Croci stazionarie

Considerazioni già fatte aspettando Francesco nel Molise. Croci stazionarie e teologia del consumismo.

By 12 Giugno 2014 No Comments

Teologia e ideologia nelle opere dell’uomo

(estratto da Franco Valente, Croci stazionarie nei luoghi antichi del Molise, Regia edizioni, Campobasso 2012)

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La società contemporanea appare a noi contemporanei come un’aggregazione confusa di opere razionali ma provvisorie.
Per noi contemporanei il mondo sembra essere un grande contenitore di oggetti, molti dei quali profondamente modificati dall’uomo, che hanno il carattere della deperibilità. Tutto, mai come oggi, appare come provvisorio.

Eppure la contemporaneità non è uguale per tutti i contemporanei. Ogni individuo, pur essendo fisicamente e consapevolmente presente in un determinato momento dell’evoluzione della realtà di cui fa parte, ha un’immagine di ciò che lo circonda fortemente condizionata dalle successioni temporali della sua storia personale e del contesto diacronico in cui la sua storia si colloca.

Nel procedere nella redazione di questa raccolta di Croci molisane ho avuto l’impressione che non si sarebbero potute capire le loro peculiarità formali se non si fosse preventivamente cercato di comprendere se il loro esistere sia una derivazione di motivazioni che allo stato dei fatti non sembrano ritrovabili nella loro concretezza monumentale, grande o piccola che sia, oppure sia semplicemente conseguenza di una banale decisione di un committente, più o meno acculturato di cose religiose.

Alla fine è prevalsa la prima ipotesi. Cioè queste Croci intanto esistono, in quanto la loro esistenza è conseguenza di una particolare concezione teologica che prescinde dalle conseguenze ideologiche che nel tempo le hanno connotate.

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In altri termini, man mano che la catalogazione si arricchiva di nuovi elementi, si concretizzava un’idea dell’arte e dell’architettura che in qualche modo poteva essere definita teologica in aperto contrasto con un‘altra idea dell’arte e dell’architettura che poteva essere facilmente definita ideologica.

Un’idea che, per la ricchezza e vastità di contenuti, è estensibile a tutti i monumenti artistici ed architettonici della Cristianità, in qualunque luogo del Mondo siano collocati e in qualsiasi momento siano stati concepiti.

Insomma la ricerca sulle Croci molisane ha permesso di capire che nella realtà che ci circonda è possibile operare una schematica differenza tra le opere dal contenuto ideologico da quelle dal significato tecnicamente teologico.

Una differenza che in qualche modo non costituisce una contraddizione, quanto piuttosto un completamento.

Per arte o architettura ideologica dobbiamo necessariamente intendere tutte quelle opere dell’uomo che sono nate per risolvere problemi di natura sociale o economica.

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Le opere ideologiche sono quelle che rispondono ad esigenze sociali. Hanno finalità pratiche. Sono le scuole, i municipi, gli ospedali, le case, le piazze, i castelli, i ponti, le strade, gli acquedotti, le linee elettriche, i campi sportivi, le discoteche, i cinema, i musei. Insomma tutto ciò che serve all’uomo per organizzare la vita quotidiana. Sono tutte opere che servono a raggiungere quelle finalità pratiche che nella sostanza, se funzionano bene, ci permettono di stare bene in salute, di essere istruiti, di godere delle opere dell’ingegno umano.

Le opere teologiche, invece,  rispondono ad una particolare esigenza che non necessariamente abbia finalità pratiche. Per fare un esempio nel mondo cristiano, cioè nella nostra realtà, sono le chiese.

Se, in termini ideologici, ci si ponesse il problema di capire a cosa serva una chiesa dal punto di vista pratico, sarebbe difficile trovare una giustificazione alla loro esistenza. Specialmente oggi che le chiese sempre più si connotano per gli aspetti ideologici e tecnologici, più che per quelli teologici.

E quel complesso di circostanze economiche, che una volta si chiamava “consumismo”, ha dato una spallata fondamentale per cancellare quel residuo di teologico che era nelle chiese.

