Politica Regionale

Franco Valente. Il razionalismo politico molisano (1980)

By 15 Febbraio 2012 No Comments

Questo articolo, che tratta del sistema politico-clientelare molisano, fu scritto per un volumetto che riportava articoli di vari autori, edito da Elio Franceschelli nel 1980, che andava sotto il titolo: Utopia e non.

Una delle storielle che puntualmente si racconta nell’ambito della ricerca delle prospettive economiche della regione Molise è il voler attribuire ad essa una vocazione turistica. Indubbiamente il turismo può essere un fatto economico importante, ma soltanto come conseguenza di una corretta ed ordinata politica del territorio ove i beni naturali, le persistenze storiche, i valori culturali, vengano considerati in funzione prima di tutto degli abitanti del territorio stesso. Tantomeno si può considerare valido il tenere come attrazione turistica da baraccone lo zampognaro o il pastore con la pelliccia di montone, se la loro funzione e la loro attività si deve reggere su presunte iniezioni ricostituenti delle traballanti pro-loco o dell’Ente Provinciale per il Turismo. Certamente, inoltre, non si può considerare legittima aspirazione delle popolazioni del Molise vedere orde di turisti domenicali, forniti di indistruttibili involucri di plastica, carichi di panini confezionati a Roma o a Napoli, passare e ripassare a distruggere tutto ciò che la natura spontaneamente offre. E molto meno accettabile è la viabilizzazione delle montagne, che assume l’aspetto di un intervento grottesco e contraddittorio per una politica di sviluppo turistico in cui le premesse sono la bellezza paesaggistica. I beni economici non possono e non devono essere assunti sulla base di erronee e sorpassate esperienze di altre regioni, prostituendosi in maniera indegna all’efficientismo del grosso capitale.

La politica dell’accattonaggio, favorendo il paternalismo degli investimenti, crea di conseguenza il clientelismo servile fecondato da una erronea interpretazione popolare della storia della proprietà fondiaria. L’immaturità e l’impreparazione politica, tipica di una regione come il Molise, subiscono spesso il fascino del capitalismo avanzato con un atteggiamento simile a quello dell’indigeno in presenza dell’esploratore che gli regala specchietti e vetri colorati.

Al Molise si regalano specchietti e vetri colorati e si rubano il territorio, i fiumi, le sorgenti, le popolazioni. L’emigrazione ha portato via dal Molise il meglio, lasciando sul posto una classe sociale sostanzialmente incapace a gestire un patrimonio ormai libero. All’abbandono non è succeduta una riorganizzazione del territorio; non si sono neppure poste le premesse per una riorganizzazione, con la conseguenza di una situazione di fatto gravissima, soprattutto nella prospettiva imminente di un riflusso migratorio che troverà paesi e città completamente inadeguati a ricevere tale mole di disoccupati, abituati tra l’altro ad un tenore di vita ben diverso. L’emigrato partito tanti anni fa con la valigia di cartone tenuta con lo spago, oggi ritorna disoccupato ma con la mercedes, con una nuova famiglia e con tante delusioni. A questa sua gente il Molise dice di accomodarsi mentre si inventa il turismo; magari lo si vedrebbe messo a vendere cartoline vestito da zampognaro delle Mainarde, oppure con un organetto in mano a fare il giro col piattino sul Matese, o vestito da pescatore a vendere i surgelati al porticciolo di Termoli. Il problema del Molise è grande e ancora più grandi sono le chiacchiere inutili. I tromboni continuano a suonare sempre la stessa nota in una orchestra che ripete sempre la stessa musica.

Manca un qualsiasi rapporto con la storia e si assiste al crollo di ogni valore tradizionale di buon senso. L’arricchimento veloce è il nuovo dio imperante nella politica: in cinque anni di mandato ci si deve sistemare per tutta la vita in una corsa spasmodica ove l’interesse privato è generalizzato ed assunto come modello di comportamento.

E’ evidente che la situazione non migliora con il passare degli anni, quando ormai la metodologia politica è stata soppiantata dall’interesse di parte, quando la ricerca scientifica è stata superata dall’intervento clientelare. E’ evidente ancora che la situazione non può migliorare se il lasciar fare passivo da parte delle popolazioni continua ad essere la emanazione storica di una atavica acquiescenza al padrone conquistatore.

