In archeologia ci vuole pure faccia tosta!
Ho ricevuto in questo momento un nota alla quale è allegata una lettera circolare di un noto scavatore della valle del Volturno che sta attraversando un momento di revival risorgimentale.
Avendomi egli querelato più volte per diffamazione, non voglio che il suo nome compaia sul mio blog per avere pubblicità gratuita.
Questa la nota inviatami (con qualche “bip”….)
Caro Architetto,
è da molto che non Le scrivo. La stimo moltissimo per quello che fa….
Le invio una spettacolare lettera di F. M. che ha inviato a tutti gli archeologi medievisti d’Italia (che coraggio!). Un professore universitario che, noto per essere un barone e un (“…bip…”) di studenti, non si preoccupa della ricerca scientifica, ma del suo stipendio, citando in causa la sua amata patria.
Forse parla della patria che ha permesso a lui e a suo fratello di fare carriera passando da una classe di concorso all’altro. La lettera l’ha inviata a tutti gli archeologi, studiosi e storici.
Cari Colleghi Archeologi medievisti,
accludo al presente messaggio, per vostra informazione, una lettera che ho inviato ai soci della SISMED (Società degli Storici Medievisti) in merito alla ventilata strage degli Istituti di ricerca storica determinata dalla Finanziaria
Vi saluto cordialmente,
F. M.
Cari Colleghi,
sebbene io sia originariamente entrato in servizio nel settore M/STO01 ora afferisco all’L/ANT 08 (archeologia cristiana e medievale): la mia voce, sebbene io sia aderente alla SISMED, è quindi più che altro di testimonianza, fermo restando che anche un archeologo partecipa ad un momento del genere esattamente come uno storico.
Non condivido in alcun modo l’idea di devolvere “al buio” parte del mio stipendio, che peraltro, come quello di tutti gli statali, rimarrà bloccato ai livelli attuali per i prossimi tre anni. Ognuno di noi ha la sua storia e ognuno sa quello che può o non può fare in rapporto al proprio bilancio familiare.
Io credo piuttosto che sia importante in questo momento che le istituzioni sotto tiro non siano lasciate sole, anche dal punto di vista simbolico. Gli omicidi più efficaci, infatti, si compiono nel silenzio.
Perché quindi non proporre un’iniziativa pubblica davanti al Ministero dei Beni Culturali al Collegio Romano, coinvolgendo tutti gli storici di ogni periodo e appartenenza (e magari anche gli archeologi)?
Se ci si trovasse lì davanti almeno in un paio di centinaia di persone a fare un bel po’ di rumore e magari anche qualche atto di provocazione pacifica (da studiare rapidamente e per bene) la cosa andrebbe sicuramente sui giornali e sulle televisioni (se debitamente coinvolti).
Non solo: si potrebbe, con l’occasione, preparare un bel documento da dare al Ministro, accompagnato dalle adesioni di tutte le organizzazioni e un bel volantinaggio che racconti, in estrema sintesi, quanto costano le istituzioni messe in pericolo (cioè quasi nulla) e cosa hanno prodotto e producono per l’Italia (moltissimo).
Si potrebbe anche chiedere l’adesione di qualche personaggio pubblico della cultura nazionale o dei media che faccia da cassa di risonanza all’iniziativa.
Tenete presente che l’opinione pubblica sa pochissimo di noi, magari ci vede come dei vecchi barbagianni e non sempre sa valutare che della storia non solo si interessano molti giovani, ma anche che nelle istituzioni messe in pericolo c’è la storia dell’Italia che, nonostante le enormi difficoltà finanziarie del dopo Unità, ha ritenuto opportuno investire su di esse per costruirle e farne il serbatoio della coscienza nazionale e delle identità locali, come Muratori aveva capito più di cento anni prima.
Sarebbe bello mettere simbolicamente di fronte alla classe politica di oggi ed alle azioni che intendono intraprendere un po’ di “padri della Patria”, del nord e del sud del Paese, tipo Francesco Crispi, Giosuè Carducci, Cesare Correnti, Michele Amari, Guido Baccelli, Ruggero Bonghi, Pasquale Villari, che, dopo aver partecipato in prima persona e con storie personali diverse alla creazione dell’Unità nazionale, hanno lottato per creare queste istituzioni. Per loro, fare politica, ha avuto anche il significato del cercare di “cucire” il presente con il passato.
Ce li vedete tanti soggetti che ricoprono cariche politiche odierne (e non voglio fare nomi) riuscire a fare bella figura davanti a personaggi come questi?
Se essi sono riusciti a tenere testa a Quintino Sella (che aveva problemi di bilancio anche più gravi di quelli odierni) è possibile che oggi non si riesca a confrontarsi Tremonti con buone motivazioni, dato che non partiamo da zero, ma siamo nella buona compagnia di coloro che ci hanno preceduto?
Se non riescono gli storici a spiegare in quattro efficaci parole che, mentre si celebra l’Unità d’Italia, si rischia di farne a pezzi la memoria (ivi compresa quella delle identità locali), forse allora vuol dire che ci si merita quello che sta accadendo?
Sappiamo tutti benissimo che, dietro agli atti contabili vi è anche una questione che è è squisitamente politica e deriva dall’idea – in qualche modo divenuta opinione comune – che la ricerca, soprattutto quella umanistica, vada considerato come una palude da essiccare.
E allora, non farà male ricordare che, dopo il 1860, mentre si iniziarono a costruire ferrovie, strade e altre opere pubbliche, si pensò anche a fondare anche luoghi e istituzioni come quelli che oggi si voglio uccidere.
In altre parole, queste istituzioni nacquero da un progetto condiviso relativo all’idea stessa della struttura da dare allo Stato, al di là delle contingenze politiche e peraltro pescando a piene mani anche in esperienze pre-unitarie. Nella gravità della situazione presente, credo si possa cogliere un’ottima occasione per parlare una volta tanto di storia e di chi la studia non solo in termini claustrofobicamente accademici (che non interessano a nessuno), ma scendendo sul terreno del valore generale della funzione che questa disciplina, antica e venerabile come poche altre, svolge nella società contemporanea.
È quello che stanno facendo anche tante altre categorie, e dobbiamo farlo anche noi, senza lamentarci, ma spiegando e difendendo le nostre ragioni a viso aperto, con la convinzione che, dalle crisi, si può uscire anche riposizionandosi con più forza.
Se il ministro Bondi (prescindendo da ciò che ciascuno di noi ne può pensare) è riuscito a spuntare un primo risultato, anche grazie all’intervento di Napolitano, vogliamo dargli mille altri buoni motivi per rendersi conto che, se si ferma qui, è come se non avesse ottenuto niente e che del prevedibile sfacelo che ne deriverà si poterà per sempre la responsabilità politica e, se permettete, storica? È un’opportunità da non sprecare. Spero di non avervi tediati troppo a lungo e vi saluto tutti cordialmente,
F. M.
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