I pascoli del Matese ed il castello di Letino
Franco Valente
Estratto da: AA.VV. Le valli del Sava e del Lete (a cura di D. Caiazza), Piedimonte Matese 2009

Particolare di un disegno a penna di Marzio Trutta (2 ottobre 1727) – Archivio di Montecassino
E’ poco semplice tentare una ricostruzione delle vicende storiche del castello di Letino perché gli elementi che abbiamo a disposizione sono certamente esigui. Qualsiasi ricerca di documenti antichi si arena alla citazione più antica che è quella del catalogo dei baroni normanni nel quale per la prima volta troviamo il nome originario del nucleo urbano di Letino che è Tino.
Tuttavia una testimonianza più antica può fornirci qualche indicazione non tanto per arrivare alla data di origine di questa fortificazione, quanto piuttosto per capire che agli inizi dell’XI secolo l’area del Matese aveva una notevole importanza nella economia pastorale e che nella seconda fase del dominio normanno deve essere accaduto qualcosa.
In un pannello delle porte di bronzo di Montecassino, tra i beni che appartengono al monastero, vengono citati anche i PASCUA DE MATESE.
Si sa che queste porte furono realizzate a Costantinopoli su commissione dell’abate Desiderio per essere poste all’ingresso della grande basilica che fu solennemente consacrata nel 1071. Dunque certamente qualche anno prima, quando presumibilmente fu avviata la realizzazione dei pannelli bronzei, i pascoli del Matese, generalmente intesi, appartenevano a Montecassino e prima ancora, molto probabilmente, all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno come risulterebbe dalla ricognizione del monaco Sabatino. (Sul possesso dei beni sul Matese si veda, a proposito della chiesa di S. Gregorio Matese, D. LOFFREDA, …et ecclesia Sancti Gregorii in Matese, Napoli 1994)
Ma dopo il 1071 deve essere accaduto qualcosa per cui il monastero cassinese non aveva più la piena disponibilità di quei pascoli.
Nel 1071 ormai Roberto il Guiscardo aveva avuto ragione dei Bizantini che, cacciati da Bari, di fatto avevano lasciato l’Italia. Il fratello Ruggero contemporaneamente aveva liberato la Sicilia dagli Arabi che la occupavano da due secoli.
Il 17 luglio 1085 Roberto moriva e gli succedeva il figlio Ruggero (1085-1111)
La presenza normanna, al di là delle invenzioni letterarie, nei primi anni fu devastante per le popolazioni locali che si videro private di quei pochi diritti che faticosamente si erano conquistati durante la dominazione longobarda. Specialmente con la cancellazione dell’allodio, che definiva i beni immobili di una particolare famiglia e che erano ereditabili, e la definitiva formazione del feudo che in realtà era una forma di concessione in qualche modo mediata.
Nel Meridione italiano sul piano pratico il passaggio, sia pur doloroso, fu facilitato dalla estrema polverizzazione dell’organizzazione del potere reale che già aveva dato luogo a forme di sottomissione volontaria da parte di gruppi di contadini che non erano in grado di assicurarsi una difesa minima dei loro beni e che si affidavano ad un signore o un abate con un atto che giuridicamente fu definito come commendatio e che consisteva nel cedere al signore le proprie terre che venivano riassegnate per un uso che poteva essere anche ereditato.
In questo periodo la contea di Boiano si accresce fino al punto da inglobare interamente le sei diocesi di Boiano, Isernia, Venafro, Trivento, Guardialfiera e Limosano e parte delle diocesi di Larino e Termoli (A. DE FRANCESCO, Origine e sviluppo del feudalesimo nel Molise, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, Anno XXXVI, fasc. IV, pp. 81-85).
Quando Guglielmo II (1111-1127) moriva senza eredi, il ducato veniva annesso alla Contea di Sicilia tenuta da Ruggero II che nel 1130 prendeva il titolo reale che mantenne fino al 1154.
Nel 1128 la contea di Molise era affidata a Ugone II.