Persa la guerra con Roma, il Sannio non è riuscito a ritrovare la sua indipendenza culturale. Il territorio che in epoca sannitica veniva utilizzato secondo la reale vocazione del territorio, successivamente, con l’intervento imperialistico e colonizzante romano, vede la nascita di una serie di infrastrutture che decreteranno l’introduzione della civiltà classica, con lo sfruttamento sistematico del popolo conquistato e la morte del libero uso del territorio.

Tutti gli interventi successivi introdurranno nuovi sistemi urbanistici, nuove forme architettoniche, nuove tradizioni culturali, ma il risultato finale non contribuirà a far individuare le naturali vocazioni del territorio e il territorio stesso verrà assoggettato a sistemi economici, in apparenza più ampi, che faranno di esso un elemento marginale. Oggi verifichiamo con mano tutti gli errori politici commessi nella regione molisana e purtroppo si sente dire che tanti programmi oggi non vengono portati avanti perché superati da nuove concezioni economiche. Questo è quanto di più falso si possa affermare, anche nell’ambito di una politica efficientissima. E’ falso perché tali programmi sono considerati superati senza che tuttavia se ne sia, non dico terminato, ma perlomeno iniziato seriamente neanche uno. Cosi è il discorso sull’industrializzazione, cosi quello sul turismo, cosi quello sull’agricoltura, cosi quello sulla pastorizia.

Ma quale è la motivazione che si accompagna al fallimento di decine di anni di politica clientelare? Indubbiamente alla base di tutto vi è una incapacità a conoscere la struttura sociale ed economica attuale del Molise e soprattutto, nel momento che qualche conoscenza si abbia, a tradurla in una autentica azione mutante una realtà di fatto ancorata a criteri che negano ogni forma di controllo democratico della cosa pubblica. L’aggancio con la storia viene continuamente escluso con la conseguenza di offrire soluzioni sempre episodiche e slegate dal contesto strutturale.

I piani di intervento, ad ogni livello, partono da presupposti generalizzati che non trovano alcun aggancio con quelle pseudo-nozioni storiche che ad ogni piano, per puro fatto formale, vengono premesse.

Mai tra il fatto storico premesso e la proposta vi è un aggancio; e del resto ciò rientra nella logica del potere che vede la politica clientelare arbitra delle decisioni finali che comunque, accontentando immeritatamente i lecchini e i ruffiani, finisce per apportare più danni di quanti se ne avrebbero se non si facesse niente. I tecnici sono agganciati al carrozzone e sono scelti in maniera tale che le conclusioni di uno studio si sappiano prima di fare le analisi. Le relazioni analitiche quindi servono solo da copertura pseudo-scientifica a scelte operate a monte.

E’ necessario oggi riuscire a scoprire in che modo si regge tutto l’apparato clientelare e soltanto facendolo saltare è possibile iniziare a percorrere la strada democratica delle scelte naturali. Il Molise, per la sua particolare caratteristica di polverizzazione degli insediamenti umani, rappresenta un terreno fertile per una gestione controllata delle volontà politiche individuali e per il pilotaggio delle scelte ideologiche.

Le origini storiche di una tale situazione trovano riferimenti precisi in una realtà economica e sociale generale che ha visto le popolazioni molisane, dalla conquista romana in poi, rassegnate ad un assoggettamento passivo. La guerra tra i poveri si è tradotta nella nascita di una classe meschina di falsi intellettuali e falsi politici che nel gioco delle parti, nelle faide paesane, nello spirito campanilistico, hanno trovato lo spazio per ergersi a difensori dell’oppresso per meglio sfruttarlo. Il cafone molisano, ricco di valori interiori eccezionali, vissuto sempre al di fuori della logica del potere, sempre in contatto naturale con quel territorio che esclude i canali della clientela politica e la struttura dello Stato, è utilizzato e coinvolto alla sacralizzazione delle cerimonie elettorali senza che riesca ad afferrare il vero significato di tali operazioni.

E allora la lotta per la casa genericamente intesa diventa lo sfruttamento di un popolo per dare la casa al sindaco, all’assessore, al medico, al veterinario, al giudice. E questi pseudo e falsi intellettuali, postisi sul trono da essi fabbricato, hanno poi impostato e sacralizzato quella cultura borghese per cui il contadino oppresso finisce per odiare il suo ruolo e rinnega il suo nome quando il termine di cafone, secondo una certa concezione borghese, diventa sinonimo di offesa.

