Cosa dovrebbe essere un restauro
Franco Valente


Arlecchino in chiesa – Parrocchiale di Campolieto
Il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia definisce come restauro l’operazione che ha lo scopo di reintegrare o sostituire, per assicurarne la conservazione nel tempo, le parti deteriorate di un edificio (restauro architettonico), di un dipinto (restauro pittorico), di una scultura, di un manufatto in genere, per lo più di particolare valore artistico o di interesse storico (come mobili, manoscritti, ecc.).
Tale definizione, sul piano pratico, resterebbe estremamente generica se non si andasse ad approfondire il concetto scavando nella consistente letteratura che ha caratterizzato le dispute dei critici in questi ultimi tre secoli. Certamente non è mia intenzione, in questa sede, di ripercorrere le tappe fondamentali di tale articolata vertenza: ritengo utile rinviare il lettore alla fondamentale opera di Carlo Ceschi (Teoria e storia del Restauro, Bulzoni Editore, Roma 1970) che in poche, ma significative pagine ha sintetizzato tutta la problematica che si cela dietro quelle operazioni che genericamente vengono raggruppate sotto il termine di restauro.

La protesi ministeriale di S. Maria delle Monache
Ovviamente non posso non fare riferimento alla notevole letteratura che sull’argomento si è sviluppata e che riporto in coda perché sia uno strumento a disposizione della biblioteca della Soprintendenza ai Monumenti di Campobasso nel caso voglia decidere di acquistarli e di diffonderne la conoscenza almeno al proprio interno.
Devo, comunque, ritenere che dal 1970 ad oggi ulteriori elementi di conoscenza e, sicuramente, ulteriori problemi interpretativi riaccendono l’annosa polemica e, quindi, ulteriori considerazioni dovranno essere fatte per proporre metodologie e criteri di interventi che certamente non possono essere considerati alternativi a quelli unanimemente codificati, ma che, comunque, potrebbero rappresentare un avanzamento della ricerca rispetto a quello che oggi si ritiene per scontato (anche se frequentemente disatteso).
Camillo Boito, che per tutti noi rappresenta la intelligente conclusione italica della controversia tra i seguaci di Viollet-le-duc e quelli di Ruskin, giustamente aveva affermato che nell’eseguire un restauro bisognava aggiungere di proprio il meno possibile ed eliminare il meno possibile.
Aveva fatto, poi, espressa raccomandazione di documentare in maniera dettagliata (da poco si era inventata la fotografia) tutte le operazioni di restauro (prima, durante e dopo) affinché fosse sempre possibile capire la storia dell’architettura di quel monumento, tenendo sempre presente che qualsiasi operazione condotta per la conservazione, comunque, distrugge qualcosa e, comunque, aggiunge qualcosa.
Personalmente non intendo assolutamente distaccarmi dai principii affermati da Boito, ma la mia cultura tipicamente mediterranea e bizantina, mi porta ad andare oltre la semplice dissertazione sulla ricerca del momento in cui la mano distruttrice dell’architetto si deve arrestare e quella del muratore debba cominciare a ricostruire. E’ un momento che certamente non può essere fissato generalizzando: solo una profonda e corretta conoscenza della storia dell’architettura può garantire l’individuazione del momento giusto.
Credo si debba avere paura di quegli architetti che si definiscono moderni per il solo fatto di non conoscere la storia dell’architettura e celebrano la propria ignoranza ed il loro cattivo gusto nell’appiccicarsi (su propria iniziativa) etichette di costruttivista, decostruttivista, post-modernista, strutturalista, conservatore, neo-realista, razionalista e sciocchezze del genere.
Il loro limite è la certezza di possedere la verità assoluta come quella che possiede l’archeologo che finisce per limitare la verità alla datazione di uno strato oppure ad un reperto archeologico.
Più di una volta ho cercato di capire quale fosse il fascino delle scoperte archeologiche e giammai sono rimasto soddisfatto dall’osservazione delle opere in sé. Faccio l’esempio della straordinaria scoperta del sito paleontologico di Isernia, dove sono venuti alla luce reperti preistorici di rinoceronti, elefanti, bisonti.
Non si prova alcuna emozione nell’osservare da solo i chopper spaccati dall’uomo un milione di anni fa o nel leggere le puntigliose analisi petrografiche, biologiche, geologiche e via di seguito condotte dagli specialisti. Il mio atteggiamento, però, si modifica quando attorno a quegli oggetti si muovono i ricercatori, gli antropologi, insomma gli studiosi, che hanno dedicato tutta la loro intelligenza a capire cosa essi rappresentino.
Anche le corna di bisonte ed i femori di elefante, allora, acquistano un significato ed esercitano un’attrazione che coinvolge e permette di spaziare nella storia antica facendo sentire l’osservatore partecipe di avvenimenti apparentemente lontani nel tempo.
E sto parlando di cose che appartengono ad un milione di anni da oggi e che sono culturalmente estranei al nostro modo di fare. Ma lo stesso deve dirsi delle architetture e dell’arte degli ultimi millenni dell’umanità, che sarebbero mute espressioni se gli studi dei ricercatori non fossero in grado di farmi comprendere il grande scenario storico in cui esse sono collocate e del quale scenario anche la mia storia personale fa parte.

Schifezze decennali nell’area archeologica di Venafro
Ma fanno egualmente paura degli architetti del poi si vede. La loro insicurezza (che potrebbe avere origini diverse da quelle della cultura architettonica e che andrebbe analizzata in chiave psicologica) è simile a quella dei dottori che disputano attorno al moribondo fidando esclusivamente sulle sue capacità di sopravvivenza. Il più delle volte l’ammalato muore ed allora finalmente il medico indica solennemente quale cura si sarebbe dovuta adottare per farlo guarire. Ma ormai è troppo tardi.
Sto parlando di insicurezza e non voglio che questo atteggiamento venga confuso con la necessità, in alcuni casi, del rinvio di decisioni ad un momento operativo successivo per acquisire informazioni determinanti.
Anche in questo caso vale un esempio.
Se un’area archeologica è stata completamente esplorata e sono stati acquisiti tutti gli elementi che umanamente era possibile acquisire, il progetto di restauro presuppone idee chiare e definitive in sede di previsione. Nulla o poco dovrà essere modificato in sede di esecuzione. Tutto dovrà essere deciso prima dell’inizio delle opere, rimanendo impregiudicato il principio affermato da Adolf Loos (che poi si limitava ad osservare quanto era accaduto per le grandi opere del passato) che l’architetto debba intervenire durante l’esecuzione dei lavori per aggiustare definitivamente il tutto in funzione di un risultato finale pienamente giustificato (sul piano formale e su quello funzionale).



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