La dominazione normanna, partita male e odiata dalle popolazioni amministrate, nella seconda metà del XII secolo aveva invece prodotto cambiamenti positivi sulla impoverita economia molisana tanto che le descrizioni dei viaggiatori dell’epoca non davano più le spaventate e drammatiche immagini raccontate dai loro predecessori.
Pur se l’esercito era sicuramente assoggettato ad una rigida disciplina, tuttavia si faceva spesso ricorso a militi mercenari, molto spesso arabi.
Giuseppe Del Re (Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol I, Napoli 1845-1868, p. 74) ci aiuta a capire che i milites erano tutti i feudatari che, dipendenti dalla Contea di Ruggero, dal Ducato di Roberto e da qualsiasi altra signoria di una certa importanza, erano tenuti a prestare un servizio militare. Ogni milite aveva con sè tre cavalieri (scutiferi o scutari) e un gran numero di fanti o famigli secondo le consuetudini del proprio feudo o secondo il proprio desiderio di servire. D’altra parte il servizio militare determinava anche una propensione del re a donare prima di tutto ai suoi militi i castelli e le terre conquistate. Ne sono prova le donazioni di Roberto in Puglia e Calabria dum redit, hostiles vicos et castra subacta, donat militibus (G. APPULO, lib. I).
Ugualmente fece Ruggero quando si impadronì di Trapani e di altri dodici castelli che furono concessi ai militi che l’avevano sostenuto nella spedizione (G. MALATERRA, De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius, lib. II, cap. XII, a cura di E. PONTIERI, in Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, parte 1, Zanichelli, Bologna 1928).
Ancora non si è in grado di ricostruire in maniera precisa il sistema delle difese, che sicuramente non erano più di carattere sostanzialmente passivo come quelle longobarde, di questa parte del territorio sul quale in ogni modo si estendevano gli interessi di Montecassino con il diretto controllo delle chiese e dei monasteri che da esso dipendevano e delle pertinenze che a tali complessi facevano capo. Le scheletriche elencazioni dei privilegi riconosciuti all’abbazia di Montecassino, per quello che a noi interessa, contengono elementi che, sia pur minimi, sono sufficienti a farci capire qualcosa.
Dunque, se quasi nulla siamo in grado di capire della struttura fisica di gran parte dei centri abitati del Matese normanno, al contrario abbiamo un’idea abbastanza precisa della dislocazione, della distribuzione e del valore economico dei feudi che esistevano nel periodo che va tra la fine del regno di Ruggero II d’Altavilla e l’inizio del dominio di Guglielmo II.
A questo punto si inserisce una considerazione.
Tra i possedimenti di Montecassino elencati nelle porte di bronzo di vi sono anche i pascoli del Matese: pascua de Matese. Di questi pascoli riferisce Pietro Diacono (Registrum Petri Diaconi, f. 71v n° 159 I) quando riporta la notizia che il 31 luglio 1145 il barone Nibelone di Busso (de Buxone) e sua moglie concessero all’abate Rainaldo II il diritto a far pascolare le greggi dell’abbazia sui monti del Matese: ius pascendi armenta ipsius ecclesiae in monte qui dicitur Matese.
Il Catalogus Baronum (manoscritto dell’Archivio di Stato di Napoli andato distrutto nel 1943 insieme ai Registri Angioini (Napoli, Reg. Ang. 242, ff. 13r-63r)) alla metà del secolo XII, riportava l’elenco dei feudi in qualunque modo assegnati ai vari feudatari normanni, aggiornato fino al secolo successivo.
Ruggero II d’Altavilla, a conclusione delle alterne e sanguinose vicende durate quasi un secolo e che caratterizzarono l’avvio della dominazione normanna nella parte meridionale dell’Italia, aveva definitivamente affermato il suo potere contro tutte le singole spinte autonomistiche dei baroni del regno che si erano radunati attorno al suo avversario diretto Roberto II.
