Franco Valente

L’ACQUEDOTTO DI VENAFRO E L’EDITTO DI AUGUSTO

L’ACQUEDOTTO DI VENAFRO E L’EDITTO DI AUGUSTO

Franco Valente

Acquaria

Cosmo De Utris (sec. XIX) Trascrizione della Tavola Acquaria

L’ACQUEDOTTO DELLA COLONIA ROMANA DI VENAFRO
Non si hanno elementi per affermare quale sia l’epoca di aggregazione organica del territorio venafrano al sistema politico romano, ma possiamo essere certi di una sua totale dipendenza a partire dalle conclusione delle guerre sannitiche (290 a. C.).
Festo inserisce Venafro tra le città con il titolo di praefectura ed é probabilmente intorno alla fine del III secolo a. C. che le sia stata concessa la civitas sine suffragio, cioè la cittadinanza romana senza diritto al voto, che fu accordata ai Sanniti solo nel 201 a. C..
Catone riferisce, nel II secolo a. C., che a Venafro si potevano acquistare tegole e pale di elevata qualità e che nel suo territorio si coltivava un eccellente qualità di olivo che dava un olio ritenuto poi da Plinio tra i migliori del Mediterraneo.
Due iscrizioni studiate dal Mommsen e dal Garrucci ci confermano che in epoca augustea sia divenuta Colonia Augusta Julia Venafrum ed é certamente a questo periodo che deve farsi risalire l’inizio di una grande trasformazione della città.

Dal Liber Coloniarum di Frontino ricaviamo:
Venafrum, oppidum, quinqueviri deduxerunt sine colonis, iter populo debetur ped. XX ager eius in lacineis limitibus intercisivis est adsignatus, sed et summa montium iure templi Ideae ad Augusto sunt concessa.
Gli agrimensori che operarono nella valle del Volturno e pianificarono la partizione delle assegnazioni dei lotti coltivabili avevano posto grande cura nello studio delle pendenze del terreno per garantire che il sistema di deflusso delle acque meteoriche e di superficie, attraverso le migliaia di fossi (scamnas e strigas) e l’articolato sistema di canali di bonifica, potessero evitare l’impaludamento dei terreni agricoli (Vedi F. Valente in G. Morra e F. Valente , Il Castello di Venafro, Campobasso 1993).
Lo dimostra, a distanza di oltre duemila anni, l’attuale assetto fondiario della piana di Venafro dove, ancora oggi, il contadino, arando il terreno, allinea i solchi secondo gli assi di una centuriazione agraria impiantata in funzione della necessità di scolo complessivo delle acque superficiali verso il punto di massima pendenza del Volturno nella parte che scorre sul lato meridionale della pianura.

E se dunque il Volturno, con il suo letto, è l’elemento condizionante della ripartizione centuriale agraria, la posizione del suo capo d’acqua, a trenta chilometri di distanza, nella pianura di Rocchetta, in quel luogo che ospitò la prima migrazione dei Sanniti verso la terra degli Osci, fu l’occasione per convogliare nell’abitato di Venafro una grande quantità di acqua.
La ricca polla d’acqua delle sorgenti del Volturno sgorga fuori della montagna a quota di 548 metri sul livello del mare e perciò circa 200 metri più in alto del punto in cui (a 30 chilometri di distanza) il castello medioevale di Venafro si sovrappone, nell’angolo più alto dell’abitato, sulla struttura di uno dei perni della fortificazione repubblicana venafrana.

Dunque per capire come funzionasse l’acquedotto venafrano dobbiamo tener conto del punto di partenza e di quello di arrivo alla città, nel luogo dove doveva trovarsi il castellum aquae che anticipava il sistema di distribuzione urbano.
Consapevole della differenza di quota tra le sorgenti del Volturno e la parte più alta dell’abitato di Venafro, in un epoca imprecisata (che ragionevolmente possiamo fissare nel I secolo a. C.) Chilone, l’architetto idraulico cui fu affidata la progettazione, punteggiò il territorio pedemontano della riva destra del Volturno con una serie di riferimenti tutti collegati tra loro in maniera da formare una linea continua che, risalendo in maniera graduale e progressiva le curve di livello, congiungesse quella parte alta della città venafrana alle sorgenti del Volturno.

