“…panem et legumina et parum aque sumentes”.
Un documento della Cronaca del Volturno ricorda che il pane e i fagioli erano nella dieta dei monaci di S. Vincenzo al Volturno.
Verso la metà del XII secolo i monaci di S. Vincenzo al Volturno ebbero cura di raccogliere in un’unica cronaca tutti i documenti più significativi della storia del proprio monastero e tra essi anche la trascrizione dell’atto con il quale Gisulfo, che fu duca di Benevento negli anni 689-706, donava ai fondatori di S. Vincenzo al Volturno i territori intorno al monastero, le chiese di S. Maria in Cinquemiglia, S. Maria al Trigno, S. Maria in Due Basiliche sul Sangro, i monasteri da S. Pietro presso Benevento e di S. Maria in Luogosano (Avellino), oltre il Pantano in Liburia.
Siamo a un periodo immediatamente successivo alla fondazione del monastero ad opera dei principi beneventani Paldone Tatone e Tasone che, secondo il Chronicon Vulturnense, arrivarono alle sorgenti del Volturno nel 703.
Qualche tempo dopo, riferisce la cronaca, Carlomagno inviò a S. Vincenzo al Volturno un proprio “apocrisarius”, un ambasciatore con ampi poteri, compresa la delega a confermare all’abate che reggeva in quel momento il monastero, presumibilmente il suo maestro Ambrogio Autperto, tutti i possedimenti e le prerogative che erano state dettagliatamente elencate nella donazione di Gisulfo.
L’ambasciatore, di cui non si rivela il nome, aveva anche il compito di verificare personalmente se corrispondesse al vero la fama che si andava diffondendo sulla straordinaria capacità organizzativa del monastero fondato dai tre principi longobardi. L’ordine era di osservare tutto e di riferire dettagliatamente.
L’apocrisario giunse al monastero e fu amabilmente accolto dai monaci ( … apocrisarius in monasterio a sanctis patribus cum omni solacio humanitatis studiose susceptus est…) perché, tacendo sui motivi della sua ispezione, aveva detto ai monaci che si era recato in quel luogo solo per ritirarsi in preghiera.
L’ambasciatore, pertanto, nei sette giorni in cui fu ospitato si adeguò alla vita e alle abitudini dei monaci, condividendo con loro anche le abitudini quotidiane.
Così scoprì che i confratelli seguivano una dieta particolare:
…. ammirandoli perché ogni giorno digiunavano fino al vespro e nessun’altra cosa assumevano come alimento giornaliero se non pane, legumi e poca acqua e molti di essi digiunavano per due o tre giorni mentre non tralasciavano i lavori manuali mentre passavano intere notti a vegliare e pregare piegando centinaia di volte le ginocchia e se anche per necessità naturali a mangiare una piccola porzione di companatico, essi dormivano sul pavimento indossando anche il cilicio.
(… ammirans eos cotidie usque ad vesperum ieiunantes, nichilque in alimento cotidiani victus preter panem et legumina et parum aque sumentes, multos quoque ex eis biduanas et triduanas agentes, at toto diei spacio operi manuum insistentes, noctes vero in vigiliis et oracionibus perpetes agentes et Deo in oracionibus cencies genua flectentes, si vero parum obsonii iure nature solvere cogerentur humi quiescentes, ciliciis tantum pro indumento utentes).
Ovviamente l’esito dell’ispezione fu estremamente positivo, tant’è che l’apocrisario riferì a Carlomagno che in tutto il regno non esistevano monaci più degni di quelli del Volturno.
La singolarità della relazione cronachistica sta nel fatto che dell’ispezione, che sicuramente riguardò tutto l’assetto amministrativo ed organizzativo del monastero, l’apocrisario riportò solo la descrizione della dieta con il preciso riferimento alla base dell’alimentazione quotidiana che era ridotta prevalentemente, salvo casi particolari, al consumo di pane e legumi.
Si trattava evidentemente della dieta che i monaci seguivano durante la giornata “usque ad vesperum” sapendo, comunque, che ai monaci era consentito mangiare solamente durante le ore illuminate dal sole.
Tutte le attività giornaliere, comprese quelle dei pasti, erano rigidamente regolamentate dalla norme che il loro patriarca Benedetto aveva codificato a Montecassino un paio di secoli prima. Ma sappiamo essere nell’ordine naturale delle cose che, come tutte le regole, anche quella dei benedettini ammetteva qualche trasgressione, tant’è che i monaci che avevano problemi fisici potevano integrare la dieta con altro companatico.
D’altra parte non si spiegherebbe il contenuto dei contratti a livello (cioè trascritti su un “libellum”) nei quali, tra le altre cose i coloni si obbligavano a dare al monastero una parte di ciò che veniva ricavato dalla gestione dei terreni che erano stati dati loro in concessione.
Molto spesso si trattava di vino e di animali da macello, come i maiali. Così si legge nel contratto dell’anno 989 tra l’abbazia di S. Vincenzo e i coloni di Cerro che si obbligavano a consegnare all’abate Roffredo un porco ogni undici che ne allevavano.
Dunque la presenza dei legumi nella dieta delle popolazioni del Volturno è un fatto antico, come è antico in tutta la tradizione contadina. Il documento vulturnense rappresenta una conferma di ciò che genericamente è una conclusione logica.
Ci si chiede se i fagioli che venivano consumati dai monaci di S. Vincenzo fossero gli stessi che conosciamo oggi.
Forse no.
La storia dell’agricoltura è storia di modifiche anche genetiche dei prodotti. I legumi antichi non avevano le stesse caratteristiche di quelli che mangiamo noi, ma è importante sapere che le specie che oggi appaiono sulle nostre tavole siano nel solco di quelle antiche.
E’ il caso dei cosiddetti “confetti di Acquaviva” sulla cui origine sarebbe il caso di avviare una ricerca approfondita per capire come dagli antichi fagioli dell’abbazia, sicuramente meno ricchi di capacità nutrizionali, si sia arrivati ad uno dei prodotti più speciali della nostra terra.
Una cosa è certa. La lettura cronachistica riconduce ad una concezione della vita quotidiana in cui il momento dell’alimentazione è considerato una particolare forma di preghiera. O meglio, un momento particolare di una vita poggiante su due imprescindibili pilastri della “regola” che erano il pregare ed il lavorare.




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