Disastro a S. Vincenzo al Volturno: La condivisione archeologica negata e le Sante Perizia e Consulenza.
Franco Valente
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Leggo dai giornali che ogni tanto qualcuno va a S. Vincenzo al Volturno, aspira un po’ di aria nei polmoni e la espelle facendo rumori con la bocca sperando che le parole si trasformino in concetti razionali.
Credo di essere il maggiore conoscitore delle problematiche di quel sito archeologico che oggi ha una concreta consistenza grazie alla originaria intuizione di un grande professionista dell’archeologia, Richard Hodges, e alla straordinaria disponibilità di un abate, don Bernardo D’Onorio che, lasciata Montecassino per promozione ecclesiastica, ora è arcivescovo di Gaeta.

Ho avuto la fortuna ed il privilegio di trasformare l’intuizione di padre Bernardo D’Onorio in una grande avventura archeologica avendo fatto, all’inizio degli anni Novanta, da credibile intermediario con Gino Di Bartolomeo una volta Presidente della Giunta Regionale del Molise, unico politico che ha veramente creduto nelle potenzialità di quel luogo.
Tutti gli altri che cercano di cavalcare le scoperte di S. Vincenzo sono solo personaggi in cerca di gloria. A cominciare da chi oggi protesta e ieri era schierato con chi ha distrutto quel luogo.

Il ponte ligneo del IX secolo lasciato in queste condizioni dall’Istituto Suor Orsola Benincasa
S. Vincenzo al Volturno è ormai allo sbando totale per colpa esclusiva di tre soggetti:
1) Il Ministero per i Beni Culturali che dovrebbe esercitare il controllo degli scavi e dei progetti di restauro
2) L’Università Privata Suor Orsola Benincasa che vi ha fatto il bello ed il cattivo tempo locupletando una imponente quantità di denaro e lasciando l’area in uno stato di deplorevole incuria;
3) La Regione Molise, proprietaria del bene, completamente assente nella gestione di un patrimonio che il mondo ci invidia.
In questo incredibile stato di degrado generale, archeologico ed amministrativo, sopravvive la naturale destinataria di questo storico complesso che è la comunità monastica di Montecassino, proprietaria della parte monasteriale e della cripta di Epifanio. Una comunità che è presente attraverso un presidio di monache benedettine che dovrebbe pensare solo alla propria vita spirituale, ma che spesso deve risolvere i più elementari problemi logistici di visitatori disorientati.

L’allagamento provocato da sciagurati interventi della Soprintendenza
Fortunatamente, dopo una serie di inadempienze ampiamente denunciate, l’Università Privata Suor Orsola Benincasa, che aveva fatto di S. Vincenzo un orticello privato, è stata cacciata. Ma alla clamorosa defenestrazione invece di seguire una azione per il risarcimento dei danni prodotti sia per negligenza nella conduzione degli scavi, sia per inadempienza contrattuale, non è seguita nessuna concreta operazione di riordino generale del grande parco archeologico.
Bisogna tenere presente che con l’attività del pool di professionisti messo in piedi da don Bernardo D’Onorio la Regione Molise è divenuta proprietaria di 25 ettari di terra che avrebbero dovuto costituire l’impianto del grande parco. Sono passati oltre venti anni dagli espropri e la Regione Molise non ancora procede alla presa in consegna dei beni che ora sono praticamente in balia di chiunque ne voglia approfittare.
A questo si aggiunga una serie di iniziative estemporanee e inconcludenti del Ministero per i Beni Culturali che, nell’articolarsi e nell’alternarsi dei dirigenti periferici, non è in grado di fare un progetto di tutela e di valorizzazione del sito.
La pista ciclabile per l’area archeologica di S. Vincenzo!
Ogni tanto arriva un boiardo che, dopo aver parcheggiato l’automobile di servizio per qualche ora davanti al Ponte della Zingara, ritenendo di aver capito “ad aures” la complessità dei problemi, prende una iniziativa il più delle volte capotica, ordina ai propri dipendenti di fare qualcosa, gira la macchina e se ne va.

Il ponte “regionale” per l’accesso pedonale all’area archeologica
Dopodiché il sito viene lasciato in balia di custodi che fanno quello che possono fare, essendo loro compito solo quello di assicurare una presenza fisica all’ingresso degli scavi.
Così da 15 anni a questa parte.
A questo si aggiunga la resa incondizionata di fronte alla scellerata iniziativa di costruire un mostruoso museo metallico che, con la pretesa sciagurata e antistorica di raccogliere reperti a 5 chilometri dal sito archeologico, è oggi il più colossale esempio di miopia clientelare gestita da folli missionari dell’archeologia.

Il museo archeologico di S. Vincenzo

L’ingresso al Museo archeologico
Un museo che crolla inesorabilmente senza che a 10 anni dalla sua realizzazione abbia mostrato al pubblico un solo reperto.
Non senza aver ricordato la pletora di tecnici interni ed esterni della Soprintendenza (archeologi, geometri, architetti, scaldatori di poltrone, Soprintendenti pensionati) che potrebbero costituire una nuova setta religiosa ispirata alle Sante Perizia e Consulenza.
Santa Perizia e Santa Consulenza sembrano essere l’unico riferimento culturale di costoro che hanno fatto più danni all’archeologia molisana di quanti ne hanno fatto i bombardieri americani dell’ultima guerra mondiale.
Una volta mi arrabbiavo perché consideravo S. Vincenzo come il luogo fisico in cui si radicavano le mie certezze, le mie speranze, le mie visioni artistiche, le mie interpretazioni della storia, la mia religiosità.

Ora mi sono dimesso da tutto e vado a S. Vincenzo solo per la devozione verso un drappello di monache che coraggiosamente tiene accesa la fiammella di quello che fu uno dei monasteri più importanti dell’Europa carolingia.
Non me ne frega più nulla dell’area archeologica perché il vuoto (o meglio, “la vuotezza”) ministeriale ha ripreso il sopravvento e S. Vincenzo è considerata dai dirigenti periferici dei Beni Culturali null’altro che un osso che, benché spolpato da cani affamati, è ancora buono per fare una zuppa di fagioli.
Nulla di più.

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