L’atto politico finale fu la promulgazione nel 1140, nell’assemblea generale di Ariano, di una serie di leggi da applicarsi su tutto il regno che nel frattempo veniva ufficialmente diviso in tre grandi territori: il Ducato di Puglia, Il Principato di Capua, la Sicilia con la Calabria meridionale (E. CUOZZO, L’unificazione normanna e il regno normanno-svevo, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. II, 2, Portici 1989, pp.593-825). All’amministrazione giudiziaria e finanziaria generale di questi territori furono nominati rispettivamente dei giustizieri e dei camerari, mentre le singole realtà civiche furono amministrate, a seconda dell’importanza e delle tradizioni locali che sostanzialmente non furono toccate, da strateghi, catapani e giudici.
Un paio di anni dopo, nel 1142, Ruggero II con una nuova assemblea generale confermava la sua autorità sul regno concentrando nella sua persona tutti i poteri dello stato e consentendo solo il tipo di feudo detto in capite de domino Rege. Con tale sistema la concessione del feudo si caratterizzava come atto di fiducia del re ed il concessionario diveniva personalmente e direttamente responsabile verso il re della sua gestione, anche se era in sua facoltà di cederla ad un suffeudatario. Inoltre, a seconda dell’importanza del feudo e delle decisioni del re, il feudatario poteva averlo con il titolo comitale, oppure con quello baronale, o più semplicemente in capite (E. CUOZZO, L’organizzazione sociopolitica, in I Normanni – Popolo d’Europa, a cura di M. D’Onofrio, Venezia 1994, p. 181).
Così il territorio poteva essere anche dato in suffeudo dal feudatario ufficiale (una sorta di sub-concessione), ma nei confronti del re rispondeva sempre personalmente il primo feudatario. Questi, inoltre, assumeva anche gli impegni per la fornitura dei soldati per le esigenze belliche. Il numero dei milites, ovviamente, era proporzionato all’importanza del feudo ed era precisamente indicato nella concessione regale.
Il Catalogus Baronum, sebbene riporti in maniera assolutamente essenziale i dati relativi ad ogni feudo, è oggi l’unico strumento che ci permetta di comprendere l’importanza e, forse, anche la dimensione del feudo con la sua capacità economica nei primi decenni subito dopo la metà del XII secolo. Come è noto, i fogli originali del Catalogo sono andati perduti durante l’ultimo conflitto mondiale ma ne conosciamo il testo grazie alla trascrizione di Evelyn Jamison (Catalogus Baronum, pubblicato dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, a cura di Evelyn Jamison, Roma 1972) che lo pubblicò nel 1972 dopo aver revisionato le precedenti edizioni di Carlo Borrelli, Carmine Fimiani e di Giuseppe Del Re.
Il catalogo dei baroni normanni riporta che il feudo denominato Tino era tenuto da Rainone di Prata:
Raynonus de Prata filius Hugonis filii Arnaldi dixit quod tenet in demanio Sanctum Angelum quod est feudum iij militum et de prata quod est feudum ij militum, et de Tino feudum j militis et cum augmento milites xv obtulit et servientes xx.
Di Rainone sappiamo poche cose. Era stato feudatario del conte di Molise nel Principato di Capua. Nel gennaio del 1175 suo figlio Ugo promise a Pietro, abate di Montecassino ut amodo et semper ego et mei heredes taciti et quieti maneamus … de omnibus condicionibus, redditibus, serviciis, adjutoriis, et de tenimentis ac possessionibus del monastero di S. Maria in Cingla (E. GATTOLA, Accessiones, I, p. 265).
Dunque sappiamo che il feudo di Tino contribuiva a mantenere 1 milite e che il nucleo abitato esisteva alla metà del secolo XII, nel periodo che va tra la fine del regno di Ruggero II d’Altavilla e l’inizio del dominio di Guglielmo II.
La citazione ci permette anche di determinare quale fosse in linea di massima il valore economico del feudo perché il feudatario era obbligato alla fornitura di un milite armato per ogni venti once d’oro di reddito.
