotto il sudetto muro in cui facendosi un profondo fosso da quattordici palmi scoprì sotto una bellissima strada di selci à due picciole colonne di cimento con altre pietre quadre che furon pigliate da quei padri, e da altri particolari per loro uso. Essendosi poi per la profondità del fosso scoverto il fondamento della muraglia che per altro non era sul fermo venne quasi tutta dall’angolo di sopra sin alla porta del Borgo detta di S. Francesco, a profondarsi dentro il medesimo fosso.

Fui cosa di maggior meraviglia che cessata la pioggia, et insieme cessando ogni altra piena questa non solo non si vide mancare, ma correr limpida e chiara come quella della fontana, così seguitando tutto quel giorno, e parte della notte seguente con molta speranza che dovesse essere sorgente, e continuare, onde con facilità potesse condursi dentro la Città anche nei luoghi più alti, ma la seguente mattina si vede in tutto cessata. Oggi però havendo i PP. di S. Francesco rifatto il muro caduto, che chiude il lor giardino, et essendosi ripiena in gran parte la strada appena apparisce segno del Danno accaduto.

Cotali dunque soglion essere li accidenti che fuor d’ogni credenza vengon ad iscoprirsi col tempo.

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Disegno di Paolo Vacca

Intervista rilasciata a Mario Lepore per Nuovo Molise Oggi

Dal 1 marzo sono cominciati imponenti lavori nell’area esterna al Castello di Venafro. Lavori  imponenti soprattutto per l’immensa quantità di terra e pietrisco che si sta togliendo.
Responsabile di questo immane lavoro di asportazione della terra è l’architetto Franco Valente che, come dice nell’intervista che segue, da oltre 30 anni sognava questo momento.

Architetto Valente, quale obiettivo pensa di raggiungere con i lavori che sono iniziati il 1° marzo?
Un obiettivo molto semplice: ripulire il fossato del castello che è ricolmo di terra e pietrisco calato dalla montagna nel XVII secolo.

Ma è veramente convinto che quattro secoli fa sia accaduto un tale disastro a Venafro?
Quando stavo preparando la mia tesi di laurea sul restauro del Centro Antico di Venafro trovai un manoscritto di Ludovico Valla che descriveva uno straordinario evento di cui era stato testimone. Nelle sue Memorie Historiche di Venafro racconta che l’11 ottobre del 1643 “mossasi una fiera tempesta calò tant’acqua dalla soprastante montagna da quelle pendici , che stan sopra la Chiesa di S. Angiolo del monte, le quali son pure di poca consideratione che facendo nella strada per cui si saliva nella suddetta Chiesa un profondo vallone e scendendo sotto il Castello riempie tutto il suo fosso d’arenaccia”. Il Valla racconta che un episodio analogo accadde circa 40 anni dopo, ai primi di ottobre del 1680.
Riportai questo brano nel mio volume sulle vicende storiche di Venafro e da allora ho sempre sognato che un giorno l’Amministrazione comunale di Venafro avrebbe deciso di ripulire il fossato per far tornare il Castello di Venafro nelle condizioni in cui si trovava alla fine del 400.


Dunque, lei è convinto che dallo sbancamento in atto verranno fuori di nuovo le basi del Castello ed il fossato realizzato dai Conti Pandone nel XV secolo?

I risultati dei primi saggi mi stanno dando ragione e il sogno comincia a concretizzarsi. Proprio stasera abbiamo scavato nei pressi del torrione sud-orientale ed abbiamo accertato che la base del Castello si trova oltre sei metri sotto il livello stradale. E’ una scoperta eccezionale.

Quali altri elementi le confermano l’ipotesi del rinterro del fossato?
Ho fatto eseguire una carota all’interno del pilastro del ponte ed abbiamo la certezza che il pilone del ponte scende ad una profondità pari a quella della piazza del Castello.


Allora cosa pensa di fare?

Abbiamo calcolato che il fossato è costipato da almeno seimila metri cubi di pietrisco e terra. Quando avremo terminato lo svuotamento di tutto il fossato la piazza del castello girerà attorno alla poderosa costruzione. Avremo così la piazza più spettacolare della regione. Una piazza che non avrà al suo centro un modesto monumento, ma un intero castello. Uno dei più ricchi di storia e di arte del Molise.

Quale è il suo sogno?
Sto ricevendo qualche minaccia e qualche denuncia insieme al boicottaggio di qualche politico miope e invidioso, ma ho ricevuto pure il sostegno morale di centinaia di venafrani amanti della loro città che vengono a vedere l’andamento dei lavori. Sono convinto che alla fine la fiducia che il Sindaco Cotugno e la Giunta intera hanno messo nella mia persona sarà ripagata con la soddisfazione di vedere liberato il fossato per il giorno della festa di S. Nicandro in maniera che le statue possano essere poste sulle spallette del ponte quattrocentesco per essere ammirate dal popolo venafrano.
Dunque l’appuntamento è al 18 giugno a sera per vedere se l’impegno sarà stato mantenuto e se l’architetto Valente avrà vinto la sua scommessa!


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Commenti

3 risposte a “La drammatica testimonianza di Ludovico Valla nel XVII secolo. Una imponente massa di terrà calò dalla montagna di Venafro l’11 ottobre 1643.”

  1. Molto bene Architetto. se ha bisogno di sostegno sa che può contare su tutti gli affezionati fan del suo sito!
    buon lavoro

  2. Carissimo Luigi, spero che possa venire a vedere con i tuoi occhi.
    Questa mattina abbiamo eliminato l’ultimo attraversamento nel fossato mentre mi veniva notifica la denuncia dell’ingegnere che da 5 anni stava facendo danni inenarrabili al castello e che ho esonerato dall’incarico.

  3. questa estate sarà tutto a posto, e per andare a conca casale passo per forza da lì. Mi spiacew di non poter essere per la festa di san nicandro. M se vorrai pubblicare le foto le vedrò con assoluto piacere.
    Auguri e buon lavoro.P.S. ho letto sul venafrano che ci sono problemi per il sindaco?
    speruma bin per le elezioni.
    cerea neh!

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