Iuniperata, Castello Petroso e il presbitero carolingio Leone.

Castello Petroso nel Registrum Petri Diaconi
Il toponimo di Castelpetroso fa capire quale sia la natura del territorio su cui sorge il nucleo fortificato e l’abitato.
La notizia più antica ci viene da un documento del 1019, trascritto da Pietro Diacono, che attesta l’esistenza di una castello e almeno due chiese nel suo territorio:
Off(ersio) Leonis presbyteri et monachi de S. Salvatore et S. Christoforo in Castello Petroso. Ego Leo presbyter et monachus qui sum custodes ecclesiarum S. Salvatoris et S. Christophori, que edificate sunt infra finibus de Buiano in aptu de Castello Petroso in locum ubi Iuniperata nuncupatur; et sum natibus de terra Francisca, et modo sum abitator infra finibus de supra dicto Castello Petroso. Declaro me pertinentem habere ipse predic(tas) eccle(sias) S. Salvatoris et S. Christoforis mar(tiris), quod ego et Giso mon(achus) ger(manus) meus cum alii(s) confratribus nostris fecimus construere atque edificare a nobo fundamine, et ipsa(m) eccllesia(m) S. Salvatoris reconciliabimus ab antiquo fundamine
(Io Leo, prete e monaco, che sono custode delle chiese di S. Salvatore e di S. Cristoforo che sono edificate nei confini (diocesani) di Boiano nel territorio di Castel Petroso in quel luogo che si chiama Iuniperata. E io sono tra i nati della terra francese e ora sono abitatore del territorio che si trova sopra detto Castello Petroso…) .
Il toponimo di Iuniperata indica il carattere che aveva l’area in cui sorgevano le due chiese e dovrebbe derivare dal fatto che la zona era particolarmente ricca di ginepri, se è vero che il termine sia un’aggettivazione di iuniperus, ginepro.
Erano due chiese dipendenti dall’abbazia di Montecassino, tant’è che in uno dei pannelli della porta di bronzo della basilica di Desiderio e realizzata a Costantinopoli nel 1066, se ne attesta il rapporto: ECCL(esi)A S(ancti) XPISTOFORI IN CASTELLO PETROSO CVM P(er)TINENTIIS SVIS.
Certamente interessante la circostanza che il presbitero Leone, custode e cofondatore delle chiese, dica et sum natibus de terra Francisca, ovvero io sono tra i nati della terra francesca. Una precisazione che attesta in maniera inequivocabile che si tratti di un religioso appartenente a quel gruppo di monaci venuti dalla Provenza nell’ambito di quel processo di diffusione della presenza carolingia in un territorio che ancora era fortemente legato alla tradizione longobarda-beneventana.
Una questione sulla quale avremo modo di tornare.
La chiesa di S. Cristoforo in Castro Petroso viene ancora citata nel diploma di Lotario III del 1137 .
La citazione del Catalogo dei Baroni, poi, conferma che quel luogo pietroso in epoca normanna, intorno al 1153, appartenesse a Raul de Molisio: Raul de Mulisio dixit quod demanium suum de Castello Petroso, et Pectorano est feudum iiijor militum, et augmentum eius sunt milites iiijor. Una inter feudum et augmentum obtulit milites viij et servientes x.
Di Raul de Molisio, appartenente alla potente famiglia dei conti di Molise, abbiamo notizia nel 1153 per aver testimoniato in Venafro nella sottoscrizione di un accordo tra Ugo II, conte di Molise, e Giovanni, abate di S. Sofia di Benevento, con la quale si confermavano le concessioni dei suoi avi circa i diritti del monastero sui castelli di Castelvecchio, Toro, e S. Giovanni in Galdo .
Il numero dei milites che il feudatario doveva fornire sono sufficienti a delineare un quadro economico che, nella sostanza, era simile alla gran parte degli altri feudi.

Il Castello di Castelpetroso trasformato in palazzo baronale
Il feudo di Castelpetroso, insieme a quello di Pettorano (Pettoranello) dovendo il suo titolare garantire un milite armato per ogni 20 once d’oro di reddito, inizialmente aveva il valore corrispondente a quattro milites, cioè 80 once d’oro, poi saliti ad otto (con 10 servienti), per 160 once d’oro.
L’articolazione architettonica del castello, sicuramente esistente in quell’epoca, era proporzionata alle risorse economiche del feudo e perciò possiamo immaginare una struttura edilizia di estrema essenzialità, formata al massimo da una sottile torre con un piccolo recinto aggregato. Tanto si ricava dall’esame di quanto rimane delle strutture murarie ormai definitivamente distrutte o inglobate negli ampliamenti dei tempi successivi.
Il Capecelatro nota che Carlo I d’Angiò abbia concesso il feudo a Giovanni d’Alneto, Vice Giustiziere del Regno e il Camera riporta che successivamente Carlo II d’Angiò lo abbia assegnato a Giovanni Scotto.

Tracce della scarpa del castello angioino
Subito dopo Castelpetroso passò ad Andrea d’Isernia la cui vedova Burlesca Roccafoglia lo vendette nel 1319 ad Alferio d’Isernia .
Il Masciotta ricostruisce la serie di feudatari dei quali è attestato il possesso di Castelpetroso.
Alferio d’Isernia lasciò tre figli: Nicola, Ruggiero, e Bernardo. Il primo successe al padre nel feudo di Castelpetroso, ma non si conosce quanto tempo sia rimasto nel possesso della sua famiglia.
E’ probabile che verso la fine del XIV secolo venisse acquistato da Martuccia Capuano, moglie di Carluccio Pandone, insieme feudatari di Boiano, e da costei passasse in eredità al figlio Francesco Pandone, Conte di Venafro che, morendo nel 1457, lasciò Castelpetroso al proprio secondogenito Pandolfo.
Pandolfo fu particolarmente aggressivo nei confronti dei vassalli di Antonio Caldora, conte di Trivento e titolare di feudi contermini, tanto che il re Ferrante il 14 novembre del 1458 lo richiamò con una propria lettera : Magnifice vir familiaris nobis dilecte. Per altre nostre lectere vi havimo comandato devissini restituire alli vaxalli del conte Antonio Candolo (Caldora) tutto quillo bestiame li toglistini et sero havimo informacione non l’aviti anchora restituiti, del che ne simo non poco maravegliati. Et per quisto iterum et de novo ve scrivimo et comandamo per la presente, che per quanto haviti cara nostra gracia, debiati, incontineti receputa quista nostra lectera, senza altra dilatione restituire lo dicto bestiame per vuy tolto alli dicti vaxalli, guardandovi molto bene de no innovare cosa alchuna contra quilli, che quando altramente se recercaria, benche ne rendimo certi non discupariti da nostra volunta et comandamenti
Bibliografia:
H. BLOCH, Monte Cassino in the Middle Age, Roma 1986
E. JAMISON, Conti di Molise e di Marsia, App., doc. 3.
E. CUOZZO (a cura di), Catalogus Baronum – Commentario, Roma 1984.
F. CAPECELATRO, Storia di Napoli, vol. III, Torino 1870
G. B. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, Vol.III, Cava dei Tirreni 1953,
M. CAMERA, Annali delle Due Sicilie dall’origine e fondazione della monarchia fino a tutto il regno dell’augusto sovrano Carlo III di Borbone – Anno 1268. Napoli 1841
G. MORRA, Una dinastia feudale: i Pandone di Venafro, Verona 1985
A. MESSER, Le codice Aragonese, Parigi 1912





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