Chilone apparteneva a quella categoria di architetti che dai Romani erano chiamati libratores per la specifica capacità tecnica di stabilire il livello (libra) e la pendenza dei condotti idraulici.
L’attribuzione a Chilone della progettazione e della direzione dei lavori dell’acquedotto vulturnense ci viene da una citazione in una lettera che Marco Tullio Cicerone inviò a suo fratello Quinto quando, in occasione di un suo viaggio da Roma, si era fermato a Venafro rimanendo testimone di una circostanza drammatica.
Quattro operai che lavoravano sotto la direzione di Chilone erano stati investiti dal crollo di un cunicolo dell’acquedotto rimanendo uccisi: …Chilonem accersiveram Venafro; sed eo ipse die quatuor eius conservos et discipulos Venafri cuniculus oppresserat… (Marco Tullio Cicerone, Ad Quintum fratrem, 3,1).

L’esistenza dell’acquedotto è attestata non solo dai reperti archeologici ritrovati in più tempi lungo il suo antico tracciato, ma anche dall’editto di Augusto e da una serie di cippi che stabiliscono le zone di rispetto ai lati del canale.

Nel 1925, in occasione della esecuzione di opere di sbarramento idraulico da parte dell’Ente Volturno, si rinvenne un buon numero di tratti dell’antico cunicolo, sicché nel 1937 lo stesso Ente commissionò un rilievo sistematico del tracciato che fu eseguito e pubblicato da Frediano Frediani.

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Sulla scorta di tale rilievo, che rimane fondamentale per la conoscenza del suo tracciato, si è potuto ricostruire anche il suo funzionamento. Il primo tratto presenta uno specus in buona parte scavato nella roccia, spesso pavimentato con mattoni grandi (bipedali). Si sono rinvenuti pozzi circolari per le ispezioni (spiramina) dal diametro ci m.1,10. Il condotto è pressoché regolare dalla sorgente fino a Venafro e presenta una larghezza costante di 60/65 cm. Ed un’altezza di cm. 160/165. Il primo tratto è pressoché pianeggiante, con lievissima pendenza nella parte che attraversa la piana di Rocchetta. Il secondo tratto, invece, ha una pendenza notevolissima e mediamente del 25%.

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Il condotto alle sorgenti del Volturno

I bipedali non si trovano nella parte che va dal territorio di Colli a Volturno fino a Venafro perché la parte strutturale dello speco è costituita da una platea di blocchi di pietra squadrata, da due piedritti dello spessore di circa cm. 60 costituiti da muratura ordinaria con pietra di cava ed inclusione di pietre squadrate poste alla base con la faccia verso l’interno dello speco e una volta a tutto sesto realizzata in muratura ordinaria gettata su una centina di cui sono rimaste le impronte nella parte cementicia.
Il tratto a forte pendenza è quasi totalmente ostruito da incrostazioni calcaree che, probabilmente, sono state la causa principale della sua dismissione già a pochi anni dalla costruzione.

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Il condotto scavato nella roccia a ponte Sbieco di Colli a Volturno

Notevole è il ponte in pietra che reggeva il condotto nei pressi di Montaquila.
Il Frediani nella sua planimetria riporta con il n. 32 i tratti di cunicolo ritrovati nei pressi dell’abitato di Roccaravindola bassa.

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Il ponte a Montaquila

Più avanti, nei pressi di S. Lucia di S. Maria Oliveto, si trova il cunicolo interamente scavato nella roccia.
Poco si conosce del sistema di distribuzione secondario. Sicuramente nel tratto urbano alimentava anche fontane pubbliche e private. Un chiaro esempio di utilizzazione anche per fini ornamentali è la Venere ritrovata negli anni 50 che, diversamente dalle altre consimili, presenta a lato un delfino fornito di una fistola interna che, collegandosi ad un condotto, permetteva all’acqua di zampillare.

L’EDITTO DI AUGUSTO NELLA TAVOLA ACQUARIA

(Le considerazioni sulla Tavola Acquaria che seguono sono una sintesi della relazione della  prof.ssa Maria Floriana Cursi – Istituzioni di Diritto Romano – Teramo: L’Edictum Augusti de Aquaeductu venafrano e l’amministrazione delle acque pubbliche. Convegno in memoria di Teodoro Mommsen nel centenario della morte (1903-2003). Venafro 13 dicembre 2003)

L’epigrafe venafrana è l’unico esempio di costituzione di un acquedotto pubblico in cui compaia il regolamento che ne disciplina l’amministrazione.