 

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E’ strano a dirsi, ma oggi finalmente il “consumismo” si identifica con il volto del governante. Ci sarebbe quasi da rallegrarsi, perché sembrerebbe di poter dire che abbattendo l’immagine si abbatte anche ciò che l’immagine rappresenta.

Ci piacerebbe che fosse così, ma, purtroppo, così non è. Perché proprio la società tecnologica, prodotta da ciò che si contesta, ci consente di capire che il giorno della felicità assoluta, della parità tra gli uomini, della perdita del dolore, della società pacificata, è ancora molto lontano. Abbattendo o non abbattendo l’immagine del consumismo.

Nel “68” pareva che si fosse capito il significato del termine ideologia. Sembrava che tutti avessero capito che non esiste un’ideologia di sinistra o di destra, ma esiste semplicemente un complesso di elucubrazioni che le classi dominanti (o più semplicemente i gruppi dominanti) mettono insieme per giustificare i prodotti dei loro interessi.

Oggi i gruppi dominanti, ovvero i possessori dell’informazione (che, poi, coincidono con i possessori dei meccanismi economici) sono diventati così bravi da essere riusciti a cancellare anche qualsiasi possibilità che gli aspetti teologici della vita quotidiana vengano ricondotti ad una visione ideologica.

Quel processo che in chiave marxista sembrava stesse arrivando al momento di un cambiamento determinato da una sorta di ineluttabilità della storia, perché ormai era vicino il tempo in cui stavano per esplodere le contraddizioni del sistema capitalista, ora sembra destinato, sempre per quella ineluttabilità della storia, ad essere rinviato. Addirittura “sine die”.

Quel torpore che Marx attribuiva alla religione, in realtà viene diffuso in dosi industriali dal digitale terrestre, dai ripetitori satellitari, dai telefonini, dai computer portatili, dalla televisione di Stato e da quella privata concorrente. Tutti uniti appassionatamente per raggiungere l’obiettivo della pacificazione dei sensi e la devozione al grande comunicatore. Il grande fratello oltre il quale il nulla cosmico.

 

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“Dio è morto”.

“Gott ist tot” diceva  Friedrich Nietzsche ne “La gaia scienza”: « Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni? »

Nel 1965 il genio di Guccini ci fece riflettere su quello che stava accadendo e i Nomadi cantarono per noi che, “se Dio muore, è per tre giorni. Poi risorge”.

Il Molise non è una regione di grandi dimensioni. Nel suo modesto territorio, però, possono ritrovarsi tutti quegli elementi simbolici che comunque appartengono alla storia dell’umanità. Anzi, proprio le sue ridotte dimensioni consentono di sintetizzare una serie meccanismi comunicativi in grado di sollecitare una riflessione sulle manifestazioni esteriori della religiosità precristiana e cristiana che si esplicita, spesso, in forme architettoniche e opere dell’arte sicuramente cariche di quegli elementi che possono considerarsi fondamentali per delineare una storia del simbolo, nel senso stretto del termine.

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Nel Molise coesistono e si sovrappongono elementi della religiosità precristiana che vanno dalle monumentalità territoriali dei templi di epoca sannitica, alle espressioni della cultura pagana romana dei tempi successivi alle guerre sannitiche, alla formazione di un’architettura cristiana mediante utilizzazione di sopravvivenze romane, alle espressioni recenti dell’architettura post-tridentina per arrivare fino alla banalità antiteologica dell’architettura religiosa contemporanea.

Nel Molise (ma l’assunto può estendersi al resto del Mondo) l’architettura teologica della Cristianità nell’epoca premillenaria diventerà anche il motivo conduttore dello sviluppo urbanistico fino a condizionare anche l’architettura ideologica innestando nelle strutture antiche quegli elementi che, invece, trovano motivi di esistere solo nell’ambito di una visione escatologica del processo di salvezza dell’uomo.
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Proprio a S. Vincenzo al Volturno nella seconda metà dell’VIII secolo era vissuto Ambrogio Autperto il quale, oltre che svolgere un ruolo determinante per l’affermazione della politica carolingia in un’area dominata dai longobardi, si applicò, tra i primi in Europa, allo studio sistematico dell’Apocalisse di S. Giovanni ricavandone principi teologici e morali che divennero fondamentali per la cultura religiosa medioevale. E non solo dei monaci dell’alta valle del Volturno (VALENTE 1995).

