Croci stazionarie

La fontana di Roberto Avalerio a S. Maria della Strada di Matrice

By 11 Giugno 2011 No Comments

Nelle immediate vicinanze della basilica longobarda di S. Maria della Strada, apparentemente isolato dal contesto, sopravvive malamente il cippo di una fontana che aiuta a complicare lo studio dell’antico complesso.
Molto probabilmente in origine era collocato in un altro luogo, ma poi, per una finalità pratica ed una circostanza religiosa, fu trasferito nel punto dove si trova in una forma complessivamente diversa da quella originaria.
A vederla oggi sembrerebbe essere una colonna cava che abbia fatto parte di una fontana a due getti simmetrici.

Una fontana piuttosto particolare perché assolutamente poco pratica se volessimo ritenere che si tratti semplicemente della parte terminale di una sorgente naturale.
La sua forma, però, ci induce a ritenere che facesse parte di una costruzione piuttosto complessa e che il sistema di adduzione non fosse simile alle solite fontane campestri che, oltre che servire per dissetare, erano spesso arricchite di vasche per lavare i panni e di abbeveratoi per gli animali.

Sappiamo che almeno fino all’inizio del XVIII secolo, all’epoca di Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento e poi papa Benedetto XIII, la colonna era sul lato destro della facciata della basilica: “A qual porta d’entrata, a man destra, sta una fonte di pietra in forma rotonda, sostenuta da una colonna anche di pietra per acqua benedetta”.
Oggi si trova a una cinquantina di metri dalla facciata settentrionale della chiesa.

Così il Galluppi negli anni Trenta: Il cippo in pietra che serviva da fontanina, esiste ancora, ma il distico in esametri letini, decifrato dopo molti sopralluoghi con la mia collaborazione, non è più leggibile. I pastori e i passanti avranno corroso con pietre e attrezzi da lavoro la iscrizione. Il Sindaco di Matrice Dott. agostino Del Corpo, appassionato cultore di cose antiche e saggio amministratore del Comune, ha preso l’iniziativa di far prolungare la rete dell’acquedotto molisano in modo che dalla stessa colonnina sgorghi di nuovo l’acqua fresca per dissetare i pellegrini e i viandanti.

Il cippo è costituito da un rocco di colonna monolitica circolare in calcare locale terminante in alto con una fascia  decorata da figure a rilievo che la fanno sembrare un capitello.

Lo pseudo-capitello era cavo all’interno e nella prima metà del XIX secolo, probabilmente nel 1847, vi fu inserita una pietra circolare che reggeva una croce stazionaria piuttosto semplice di cui è sopravvissuto solo un pezzo a sezione quadrata dell’asse verticale.

Che si tratti fin dall’origine di una fontana si capisce dal distico in esametri latini che, nonostante le manomissioni del tempo e degli uomini, ancora si legge nella parte immediatamente sottostante lo pseudo-capitello, in luogo del collarino.

I due versi sono stati così ricostruiti:
VALERII DOMINI ROBERTI TEMPORE REXIT
VT SITIENS BIBAT HOC CLARO DE FONTE QVOD EXIT

Chi era questo Valerio Roberto?

Il Catalogus Baronum, sebbene riporti in maniera assolutamente essenziale i dati relativi ad ogni feudo, è oggi l’unico strumento che ci permetta di comprendere l’importanza e, forse, anche la dimensione dei feudi normanni con la loro capacità economica subito dopo la metà del XII secolo. Come è noto, i fogli originali del Catalogo sono andati perduti durante l’ultimo conflitto mondiale ma ne conosciamo il testo grazie alla trascrizione di Evelyn Jamison che lo pubblicò nel 1972 dopo aver revisionato le precedenti edizioni di Carlo Borrelli, di Carmine Fimiani e di Giuseppe Del Re.

Ruggiero II, preoccupato per l’affrancamento che autonomamente facevano i suoi baroni nella fornitura dei militari, promulgò regole precise per la formazione dell’esercito stabilendo che il numero di militi cui il feudatario era obbligato nella sostanza era proporzionato alla capacità economica del feudo assegnato in concessione.
Il Catalogo dei Baroni, dunque, non è altro che il registro fatto redigere dal re normanno tra il 1150 ed il 1168 per una leva generale necessaria per formare una grande armata reale sostenuta da tutti gli uomini liberi prescindendo dal loro stato sociale e dal loro rapporto feudale.

A proposito dei feudi collocati nel territorio di Matrice, si legge: Robertus Avalerius tenet a predicto Comite Matricem que est sicut ipse dixit pheudum ij militum, et Collum Rotundum et Archipresbiterum, et Albonem quod est sicut ipse dixit feudum unius militis, et Ripam de Brittonis et Castellum quod est feudum j militis. Una sunt de proprio feudo suo milites iiij et eius augmentum sunt milites iiij. Una inter proprium feudum et augmentum obtulit milites octo et servientes viij.