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La Tavola Acquaria nel Museo Archeologico di Venafro

Si tratta di un editto emanato da Augusto intorno all’11 a. C. e, quindi, prima della lex Quinctia (del 9 a.C.) che fissò la disciplina generale degli acquedotti.
L’iscrizione è formata da 69 righe divise in 4 titoli.
Il primo riguarda la donazione dell’acquedotto alla città di Venafro da parte di Augusto.
Il secondo illustra la costruzione e la manutenzione dell’opera ed i rapporti tra i coloni privati e l’uso dell’acquedotto.
Il terzo riguarda la gestione dell’acquedotto affidata a magistrati locali (duumviri).
Il quarto stabilisce le sanzioni per i comportamenti contrari e le procedure da seguirsi davanti al pretore peregrino.

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Frammento dell’editto ritrovato alle sorgenti del Volturno e conservato a Montecassino

L’editto fissa un criterio generale che interessa l’intero tratto dell’acquedotto stabilendo che su due fasce di terreno, da una parte e dall’altra del condotto, ognuna larga otto piedi, sia vietato al proprietario del fondo sul quale passa l’acquedotto di costruire qualsiasi tipo di edificio e sia vietato piantare qualsiasi tipo di albero. Su tali strisce è consentito (e il proprietario non può impedirlo) il transito pedonale a tutti coloro che debbano occuparsi della manutenzione del canale.
La configurazione di questa facoltà rinvia al modello della cosiddetta servitù di passaggio, anche se in questo caso è un diritto di passaggio del tutto particolare.

La circostanza che venga individuata una fascia larga otto piedi deriva dal precedente modello del cosiddetto subruncivus, che fissava la dimensione del sentieri pubblico nell’ambito delle centuriazioni agrarie, volto ad assicurare la viabilità tra i fondi privati.
Il fatto che nell’editto si garantisca il solo passaggio a piedi potrebbe far pensare ad un diritto di passaggio limitato alla sola larghezza  di un sentiero pedonale (iter facere), ma la circostanza che il passaggio sia largo quanto quello di una via adatta anche al passaggio di carri (8 piedi) lascia intendere che quel passaggio doveva essere sufficientemente comodo per gli addetti alla manutenzione senza che potesse essere utilizzato, il passaggio di carri.

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Dei citati cippi se ne conoscono almeno otto che presentano tutti lo stesso testo:
IVUSSV . IMP. CAESARIS
AVGVSTI . CIRCA . EVM.
RIVOM . QVI . AQVAE .
DVCENDAE . CAVSA.
FACTVS . EST . OCTONOS .
PED. AGER . DEXTRA .
SINISTRAQ . VACVVS .
RELICTVS . EST

Il terzo capitolo della tavola  individua nelle figure dei duumviri i magistrati cui era affidata la vendita dell’acqua su autorizzazione dei decurioni della città. Anche se il testo dell’editto parla di vendita di acqua, sembra che sia più giusto parlare di locazione in quanto, tenendo conto anche della legislazione generale in materia (lex Iulia Agraria e lex Coloniae Genitivae Iuliae seu  Ursonensis ) l’uso dell’acquedotto veniva concesso con limitazione temporale e, sebbene nell’editto non si faccia specifica menzione, il locatario doveva essere tenuto alla sua manutenzione anche mediante il costante controllo delle condutture, tant’è che erano previste delle multe in caso di dispersioni. La competenza per le sanzioni era affidata ad un cosiddetto pretor peregrinus a Roma, per mezzo di un rappresentante pubblico nominato dal senato.
Nella quarta parte vengono chiariti i rapporti tra l’organizzazione politica centrale e quella della colonia Venafrana.

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Sebbene l’acquedotto, essendo donazione di Augusto, sia stato di fondazione della madrepatria, la direzione e l’esecuzione delle opere era affidata dallo stesso editto ai magistrati locali.
Era l’imperatore, però, che stabiliva con il suo editto la terminatio, ovvero la posizione dei termini che seguivano la fascia di protezione dell’acquedotto.
Inoltre l’ingerenza romana, che derivava proprio dal fatto che l’acquedotto fu donato da Augusto, si ravvisa in particolare nell’affidamento al pretore peregrino di Roma la competenza per l’applicazione delle sanzioni, anche se era prevista la figura di un delegato locale in funzione di accusatore in rappresentanza della colonia. Dal che si conferma che la colonia di Venafro non nasce come le colonie greche, in conseguenza di sovraffollamento di popolazione o esigenze di commercio, ma fu, come le altre colonie augustee, una vera istituzione organica connessa con l’economia agricola – volta anche alla sistemazione dei veterani romani.