La concezione apocalittica di Ambrogio Autperto, è accertato dallo studio degli affreschi della Cripta di Epifanio del IX secolo, ebbe chiari riflessi nell’arte volturnense e sicuramente anche nella concezione urbanistica che si andava riformando dopo i secoli di distacco dalle organiche e razionali impostazioni romane.

Anzi, proprio gli affreschi di Epifanio possono aiutarci a comprendere quale fosse la concezione generale degli urbanisti altomedioevali, sia che essi operassero a servizio del potere civile, sia che facessero parte delle laboriose organizzazioni monastiche.

Significativa è la composizione cosmica della parte absidale della cripta di Epifanio dove, in uno spazio ristretto, vediamo sintetizzata tutta la concezione autpertiana del mondo terreno e di quello celeste.

 

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Quattro grandi Arcangeli dalle ali multicolori, sistemati sulle due pareti che si fronteggiano in maniera da formare un ideale quadrato, reggono ognuno un cerchio che sembra imprigionare le quattro direzioni dei venti principali, sicché le loro piume sono assolutamente prive di movimento.  Sul fondo dell’abside, nel catino semisferico, compare un quinto personaggio anch’esso alato, che regge, tra l’altro, un’asta a significare il potere del comando sugli altri.

Nell’Apocalisse leggiamo che a Giovanni appaiono i quattro Angeli che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta.  Poi gli appare un altro Angelo mentre sale da oriente con il Sigillo del Dio vivente ordinando agli altri angeli di non devastare né la terra, né il mare, né le piante finché non fosse stato impresso il sigillo di Dio sulla fronte dei suoi servi. Secondo Ambrogio Autperto il quinto Angelo rappresenta Cristo che regge il Sigillo di Dio.

Nella parte superiore della volta della cripta è rappresentata la sfera celeste raffigurata da una serie di cerchi concentrici che poggiano sulle spalle degli Angeli e che sono trapuntati di stelle. Al centro del cielo vi è la Madonna Regina assisa in trono, in asse con l’immagine dell’Angelo che rappresenta il Cristo e sul quale sembra esercitare il suo potere.

In questa composizione che complessivamente sintetizza la concezione autpertiana è possibile ritrovare anche una figurazione simbolica della Gerusalemme celeste, che peraltro in altra parte della cripta è raffigurata sotto le forme di una donna piangente con la testa coronata da una cinta muraria.

 

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Qui la Gerusalemme Celeste è concepita come un involucro autonomo, munita di una torre di difesa, che ha la capacità di scendere fin nelle viscere della terra perché, quando sarà il momento del Grande Giudizio e il quinto arcangelo avrà separato i buoni dai cattivi, dovrà sfondare letteralmente il terreno per assicurare il ricongiungimento delle anime ai corpi dei seppelliti.

A Giovanni, infatti, l’Angelo farà vedere la Città Santa che scende dal Cielo, risplendente come una gemma e munita di possenti mura in forma quadrangolare e di altissime torri.

L’incastellamento di questa parte della Valle del Volturno sembra risentire in maniera straordinaria del clima di attesa che si associa alle visioni profetiche di Giovanni.

Per questo la puntuale descrizione degli obblighi che assumevano i coloni di S.Vincenzo nel momento in cui veniva loro concesso di costruire castelli, di abitarli e di volgere a coltura i territori ad essi sottostanti, evidenziano una visione complessiva della realtà terrena che comunque era condizionata dalla cultura apocalittica ampiamente diffusa nel territorio e che diventava anche riferimento per una soluzione formale e strutturale dei centri urbani che si andavano definendo sulle sponde del Volturno.

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