Due anni sono passati. Vincenzo Lombardi ricorda Ernesto Saquella

Due anni sono passati
Vincenzo Lombardi ricorda Ernesto Saquella

In memoriam

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Il primo marzo ricorre il secondo anniversario della morte, prematura, di Ernesto Saquella, artista, intellettuale, studioso, ricercatore, amico. Lo voglio ricordare, anzitutto, in quest’ultima veste. L’amicizia, benché rientri nella sfera privata, è, comunque, lo snodo essenziale attraverso il quale transita la condivisione di altri aspetti delle umane attività ed è, nel contempo, la risultante stessa dell’eventuale affinità nelle relazioni interpersonali.
Ci siamo conosciuti in circostanze molto particolari, di quelle che inducono a relazioni vere e schiette.

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Aperto, solo apparentemente facile, cordiale e fraterno, Ernesto regge alla mia (così mi dicono) ruvidezza caratteriale. Ci dividono mondi diversi di provenienza, strade divergenti di formazione, modalità non conciliabili di osservazione del mondo; ma – miracolo del sentire umano – ci ritroviamo, lui pittore io musicista, nella percezione delle forme, nella scansione dei ritmi della luce e del suono, nella affinità di sentimento estetico. Lontani nella rispettiva adozione di punti di vista contrastanti, ci scopriamo affettivamente vicini nella ricerca di una mitica Città del sole. E questo fu il titolo di una sua mostra – magnifica almeno nel ricordo – che allestimmo in un piccolo comune molisano nel lontano 1987, o 88.

Profili di città fantastiche, sereni ma severi, si stagliavano su orizzonti irreali; linee concave di mongolfiere segnate da colori sfavillanti contrappuntavano quelle convesse di cupole sobrie ed essenziali; ritmi di linee curve e angolate interagivano con ritmi timbrici innervati di colori a volte netti e spavaldi, altre volte indecifrabili nei molteplici riflessi sprigionati dalla frantumazione della luce. Tratti limpidi, semplici, essenziali e sobri eppure così emozionanti, evocativi, a tratti commoventi, così reali nella loro pulizia da trascendere – alla magnetica osservazione a cui inducevano – verso una dimensione onirica, di calda e disperata speranza.

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Questa visione, per me, coincide con il ricordo stesso di Ernesto. Nel mio animo si confonde con lui. Il mio sentimento tende a sovrapporre, nella memoria e nel cuore, l’uomo, l’amico, l’artista, la sua pittura, la sua idea di vita. I suoi quadri sono lui, parlarne è il modo migliore per parlare di Ernesto. Il suo modo di essere e di pensare sono rappresentati con tutta evidenza dalla e nella sua arte.

Le scelte di vita, faticose; la rinuncia a pur ben accessibili possibilità di rapporti professionali; le dolorose relazioni con il potere politico; le subite scelte di unilaterali “pubblici committenti”; la stanchezza e le preoccupazioni dell’ultimo periodo della sua esistenza, incarnano la sua visione dell’arte, a volte vissuta in modo non facilmente comprensibile, anche per quelli a lui vicini.

Ogni esistenza lascia un segno. Ernesto ci ha lasciato le sue opere materiali, i suoi quadri, ma ha lasciato anche un esempio, che diventa monito ed insegnamento. E’ un patrimonio ideale che oggi non sembra essere molto condiviso, lo si potrebbe definire, con espressione alla moda, tipico di un out sider: la coerenza di pensiero e di vita, l’indipendenza e la scelta di libertà, la dirittura morale e l’assunzione incondizionata delle proprie responsabilità, la disponibilità verso gli altri in una sorta di evangelismo laico.

Nella condivisione di quel patrimonio ideale, sentendomi vicino al club degli out sider, di quelli formati in valori oggi non più alla moda e parte di una minoranza (forse stanca di essere silenziosa), a me piace pensare e scrivere di Ernesto rilanciando il suo ricordo e il suo sentire, limpido e netto come i profili della Città del sole in cui oggi riposa.

Vincenzo Lombardi

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