Battista della Valle e la cultura militare del primo cinquecento (terza ed ultima parte)

Battista della Valle e la cultura militare del primo cinquecento

Terza ed ultima di tre parti

Franco Valente

La seconda parte del Vallo inizia con la descrizione delle modalità esecutive delle trincee necessarie per conquistare un luogo. Le muraglie nemiche saranno attaccate da quei soldati che prendono il nome di “lance spezzate” che sono “huomini chel meritano et sapiate chel nome loro di lance spezzate denota che sono stati più volte alle mura“.

Continua poi spiegando e disegnando modelli di argano con ponte, coperto o scoperto, di scale a tre appoggi, arieti coperti, carri armati da accostare alla muraglia per trasportare “gli militi che hanno da portare pali di ferro per scassare in alcuni luochi“, ponti galleggianti, mantici per estrarre acqua dai fossati.

La terza parte è tutta dedicata agli schemi che devono essere adottati dagli eserciti sia per spostarsi da un luogo ad un altro, sia per attaccare il nemico. Sono così illustrati i posizionamenti che devono assumere i battaglioni di cento o duecento picche che sui quattro fronti di uno schema quadrangolare devono essere alternate a “scopettieri“. La bandiera resterà al centro difesa da sei “lance spezzate“.

Illustra il modo di organizzare un battaglione di trecento picche “à modo di scorpione” oppure quello dello stesso numero, quadrangolare, con le diagonali rinforzate.

Poi man mano si passa agli eserciti più complessi, di 4.000, 6.000, 10.000.000 picche, dotati anche di artiglieria pesante.
I soldati dovranno eseguire gli ordini tenendo “la picca nella spalla sinistra con la mano appresso la spalla et con lo cubito alto forte, et il capo dritto, fermo, et saldo, con la man destra sula daga, overo spada, et che la detta picca batta alla dirittura del piede sinistro, alta, et li conviene così a gli altri dello medesimo filaro, et più che ciascheduno di loro habbia da intendere lo tamburo nella ordinanza con passi lenti, et bravi, et ciascuno di loro con la medesima gamba movendo il passo l’uno, et l’altro a un tempo non si movendo del filare de loro filara over riga … “.

Utilissima, a dire di Battista, una “centura per militi” che altro non era se non una ciambella salvagente fatta di pelle conciata come quelle per fare le zampogne, da mettere attorno all’armatura prima di passare una fiumara. Il milite soffiando in continuazione in un beccuccio di legno, avrebbe potuto tenerla gonfia e superare i corsi d’acqua bagnandosi solo “dalla centa in giù“.


A sinistra il pappafico di Battista della Valle. A destra un palombaro in un disegno anonimo del sec. XVI

Altro sistema per superare l’acqua, oppure per avvicinarsi ad una nave per bucarla, era quello dell’uso dello scafandro di pelle, il “pappafico“, costituito da una pelle impermeabile sagomata come il capo, munita di un’apertura in cui era sigillata una piastra di vetro per vedere ed un tubo, anch’esso di pelle, per poter “fiadare sotto acqua“. Particolarmente complessa l’operazione che si doveva compiere per indossarlo, essendo necessario incollare l’arnese sulle spalle dell’assalitore con un collante a base di vischio e trementina. Per non avere fastidi nello scollare l’attrezzo sarebbe bastato usare olio comune.

La quarta ed ultima parte Battista la dedica ai duelli, facendola precedere da alcune considerazioni che dimostrano essere più nobili le armi che non le lettere.

Egli ammette che per diventare uomo di scienza occorre perseverare fin dall’infanzia nello studio, nelle privazioni : “quante sono le fatiche di mente, et de corpi, con quanti incommodi notte, et giorno di udire et leggere, perdono il sonno, et nutrimenti de cibi per attendere à studiare non temendo freddo, fame, sete, et fatiche, incommodi grandi …“.

Però poi aggiunge che “in prima si dice la scientia è il fiore, et la militia il frutto“.
E’ vero che Dio è somma sapienza, ma ancorpiù è somma “potentia, et questa è reservata per un suo ultimo et grandissimo valore“. E qui Battista fa un richiamo alla figura di S. Michele Arcangelo che nella schiera degli angeli occupa una posizione superiore agli altri “dotati di somma sapientia“, per il fatto di essere stato colui che con la spada terrorizzò Lucifero.