Per questo dobbiamo ritenere che l’articolazione architettonica del castello esistente in quell’epoca fosse proporzionata alle risorse economiche del feudo e perciò possiamo immaginare una struttura edilizia di estrema essenzialità.
Le trasformazioni successive del castello di Letino hanno reso praticamente impossibile capire come fosse impiantato il primo nucleo. L’attuale utilizzazione cimiteriale dell’intera area all’interno della cortina muraria rende improbabile qualsiasi tentativo di ricerca archeologica.
Non si conoscono elementi che possano far capire se in epoca angioina e aragonese il castello abbia avuto anche una funzione residenziale.

Particolare della planimetria generale del castello (Rilievo G. Savoia e V. Landino)
Le 6 torri che ancora sopravvivono aggregate alla cinta muraria possono essere ricondotte alle integrazioni angioine che caratterizzarono le architetture militari di fine XIII- primo XIV secolo. Le merlature che probabilmente caratterizzavano la linea apicale delle difese sono del tutto scomparse e l’andamento a scarpa della base delle torri è un vago indizio per definirle anteriori al XV secolo.
Dobbiamo arrivare all’epoca dei Pandone, conti di Venafro e di buona parte delle terre dell’alta valle del Volturno, per avere qualche notizia sulle vicende del feudo.
Nel 1413 le terre di Letino, Gallo, Pratella, Ciorlano, Capriati e Guardia di Campochiaro vengono assegnate a Francesco Pandone. Questi territori erano state confiscati a Filippo Sanfromonte, patrigno di Francesco, da re Ladislao Durazzo che lo aveva accusato di fellonia per essere passato al servizio degli angioini (G. MORRA, Una dinastia feudale: I Pandone di Venafro, Campobasso 1985. Dal saggio di Morra ricaviamo tutte le notizie relative al dominio dei Pandone).
Alla morte di Francesco il feudo dei Pandone fu diviso tra i vari figli. Ma essendogli premorto suo figlio primogenito Carlo, il nucleo centrale e più importante fu assegnato al nipote minorenne Scipione, figlio di Carlo.
Nell’elenco dei beni che passano per esecuzione testamentaria a Scipione, oltre Venafro, vi sono Boiano, Macchiagodena, Guardia di Campochiaro, Letino, Gallo, Prata, Pratella, Ciorlano, Capriati, Valle Agricola, Mastrati, Ailano, Fossaceca e Rocchetta. Da un relevio presentato nel marzo del 1457 da Carlo de Roberto de Prata, procuratore di Margherita del Balzo, madre del minorenne Carlo, abbiamo la possibilità di conoscere la rendita totale dei feudi, ma anche la popolazione delle singole comunità. Per Letino viene accertata una popolazione di 80 nuclei familiari, corrispondenti a circa 350-400 abitanti.
Alla morte di Scipione, con un privilegio del 28 marzo 1492 i feudi che gli erano appartenuti furono concessi da Ferrante I d’Aragona al figlio Carlo. Durante la reggenza di Ippolita d’Aragona, madre dell’erede Errico Pandone ancora minorenne, furono approvati gli Statuti di Letino. Con l’approvazione delle norme municipali approvate il 18 dicembre 1506 anche Letino veniva dotata di uno strumento che dettava norme di igiene e di comportamento che si riferiscono ad una struttura urbana che ormai non corrisponde più all’originario nucleo del castello.
Con una certa sicurezza si può ritenere che nessuna opera venga eseguita all’interno dell’antico nucleo fortificato perché in ciò che sopravvive delle strutture perimetrali non si nota alcun adattamento alle artiglierie che ormai caratterizzavano le architetture fortificate dell’epoca. Probabilmente in questo periodo, su quello che rimaneva delle strutture difensive, si è costruita la chiesa di S. Maria al Castello.
