Passando per Carovilli l’ho vista imbiancata da una leggera spruzzata di neve e non ho saputo resistere alla tentazione di fare una foto.
Mentre guardavo il paese mi è tornato alla mente Giordano Fiocca, suo illustre cittadino, del quale conservo un ricordo affettuoso, quasi devoto.
Carovilli è uno dei paesi più pittoreschi del Molise ed è facile arrivarvi dopo aver lasciato la Trignina all’altezza di Pescolanciano. Un paese variopinto, facile da capirsi, ricco di storia e di gente industriosa. Anche la moderna edificazione sparsa non è fastidiosa, forse perché le case sono fatte con il gusto essenziale dei montanari. Carovilli, senza che alcun architetto vi abbia messo mano, ha una delle piazze più belle della regione, dove si articolano, su vari livelli degradanti, i fondali degli edifici, ognuno con una funzione particolare, che ne definiscono il carattere. Sembra la piazza ideale perché c’è il municipio, la torre dell’orologio con le campane, l’albero isolato, la fontana con la statua di bronzo, il bar, la farmacia, la chiesa Madre (nel cui interno vi è la solita acquasantiera con il serpente che deve soffrire nell’acquasanta come a Roccamandolfi o a Caccavone) e la cappella della confraternita, il circolo operaio, il selciato in pietra, i gradini per sedersi. Una piazza fatta apposta per le feste di paese, per accogliere la sposa che esce dalla chiesa, per incontrarsi prima della messa, per parlare di cose semplici, per ospitare il mercato, per sentire i comizi, per assistere ad un funerale, per darsi un appuntamento, per sedersi di notte a riflettere che si è “spesso viandanti terribilmente soli”
Chi si è accanito a trovare nel nome del paese radicali italiche o rapporti onomastici con il terribile Spurio Carvilio, uno dei conquistatori romani, certamente ha sbagliato.
Aveva ragione Giordano Fiocca, innamorato del suo paese con un velo di malinconica rabbia, che riteneva che nel termine Carovilli non vi fosse altro che un rotacismo, strana parola che vuol significare che la “l” nel dialetto si è trasformata in “r”, perché il nome antico, quello dei documenti, era Calvello. Paese che è stato patria anche di quel Berardus de Calvello che fu il suo più antico feudatario e di cui si ricorda il nome nel Catalogo dei Baroni normanni. Ma cosa significasse calvello, nessuno lo sa.


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