Oggi il sindaco del paese, spalleggiato dalle astratte analisi dei responsabili del turismo, ripropone la figura del cafone come elemento caratteristico per il richiamo e lo sviluppo turistico di una zona. Un popolo costretto a vivere una storia a lui estranea e di cui ha dovuto far parte senza volerlo. Oggi va di moda, anzi è diventata quasi una istituzione, ritrovare lotte rivoluzionarie in ogni dove. L’oppressione e la prepotenza nella nostra regione in realtà ci mostra accanto a rari esempi di rivoluzione individuale ed eroica, un popolo rassegnato che è autenticamente vivo ed umano al di fuori delle lotte elettorali, dimostrando di non riconoscersi non solo nell’Unità d’Italia, ma neanche nel re borbonico, nel principe romano, nel conte longobardo, nell’abate benedettino o nel console romano.

Li subisce, li ha subito, ma non li riconosce. La stessa emigrazione non può essere considerata una libera scelta di residenza nell’ambito di uno stato democratico, ma piuttosto il sacrificio di un popolo smembrato e polverizzato tra gente sconosciuta in cerca di lavoro. Tantomeno l’esodo migratorio può trovare una giustificazione storica nei fenomeni migratori dei primi Sanniti, essendosi essi spostati in massa, come popolo unito, alla conquista di un territorio libero. E ancora meno una matrice si può ritrovare nei fenomeni transumanti che, sebbene non presuppongano la stanzialità, tuttavia avvengono nell’ambito di un territorio con caratteristiche equilibrate tra zone vallive e zone montane.

Si insiste nel voler riconoscere come valori culturali quelli provenienti da una classe borghese accomodata dinanzi ai bar della piazza a spettegolare del più e del meno, pronta a fare grandi discorsi (quando non si parla di partite di pallone) sul cosa si dovrebbe fare per risollevare l’economia molisana e ancora più pronta a non voler riconoscere di essere essa la prima estranea a tali discorsi. Discorsi che sono al di fuori dagli interessi del popolo molisano, che ormai è incapace di prendere una iniziativa concreta per modificare le strutture di uno stato capitalistico con presupposti feudali, sovrapposti ad un sistema schiavistico. La condizione reale della proprietà privata di oggi, con il frazionamento all’inverosimile delle particelle catastali, è conseguenza di una più che centenaria attività legislativa fondata su errati presupposti sul concetto di proprietà privata.

Dal possesso feudale si passa alla piccolissima proprietà che ha sostituito al principe o al conte, padrone di tutto, una classe di principi di piccolissimi territori, spesso misurabili a palmi, in cui il contadino è il padrone assoluto. E allora le guerre tra le contee si trasferiscono a livello di confinanti che lottano per il palmo, letteralmente inteso, di terreno.

La vocazione naturale di un territorio, perciò, non può essere riconosciuta in vie di mezzo che cercano di accontentare tutti. Oggi le grosse preoccupazioni derivano proprio dalla coesistenza di più ideologie nello stesso sistema, con la conseguenza della applicazione a livello metodologico di una quantità di leggi contraddittorie, che contribuiscono a creare un clima di incertezza in tutti, con la conseguente necessità di rivolgersi al protettore politico per particolari occasioni. Per questo non può essere chiara la legge che tutela la proprietà fondiaria quando si pretende la coesistenza di princìpi capitalistici con quelli socialisti. Il risultato è una economia che non è né redditizia in termini capitalistici, né sociale in termini socialisti. In questa situazione in cui la libertà si confonde con la rassegnazione e la dignità umana con l’asservimento, c’è ovviamente chi ne trae non solo sostentamento, ma addirittura vi trova il modo per esaltarsi e porsi in una supremazia dove l’organizzazione mafiosa fa di esso uno strumento legale per arricchimenti illeciti.

Il clientelismo schiavistico ormai ha creato la cultura popolare dell’assoggettamento al leader quale elemento santificante di ogni rapporto con l’elemento burocratico che rimane la chiave ed il pilastro del regime.

L’operazione più semplice di recarsi in un pubblico ufficio a chiedere una informazione molto spesso viene filtrata dal protettore che trova il modo, mediante i solenni “ci penso io”, di rendere complicatissimi anche i più elementari rapporti con i servizi pubblici, in maniera che in tale complicazione sia solo egli, l’eroe, a capirci qualcosa e l’unico in grado di sbrogliare la matassa.

