Lo scomparso convento di S. Maria di Loreto a Foresta di Cerro
Franco Valente

In prossimità della frazione di Foresta vi era il convento di S. Maria di Loreto fatto edificare da Federico Pandone nel 1510. Ospitò i Minori Riformati e fu soppresso nel 1809.
Appena erede del padre, ai primi del Cinquecento, Federico ebbe fama nel regno soprattutto per la sua vita dispendiosa. Lo conobbe Ferdinando il Cattolico che pubblicamente si meravigliò non poco per il fasto del suo abbigliamento. Scipione Mazzella, (Descrittione del Regno di Napoli), un cronista del suo secolo, qualche decennio più tardi, annotava che era suo desiderio crearsi una corona di castelli a chiusura del territorio che aveva in potere: “Diede principio ad un castello in una terra sua chiamata Cerro, che era a capo della Baronìa, e con la dolcezza dello edificare e con la borrea di havere una fortezza di opra inespugnabile, cominciò ad impegnare et vendere castella e per finirsi di rovinarsi, pigliò impresa di edificare monasteri et altre fabriche, così con queste spese crebbero i debiti tanto che bastarono a spogliarlo di tutti i dodici castella“.
Vincenzo Ciarlanti (Memorie historiche del Sannio), riprendendo dal Mazzella racconta altri particolari della sua vita dispendiosa:
“... imperoché essendo egli Signore di dodeci castella, volle vivere tanto alla grande, e con tanta pompa, che passava il segno di molti ricchi Signori titolati, in nutrire cavalli, e can, nella quantità della famiglia, e qualità della tavola. Entrò poi in errore maggiore, perché nella venuta del Re Cattolico comparve tanto splendidamente, che cominciò a dare principio alla sua rovina. E datosi poi ad edificare un Castello nella sua Terra di Cerro, ch’era capo della Baronia, con la dolcezza dell’edificare, e con l’alterigia di haver una fortezza d’opera, e di natura inespugnabile, cominciò prima a pigliar denari ad usura, e poi ad impegnare, & a vendere Castella. Né finito in tutto l’edificio della fortezza, per finire di rovinarsi pigliò impresa di fabricare un Convento per li Frati dell’Osservanza; e con queste spese sì grandi crebbero tanto i debiti, che bastarono a spogliarlo di tutte le Castella, che possedeva, le quali ad una ad una furono trasferite sotto l’altrui dominio.
Non sappiamo le motivazioni che abbiano convinto Federico Pandone ad avere un particolare riguardo per i Francescani, soprattutto conoscendo il suo tenore di vita.

Il contesto in cui si trova oggi l’antico convento di S. Maria di Loreto
Di questo convento ormai rimangono pochi ruderi in un ambiente pesantemente degradato per l’insipienza degli amministratori che non hanno ritenuto di dovere adottare alcun provvedimento amministrativo per evitare che l’area venisse manomessa da una inutile cava di pietrisco. Dai disegni ottocenteschi sembra che agli inizi di quel secolo il complesso ancora si conservasse in buone condizioni.
Negli anni Settanta del secolo scorso ancora si conservava buona parte della struttura interna e sopravviveva anche il soppalco dell’organo con il parapetto in legno dipinto a tempera.
Fortunatamente, prima che l’edificio crollasse definitivamente, una parte dei quadri fu trasferita nella chiesa urbana di S. Maria Assunta dove sono tuttora conservati.
Il quadro principale contiene l’immagine della Madonna che tiene il Cristo bambino benedicente in piedi sulla Casa di Loreto. Due angeli reggono un telo verde alle spalle e altri tre angeli mantengono in volo la casa di Maria che viene rappresentata in una forma che potrebbe essere quella della chiesa del Convento prima delle trasformazioni riconducibili al XVII-XVIII secolo.
A sinistra, in piedi, vi è la figura di S. Francesco con le stimmate e di S. Giovanni Battista che, avvolto in un mantello rosso, regge il cartiglio con la scritta ECCE AGNUS DEI.
A destra due monaci, uno dei quali è S. Antonio di Padova ritratto con il giglio in mano.
In basso vi sono le rappresentazioni di due personaggi, un uomo ed una donna, che pregano in ginocchio tenendo tra le mani un rosario.
Si tratta sicuramente dei due donatori del quadro.
Poiché i caratteri generali del quadro, pur non essendo di particolare pregio artistico, fanno ricondurre la sua esecuzione ai primi del secolo XVI, come d’altra parte le grottesche nelle lesene delle cornici laterali, dovrebbero individuarsi nei due personaggi proprio Federico Pandone e la sua prima moglie Ippolita d’Afflitto.
In basso vi è una fascia lignea con i dodici apostoli in cui S. Paolo sostituisce Giuda e con l’immagine di Cristo che è ritratto con una tunica bianca, il mantello rosso ed il vessillo crociato della Resurrezione.

S. Giacomo è rappresentato con il bastone di pellegrino e S. Andrea con la croce del suo martirio

S. Bartolomeo è raffigurato con il coltello che ricorda che fu scuoiato. A lato Giuda Taddeo regge la sega col la quale fu martirizzato insieme a Simone lo Zelota. A lato è S. Paolo con la spada che simboleggia la sua lingua tagliente.
Tutti gli apostoli sono rappresentati con gli attributi individuali come il calice con il serpentello che caratterizza S. Giovanni Evangelista a lato di Cristo o le chiavi della Chiesa in mano a S. Pietro.
Il pittore evidentemente non aveva una particolare preparazione agiografica perché nel rappresentare S. Giacomo mette nella sua mano uno squadro che, notoriamente, è l’attributo di S. Tommaso.













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