E da qui parte per esaltare la figura dei militi contro quella dei letterati che “vivono di denari di mendichi, et poveri, et a quelli sono obligati servire a forza, che quando letigii non vi fossero, morerebbero di fame, non havendo del proprio, ò quante cose sarebbe da dire più oltra, ma la honestà mi stringe“.

Per quanto riguarda i duelli egli cerca di spiegare la differenza che può correre nei vari modi di offendere un interlocutore, per esempio accusandolo di mentire. Una cosa è affermare: “Tu ne menti per la gola“.

Altra cosa è dire: “Tu ne menti per la gola, come à un tristo“. Altra cosa ancora è
dire: “Tu ne menti per la gola, come un tristo che tu sei“. Solo in questo ultimo caso può parlarsi di vera e propria offesa.

Seguendo questo criterio e con una serie di esempi significativi, Battista cerca di far capire quale debba essere il comportamento che sarà adottato dal bravo Capitano sia nel rispondere alle sfide, sia nel giudicare la giustezza delle querele, sia nel decidere le modalità e le regole del duello.
Il bravo Capitano dovrà pure decidere, nel caso in cui due condendenti si scambino delle invettive, quale sia più ingiuriosa. Egli porta come esempio la difficoltà nello stabilire quale ingiuria sia più pesante quando “l’un dice cornuto, et l’altro dice che gli è un traditore“.

Dopo una serie di motivazioni comparative, Battista giunge alla conclusione che “questa detta di tradimento avanza ogni altra infamia“.

Così si conclude l’opera: “Questi sono gli fioretti della Militia Eccellentissimo  S. mio quali solamente per essercitatione, et per non darmi totalmente all’otio me ha parso in questo mio libretto brevemente descrivere pregando vostra Eccellentissima signoria si degni alcuna volta ascoltare alcun capitolo, et se alcuna cosa vi paresse non limatamente esposta, voglia considerare me non havere investigato tanto il terso, et elegante parlare, quanto la verità“.

L. Besana per primo inquadra l’opera di Battista Della Valle nel contesto più generale della problematica che si andava affrontando a cavallo dei secoli XV e XVI. Dopo aver analizzato il “De re militari” di Roberto Valturio, del 1455, evidenziando che nella sostanza si tratta di un’opera umanistica, come la successiva di Niccolò Machiavelli, “L’arte della guerra“, afferma che “accanto a questa tendenza se ne sviluppa un’altra, più attenta alle reali condizioni delle tecniche e dei dispositivi militari dell’epoca, di carattere enciclopedico ed empirico, rivolta non ai politici e agli strateghi, ma ai soldati, ai tecnici degli eserciti. Basti considerare il Della Valle, contemporaneo del Machiavelli“.

Bibliografia

F. VALENTE “Presenza in Venafro di un personaggio del cinquecento: Enrico Pandone” in “Almanacco del Molise 1976”

G. MORRA “Una dinastia feudale – I Pandone di Venafro” – Edizioni ENNE- Campobasso 1985

L. VALLA  “Descrittione della città di Venafro” (1687) stampata a cura di F. DEL PRETE nel 1905, dal ms. della Biblioteca Nazionale di Napoli.

G.V. CIARLANTI “Memorie Historiche del Sannio” – Isernia 1644

L. VALLA  “Descrittione della città di Venafro” (1687) stampata a cura di F. DEL PRETE nel 1905, dal ms. della Biblioteca Nazionale di Napoli.

M. SANUTO “Diari“.

G.B. MASCIOTTA “Il Molise dalle origini ai nostri giorni” – Vol.III – Cava dei Tirreni 1952.

L. VILLENA “Sull’apporto italiano alla fortificazione con baluardi” in “Castellum” n.4 (1966).

L. MARINI “Architettura militare di Francesco de Marchi” – to I, p.II, Roma 1810.

L. BESANA “Il concetto e l’ufficio della scienza nella scuola” in “Storia d’Italia, Annali 3”, Einaudi editore, Torino 1980.

Sulla cultura militare della fine del XV secolo in Toscana si veda il documentato catalogo: AA.VV. “Prima di Leonardo – Cultura delle macchine a Siena nel Rinascimento” ,
Milano 1991

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