Franco Cristicini per Isernia non era un fotografo. Era “il fotografo”.
Per chi come me ha avuto il privilegio di conoscerlo è facile capire le sue foto. In quella istantanea che più delle altre riassume il suo carattere si vede una popolana che, al largo della Fraterna, si ripara dal sole con un ombrello mentre cerca di vendere qualche verdura del suo orto in un modernissimo contenitore in Moplen. Sulla strada sta passando un prete che viene dalla Cattedrale.
Il clero e il popolo erano il mondo in cui Franco Cristicini amava catturare le immagini. Spesso intuendo con qualche attimo di anticipo la scena che si sarebbe incollata sulla pellicola.
Ho avuto anche il privilegio di entrare nella sua camera oscura, la cella riservata del suo tempio sacro, dove era ammesso solo il figlio Luciano.
Era un piacere farsi spiegare i trucchi di un’arte che oggi è completamente scomparsa. L’attesa del momento magico in cui l’immagine progressivamente appariva nella vaschetta dello sviluppo e l’attimo in cui egli decideva di tirarla fuori per passarla nel fissaggio. In quell’attimo egli si giocava tutto e, quando riaccendeva la luce, il suo sorriso, sempre dolce, evidenziava la soddisfazione che ancora una volta un pezzo di storia era definitivamente impresso su un pezzo di carta.
Franco Cristicini, il fotografo, viveva in totale simbiosi con le sue macchine fotografiche. Da come ti guardava, da come osservava ciò che gli era intorno, avevi netta la sensazione che egli si sentisse parte della camera da ripresa.
E’ stato uno di quegli artisti che, a me architetto, ha insegnato a guardare con occhio diverso il mondo che ci circonda. Noi siamo abituati a vedere il nostro ambiente come se fossimo a cinema. Franco Cristicini, da fotografo, aveva la capacità di fermare il tempo mettendo in una cornice rettangolare quell’attimo speciale che faceva comunque capire cosa era accaduto prima e cosa sarebbe accaduto dopo.
Le sue immagini danno la sensazione che quel mondo rappresentato stesse dentro la sua mente e che attraverso l’obiettivo egli lo mettesse fuori per farlo apparire magicamente su una superficie bianca.
Franco Valente


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