S. Eustachio di Sesto Campano.
Due altari di Tommaso Brunetti, sconosciuto maestro marmoraro di Alfedena.
S. Eustachio. Antichissima e coeva dell’abitato. In passato aveva carattere di ricettizia numerata con l’arciprete e tre partecipanti, soppressi questi ultimi in virtù della legge 15 agosto 1867.
Nel 1802 ebbe restauri radicali, che le hanno conferito l’aspetto attuale. Non presente nulla di notevole nei riguardi della storia e dell’arte; ma possedeva parecchi calici di argento, due di oro, ed un grande ostensorio di argento massiccio del cinquecento, che vennero rubati nel 1881 da ladri rimasti ignoti.
Così e non più di tanto scrive Giambattista Masciotta sull’antica chiesa di S. Eustachio nel centro antico di Sesto Campano (Sesto Campano, in Il Molise dalle origini ai nostri giorni, volII).
Una chiesa di cui scarseggiano notizie anche se abbiamo certezza della sua esistenza nel 1309 perché la vediamo tra le chiese che pagano le decime: Archipresbiter pro ecclesia S. Eustasii que valet unc. 1 ½ solvit tar. IIII 1/28 (Rationes Decimarum Italiae, Aprutium-Molise, sec. XIII-XIV)
Quale fosse la sua architettura originaria non è chiaro. La particolare forma rettangolare della facciata attuale e il finestrone circolare fanno ritenere che il suo prospetto si rifacesse alle architetture abruzzesi di epoca angioina secondo una tipologia abbastanza consueta nel Regno di Napoli e che caratterizzava, nella vicina Venafro, anche le facciate della Cattedrale, dell’Annunziata e di S. Nicandro, tutte successivamente adattate al gusto barocco e neoclassico.
All’interno si conservano due altari, uno dedicato a S. Eustachio e l’altro a S. Domenico, di cui sappiamo molto dalle epigrafi che sono sopravvissute alle tante trasformazioni, non tutte positive, che la chiesa ha subito dalla metà del XVIII ad oggi.
Citati da Vittorio Casale ( Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell’età barocca) su segnalazione di Dora Catalano, rappresentano certamente una sorta di anomalia nella tradizione dell’arte marmorara che si diffuse nel Molise (e nella Terra di Lavoro di cui allora Sesto Campano faceva parte) perché l’autore tenne a precisare non solo di chiamarsi Tommaso Brunetti, ma anche di essere di Alfedena.
Sulla destra dell’altare di S. Eustachio vi è la firma del maestro: TOMASO BRVNETTI D’ALFEDENA F, 1751.
Sulla sinistra il nome del committente: D.O.M. / SAC.TO DNO MARM.M / ALT.E PONI ET ORNARI / CVRAVIT V.J.D. SEV.S MANSELLI / A. D. MDCCLI.
L’altare di sinistra fu realizzato l’anno seguente e Brunetti vi applicò solo le sue iniziali TB.F(ecit) sulla sinistra , avendo cura di appuntare, sull’altro lato, il nome del procuratore e l’anno di esecuzione ALES. PALUMBO PROC. / 1752.
Pressoché simili tra loro, furono realizzati utilizzando pietre che, molto probabilmente, furono ricavate almeno parzialmente da monumenti romani. Sono soprattutto brecce di varia provenienza dai colori caldi che vanno dal rosso all’ocra, con intarsi di marmo più pregiato nero, bianco e rosso.
Quello di S. Domenico è più articolato. La mensa rettangolare si appoggia a due mensoloni che sono facilmente riconducibili alla tradizione fanzaghiana che in Abruzzo e anche in Venafro, come mi sembra di poter affermare per l’altare seicentesco della chiesa di Cristo, nella cupola dell’Annunziata e nella casa della Congrega.
Sono elementi di una cultura architettonica ed artistica che per oltre un secolo influenzò la produzione marmorara del regno di Napoli.
Nel 1751 si tenga conto che i Borbone avevano richiamato a Napoli il meglio della cultura europea e in quell’anno si stava iniziando la grandiosa Reggia di Caserta in terra di Lavoro.
Nulla sappiamo di questo Tommaso Brunetti, ma certamente egli maturò la sua esperienza con maestri marmorari del regno di Napoli e la circostanza che lo troviamo presente a Sesto Campano ci porta a ritenere che non sia stato ininfluente che questo centro si trovasse sulla via che collegava Alfedena a Napoli e, ovviamente, a Caserta.
Alla fine del secolo scorso, seguendo una consuetudine che in molti casi ha determinato sconcertanti scempi per una riprovevole cattiva interpretazione delle norme liturgiche del Concilio Vaticano II, anche nella chiesa di S. Eustachio fu demolita la mensa dell’altare maggiore e ne fu realizzato uno nuovo rivolto ai fedeli.

Nel caso di S. Eustachio, però, sicuramente l’altare che fu smontato non era di particolare pregio, tant’è che non si ritenne neppure necessario utilizzare i pezzi smontati per la nuova sistemazione. Purtroppo, in genere, dei nuovi adattamenti non esistono documentazioni e tantomeno progettazioni. E’ noto che in genere si è proceduto con grande approssimazione e superficialità affidandosi spesso al gusto di marmisti che dell’antica arte marmorara hanno solo una vaga conoscenza.
Non saprei, dunque, a chi ricondurre questo nuovo altare e neppure da dove provengano i due magnifici pannelli marmorei che, con assoluta evidenza, sono produzione di una bottega napoletana di grande livello. In particolare per quell’andamento “alla borromina”, come si usava definire gli altari che presentavano quelle caratteristiche concavo-convesse che da Roma si erano diffuse anche a Napoli. In questo caso la necessità liturgica ha perlomeno permesso di recuperare due reperti che, in altre circostanze, avrebbero preso il volo per atterrare in qualche villa privata.













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