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5 Commenti

  1. RionereseStelioSoriani 20 ottobre 2008 at 19:18

    Premettiamo forte compiacimento per queste ricerche e documentazioni sull’acqua e sugli acquedotti. Complimenti per la scorrevolezza delle argomentazioni e la semplicità con la quale vengono esplicitate anche alcune logiche così lontane da noi.
    Quasi un Arcano che si mostra in forza del buon intervento di analizzatori.

    Vale, se vale, aggiungere una ilarità verso contro quell’avvocato odiosissimo del foro-romano: CIcerone. Cogliamo lo spunto dal vedercelo citato e…..
    Riferisce “IL” che Quinto Cicerone aveva presso Arpino un “Arcanum”, ma altro non era che il di lui orto.

    E quel Catone che contempla la bontà dei mattoni ……….. mentre Roma già sprezzava le Patellas fragiles de monte Vaticano ove anche il vino …non è che fosse mai troppo apprezzato.

    Cordialmente!

  2. Franco Valente 21 ottobre 2008 at 22:59

    Dico di più riferendomi a Quinto, antesignano dei moderni specialisti delle campagne elettorali, pensando alle porcherie dei politici nostrani.
    Al Quinto che scrisse Commentariolum petitionis dove si insegnava come far fesso l’elettore, come ricattare l’avversario, come vincere le elezioni con il voto di scambio.

  3. RionereseStelioSoriani 22 ottobre 2008 at 11:11

    Pare certo che Tullio e Quinto Cicerone siano degni di denigrazione, nè sono mai riuscito a capire l’amore che Petrarca e Leopardi riversarono sull’avvocato latino.

    Certo, pare, che non si possa prescindere dall’odio viscerale che Girolamo, il santo, riversò sui testi di Cicerone, odio che sfociò in fuoco……Girolamo continuava a bruciare….dopo aver già arso una copia del libercolo di Persio.

    Ora a me premerebbe aver qualche documentazione circa l’AVVELENAMENTO idrico realizzato da quei religiosi pirici. Certo è che alcun MIRACOLO è capace di inquinare così tragicamente le acque. Chi fa i miracoli?

    Resta ferma la soddisfazione di ritrovare argomentazioni e documentazioni solide circa l’acquedotto di Venafro.
    Io solo non ricordo il nome di quell’alto prelato il quale ribadiva che il non lavarsi le mani prima dei pranzi……non è peccato.
    Solo ricordo che a scriverlo, in primis, fu quel Matteo 15-20.

    Cordialmente.

  4. gianluca frediani 16 gennaio 2009 at 18:53

    gent.mo f. valente

    ho letto con molta attenzione ed interesse il suo articolo sull’acquedotto di venafro che mio nonno frediano studiò e pubblicò poi con a. maiuri. purtroppo non ho disegni conservati nel ns archivio di famiglia che si riferiscano a questo lavoro di rilievo.
    le chiederei una cortesia: ormai vivo e lavoro molto lontano e sarei lietissimo di sapere se le risulta che egli abbia realizzato nel suddetto territorio opere idrauliche o altro, anche per conto dell’allora ente volturno.
    il nonno era un valente architetto ed ho tracce di queste attività ma finora nessun riscontro preciso.
    sarebbe in grado di aiutarmi?
    grazie per la sua gentilezza

    gianluca frediani
    università di ferrara

  5. franco valente 16 gennaio 2009 at 23:59

    Gentilissimo Gianluca Frediani,
    commenti come il Suo sono graditissimi se non altro perché servono anche a dare un senso al mio blog.
    Confesso di non aver esteso le ricerche oltre il rilievo effettuato e pubblicato da Suo nonno.
    L’Ente Volturno poi fallì e la storia del fallimento ebbe risvolti anche giudiziari dei quali ho sentito parlare indirettamente.
    Il Suo intervento a questo punto mi stimola a mettere mano alle carte che, credo, siano ormai materiale di archivio storico.
    Le farò sapere cosa sarò riuscito a trovare.
    Comunque, se si trova a passare da queste parti sarò lieto di accompagnarLa, ove ne avverta il desiderio, in qualcuno dei punti rilevati da Suo nonno.
    Franco Valente

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