In questo clima gli uffici stessi non si pongono affatto come servizio, ma semplicemente come strumento clientelare del protettore, cui si deve eterna gratitudine per il posto regalatogli.

La dignità del lavoro va a farsi benedire per trasformarsi in una specie di omaggio feudale, con la differenza che al valore sul campo di battaglia si è sostituita la capacità di essere capomandria elettorale. E attraverso questa fittissima rete di capimandria elettorali si perpetua e si rinnova lo strapotere clientelare quando la battaglia ideologica si svilisce in lotte intestine di correnti per la gestione dei pascoli elettorali più prelibati e non si pone minimamente il problema dello scontro ideologico con le opposizioni che viene ridotto al semplice giochetto della esclusione dal potere. Gli scandali nazionali sui grossi furti, sulle esportazioni di capitale, sulle bustarelle, si trasformano, di conseguenza, nella tendenza del piccolo contadino, dell’ortolano, del pescatore, del commerciante di paese, ad assumere come modello di comportamento il furtarello e il piccolo imbroglio, che certamente non li arricchisce, ma determina di fatto il crollo di quei valori di rispetto umano che erano alla base della piccola e misera economia molisana. La meschinità del sospetto reciproco si sostituisce all’alleanza popolare, alla spontanea mutua assistenza. Tutto si adegua alla logica della furba borghesia e il raggiungimento di un livello superiore nella scala sociale si trasforma in un odio verso quelli che sono rimasti al livello cui si apparteneva.

Certamente tra i peggiori nemici della cultura contadina molisana vanno posti proprio quei contadini che si sono arricchiti non attraverso un’azione popolare di rivendicazione di giusti diritti, ma attraverso individuali azioni dl conquista.

E’ chiaro che in questo clima la figura del protettore assume una funzione ambigua ma evidentemente utile a se stessa. Un popolo che solo in rare occasioni si riconosce come forza politica, facilmente cede alle lusinghe delle promesse di una sistemazione individuale quale presunta giusta soluzione ad una certa concezione della proprietà.

Il fatto di impegnarsi è una garanzia borbonica in cui si può riscoprire l’errore storico del frazionamento fondiario. E’ il signore borbonico, che ha sempre succhiato dalla povera economia molisana, che ora si presenta sotto la veste protettrice di uno Stato nel quale difficilmente la società contadina, o ex contadina, riesce a riconoscersi.

Oggi, spesso, ci si appresta a liquidare come ignorante e servile la popolazione molisana, come quando si schierava per i borboni contro i movimenti liberali. L’analisi più attenta ci induce a ripensare sulle generiche valutazioni di condanna delle lotte dei contadini a favore dei loro padroni e certamente è utile che tale riflessione critica si conduca anche sui fatti elettorali che portano al rafforzamento delle posizioni di potere più reazionarie. Non bisogna confondere i metodi per il controllo e la deviazione ideologica, con i motivi di fondo che permettono ai gestori del potere di consolidarlo. Il governo rappresenta il nuovo padrone buono e il popolo vive pagando con il servilismo il prezzo di una terra che egli ritiene di aver rubato all’antico padrone.

Il governo, una volta dei Borboni, oggi perdona il contadino; anzi addirittura non solo gli permette di continuare ad essere il proprietario, ma addirittura gli fornisce un salario, attraverso la pensione o attraverso il posto di usciere o bidello, o cantoniere, che slegandolo dalla terra, gli consente di stare bene economicamente e di collocarsi come fedele servitore elettorale del protettore nel quale, in fin dei conti, si identifica.

Si instaura cosi un rapporto di vassallaggio tra il politicante e colui che ha ricevuto il posto. In ogni ufficio rimane per ogni impiegato la devozione ruffiana al protettore, che spesso divenuto il compare, che non si traduce solo in attaccamento di gratitudine materiale con l’agnello a Pasqua, la bottiglia di vino o la coppia di caciocavalli, ma diventa prostituzione morale con la promessa formale del voto e del galoppinaggio conseguente. Solo attraverso il voto il protetto riesce a sacrificare completamente se stesso e a scaricare il suo complesso di colpa che gli deriva dalla coscienza piena del furto che ha perpetrato ai danni dell’amministrazione e ai danni della società assumendo un posto che coscientemente riconosce non suo.

E si ricrea quel rapporto complesso che apparteneva al contadino quando considerava un furto al signore la conquista sacrosanta della terra da lui coltivata.

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