Robertus Avalerius, feudatario del conte di Molise, nel Ducatus Apuliae, di Matrice, Collerotondo, Archipresbiterum, Albone, Ripabottoni, Castellum apparteneva ad una potente famiglia feudale della Capitanata. Il suo nome, Robbertus Habalerij appare in un atto di concordia dell’ottobre 1147 sottoscritto a Limosano tra Hugo Marchisius e Giovanni abate di S. Sofia di Benevento.

Poco meno di un anno dopo, il 7 agosto 1148, l’arcivescovo di Benevento, coadiuvato dai vescovi di Volturara Appula e di Civitate, riconsacrava la basilica di S. Maria della Strada.

La Jamison ha ritenuto che questa data corrispondesse all’anno di fondazione della badia ed ha tirato conclusioni non propriamente condivisibili sui significati delle figurazioni della facciata e delle quali ci siamo occupati in altro luogo. I due documenti sono comunque interessanti per capire che in date prossime al 1147 e al 1148 in questa parte del territorio molisano si intrecciavano interessi di vario genere e che Roberto Avalerio fosse un personaggio di tutto rilievo.
Quindi ragionevolmente il Robertus Avalerius del nostro cippo dovrebbe essere proprio il feudatario che ritroviamo nell’elenco di baroni che contribuirono nel 1150 alla grande leva per la formazione dell’esercito normanno.

Dunque il nostro Roberto avrebbe preso l’iniziativa di regolarizzare una modesta sorgente, che probabilmente si trovava nelle vicinanze di Santa Maria della Strada, con la costruzione di un piccolo complesso nel quale, presumibilmente, l’acqua veniva convogliata in un canale che finiva in qualche modo sulla volta di un criptoportico a pianta centrale in maniera che il rivolo si riversasse dall’alto nell’incavo del capitello per fuoriuscire dai due cannelli simmetrici.

Come fosse articolato il sottostante criptoportico è difficile dirlo, ma sicuramente la parte centrale era occupata dalla colonna acquaria attorno alla quale era possibile girare.

Il degrado delle figure della fascia decorata rende complicata una sua interpretazione e i bassorilievi sono stati considerati coevi di quelli della facciata di S. Maria. Un giudizio fortemente condizionato dalla sicurezza con la quale la Jamison datava la fondazione della chiesa che, invece, a nostro avviso è di molto più antica se è vero che già nel 1036 la nota pergamena di Montagano attestava la sua esistenza (sia che si tratti di un documento originale che di una copia normanna).

Il concessionario richiamato nella pergamena in cui sono richiamati anche i confini del territorio dovrebbe essere Pandolfo IV (padre di Landolfo e figlio di Pandolfo III) che fu principe in tempi alterni dal 1016 al 1022, dal 1026 al 1038 e dal 1047 al 1050. Quindi la data corretta sarebbe il 1036 (venti anni dopo il 1016).
A nostro parere i caratteri del capitello sono riconducibili alla metà del XIII secolo, mentre più antiche sono le sculture della facciata della basilica.

Cosa vogliano significare complessivamente non è chiaro.

L’Ambrosiani nel 1887 poteva osservarle meglio: “In esso veggonsi scolpiti: 1. due leoni posti di fronte che han delle zanne a una testa di bue dal cui naso usciva un zampillo d’acqua; 2. un’altra testa di bue e un uomo colle gambe stranamente allargate e con le braccia aperte; 3. un vitello la cui testa fu spezzata e che pare sia stata in atto di bere ad uno scorgo di acqua. Sonvi altre figure, ma irriconoscibili, perché dal tempo corrose o altrimenti guaste”.
Sulla identificazione della testa del toro o del vitello con la figura di Cristo in tutto il complesso programma iconografico di S. Maria della Strada credo che ormai non vi siano più dubbi, soprattutto se si richiamano i versi del Deuteronomio (Deut. 33,17): “Come primogenito di toro, egli è d’aspetto maestoso e le sue corna sono di bufalo; con esse cozzerà contro i popoli, tutti insieme, sino ai confini della terra
”.

Franco Valente

Bibliografia essenziale
AMBROSIANI Vincenzo, La chiesa badiale di S. Maria della Strada in Matrice, archeologicamente descritta e dilucidata, Campobasso 1887.
BERTAUX Emilio, L’art dans l’Italie meridionale, Parigi 1904.
CUOZZO Errico (a cura di), Catalogus Baronum – Commentario, Roma 1984.
GALLUPPI Michele (+ 1940), Il monumento nazionale di Santa Maria della Strada in Territorio di Matrice (opera postuma), Campobasso 1963.
GANDOLFO Francesco, S. Maria della Strada (in Le vie del Medioevo) Milano 2000.
GASDIA Vincenzo Edoardo, Sancta Maria de Strata, Campobasso 1911.
JAMISON Evelyn (a cura di) Catalogus Baronum, pubblicato dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1972.
JAMISON Evelyn, Notes on Santa Maria della Strada at Matrice, Roma 1938.
TROMBETTA Ada, Arte nel Molise attraverso il Medioevo, Campobasso 1984
VALENTE Franco, S. Maria della Strada (in http://www.francovalente.it 2008 e sgg.)

Estratto da ARCHEOMOLISE, n.7/2011

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