Un certo raffronto può essere fatto con la cinta muraria del castello di Monteroduni che in qualche modo ha caratteristiche uguali anche se in un contesto diverso. Poco si conosce dei sistemi castellani della prima fase normanna, ma non è da escludere che si tratti di una rivisitazione di un sistema preesistente di epoca longobarda. Di conseguenza si potrebbe immaginare un impianto costituito da un ampio recinto utilizzabile da una guarnigione fissa, sopravvivenza delle arimannie longobarde, che costituivano un nucleo abitativo che se non aveva un carattere urbano, comunque rispondeva ad un sistema ben organizzato.
Il castello vero e proprio, fatto di poche stanze, dovrebbe corrispondere a quei corpi di fabbrica che si sviluppano sul lato meridionale e che oggi costituiscono la parte posteriore della chiesa di S. Maria del Castello.
La presenza di una torre dotata di un’ampia cisterna (tuttora esistente nella parte più bassa) è un indizio per ritenere che proprio quella parte della fortificazione avesse anche una funzione residenziale. La chiesa sembra si sia sviluppata utilizzando un corpo di fabbrica preesistente.
Come abbiamo detto, è improbabile che i Pandone abbiano apportato modifiche al castello per adattarlo ai nuovi sistemi di difesa con armi da fuoco, sebbene si sappia che Scipione Pandone abbia profuso non poche energie per trasformare il castello di Venafro provocando anche le proteste dei cittadini che erano costretti a contribuire alle sue grandi trasformazioni (G. MORRA e F. VALENTE, Il Castello di Venafro, Foggia 1993).

Feritoia nella torre sud-occidentale
Le due feritoie sopravvissute a filo dell’attacco delle torri sud-occidentali sono talmente piccole che fanno escludere che siano state adattate alle nuove tecniche di difesa. L’assoluta assenza di bombardiere circolari, che in genere caratterizzano gli adattamenti posteriori al XIV secolo, fanno orientare la datazione delle torri ad un periodo sicuramente anteriore a quel secolo.
Poco o nulla sappiamo dei sistemi difensivi della fase normanna posteriore all’assemblea generale di Ruggero II del 1142. La presenza di una torre normanna circolare all’interno del castello di Venafro, poi demolita da Federico II, e le torrette non precisamente databili dei castelli del Matese che, avendo in genere un diametro di circa 3 metri, non hanno i caratteri delle torri angioine che frequentemente hanno una dimensione decisamente superiore, potrebbe farci immaginare che l’originario muro della prima fase normanna sia stato successivamente integrato con torri circolari aggregate nei punti di piegatura della linea di difesa.
Però, nessun elemento certo ci può aiutare a risolvere il problema.
Della fondazione di S. Maria del Castello nulla sappiamo, ma la sua discreta ampiezza fa ritenere che non si tratti della chiesa del castello, anche se sicuramente la fortificazione era originariamente dotata di una cappella. L’assenza di elementi architettonici riferibili al XV secolo fa escludere che l’attuale assetto possa essere ricondotto ad una epoca anteriore al XVI secolo, mentre è più probabile che la sua edificazione sia di molto posteriore al 1456, che è l’anno in cui è testimoniato per tutto il Matese un terremoto che dannificò in maniera consistente tutti i centri urbani del territorio.
Nella chiesa non si trovano tracce di interventi anteriori al XVII secolo e a i primi di quel secolo dovrebbe collocarsi la sua edificazione o, piuttosto, la sua riedificazione.
Appare evidente che la nuova chiesa abbia utilizzato proprio la parte meridionale dell’antico castello che dovrebbe coincidere con quell’apparato murario più consistente non più utilizzato perché abbandonato o addirittura parzialmente diruto.
Nel XVI secolo ormai Letino aveva una discreta popolazione. Dalle informaciones del 1531 sui beni confiscati ai baroni che si erano ribellati a Carlo V, tra i quali anche Ennrico Pandone decapitato per alto tradimento, vi sono anche quelli di Letino. La terra di Letino, che aveva 72 nuclei familiari, era valutata per 1.000 ducati con una rendita di 39 ducati (Informatio super introitibus civitatis Venafri. Archivio di Stato di Napoli, Relevi, vol. 34, ff.453 sgg.).











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