La Molisanita’ centrale o periferica (luglio 2006)

di Franco Valente

Non ho mai capito se il cafone molisano si senta molisano. Non ho mai capito se la classe cosiddetta media molisana si senta molisana. Non ho mai capito se i giovani molisani si sentano molisani. Non ho mai capito se per sentirsi molisano bisogna avere una certa età e bisogna aver studiato. Probabilmente alle prime tre domande non avrò mai risposta.

Alla terza credo di poterne dare una positiva: se non hai una certa età e non hai studiato non puoi sentirti molisano.

Insomma ho l’impressione che per sentirti molisano, mediamente ignorante, devi avere una buona cultura. Ovviamente ognuno si sente molisano a modo suo. Perciò chi ha studiato ed ha una certa età sente la necessità di attrezzarsi culturalmente per definire un contenitore virtuale in cui collocare le proprie radici storiche e poter dire, a volte a se stesso, a volte ad altri, di avere una propria identità.

Io personalmente mi sono costruita una struttura diacronica nella quale colloco in sequenza temporale i fatti più significativi della storia globale di quegli avvenimenti che comunque hanno interessato il territorio regionale lasciando tracce che a volte si leggono nei segni urbanistici, artistici o architettonici ed altre volte sono nascosti negli archivi o nelle biblioteche pubbliche e private. Una volta costruita la struttura diacronica cerco di ritrovare tutti gli elementi sincronici. E qui la cosa diventa più difficile, perché la tentazione è quella di storicizzare gli avvenimenti sincronici ritenendo che per elementi sincronici si intendono quegli avvenimenti accaduti contemporaneamente in un determinato momento storico.

La sincronia, per chi cerca di vederla da strutturalista, è un’altra cosa. Tutte le storie molisane sono fatte con criterio diacronico. Sono storie straordinarie come quelle di Ciarlanti (Memorie historiche del Sannio) e di Masciotta (Il Molise dalle origini ai nostri giorni), ma sono storie di fatti diacronici. Un fatto dopo l’altro, anno dopo anno. E’ assolutamente irrilevante che studiosi con la puzza al naso (come Evelina Jamison) vogliano a tutti i costi cercare i peli nell’uovo contestando al Ciarlanti o al Masciotta qualche errore o omissione. Il problema concreto (e non poteva essere altrimenti) è che le loro storie universali, veri e propri annali, non sono storie globali nel senso strutturale del termine.

Se vuoi sentirti molisano leggendo libri come quelli di Ciarlanti o Masciotta (che dovrebbero essere comunque obbligatori nelle scuole della regione) o dei tanti cultori locali che hanno fatto la storia della nostra regione, non raggiungerai mai il tuo scopo. Avrai una buona erudizione, ma non ti sentirai molisano.

Per sentirti molisano dovrai avere il modo di pensare di personaggi come Alfonso Perrella o Emilio Spensieri. Cito solo gli scomparsi per evitare di dimenticare qualcuno di quel discreto numero di viventi (tra i quali mi metto anche io) che si riconoscono come molisani appena cominciano a parlare dei particolari più insignificanti della loro regione e sono capaci di vedervi la storia intera del popolo che la vive o vi è vissuto. Non è importante che abbiano scritto trattati di storia o di arte. I molisani convinti si riconoscono (a prescindere dalla loro convinzioni politiche, il più delle volte sbagliate) per quel modo di sentirsi orgogliosi di essere eredi di una cosa che non esiste ma che piacerebbe loro fosse esistita: la coscienza storica molisana.

Si ritiene di essere molisani quando si pronuncia la frase: lo sono regionalista! Ancora meglio se afferma di essere pure meridionalista. E qui la questione inesorabilmente finisce in politica nella convinzione che la funzione politica regionale più alta sia quella che liturgicamente si celebra nel Consiglio regionale. Essere molisano è cosa distinta dal sentirsi molisano ed ho la sensazione che quello che appare dall’esperienza politica dei consiglieri regionali del Molise sia la cartina tornasole di un temporale di proporzioni inimmaginabili che sta per abbattersi sulla struttura della nostra regione.

E quando dico struttura mi riferisco a quell’insieme di elementi che complessivamente sostengono un sistema regionale nel quale essi interagiscono sia nel senso sincronico che in quello diacronico e che contemporaneamente interagiscono con altri sistemi apparentemente esterni. A volte, per una serie di circostanze familiari, professionali e culturali, da noi si è regionalisti convinti perché si è anagraficamente molisani e perché antropologicamente ci si sente molisani. Ma per essere regionalista bisogna sentirsi elemento che interagisce in senso strutturale con l’ambiente in cui si vive, nella piena consapevolezza che quell’ambiente ha interazioni sincroniche e diacroniche con altre realtà regionali. Nella sostanza il regionalismo molisano è un atteggiamento che non ha nulla a che vedere con quell’astratta molisanità che pare essere il sostegno ideologico dei rappresentanti politici nostrani quando paesanamente si identificano nel piccolo habitat di provenienza all’interno di un vasto universo che miseramente ha i confini territoriali nella circoscrizione elettorale. E questi confini, purtroppo, segnano inesorabilmente l’insuperabile perimetro del loro universo.

Si puo’ anche capire che appaia normale che i consiglieri regionali si sentano i naturali rappresentanti del territorio dal quale lucrano la maggioranza dei voti di preferenza, ma questa normalità è proprio il loro limite culturale. C’è anche qualcuno di essi che cerca di volare più alto, ma i cacciatori di piume sono pronti ad impallinarlo. Allora per garantirsi atterraggi sicuri preferisce tenere un volo basso, quasi radente, nella speranza che i fucilieri, abbassando il puntamento dell’arma, si sparino tra loro. Anche all’interno dei contenitori partitici di propria appartenenza. Chi anagraficamente è termolese si sente periferico al Molise come altrettanto periferico si sente il venafrano, il santangiolese, il sepinate, il riccese e così via. Ma l’aspetto inquietante è che si sentono periferici anche coloro che geograficamente sono nella parte centrale del Molise. Neppure chi è collocato fisicamente nei due capoluoghi provinciali, nonostante l’imponente sforzo della macchina governativa centrale che vi ha localizzato le sedi periferiche della struttura statale, si definisce molisano al di là della semplice affermazione anagrafica.

Addirittura l’unico aspetto che possa aiutarci a definire una omogeneità culturale (sempre nel senso strutturale del termine) è proprio la sensazione della disomogeneità.

Una sorta di Santo Sepolcro che attira per l’assenza del corpo di Cristo e non per la sua presenza. Nel Molise l’assenza di un corpo (ovvero la mancanza di conoscenza della propria struttura) è l’elemento di coesione dell’ apparato politico che si ritrova a fare guerre di religione che sono semplicemente guerre di posizione per controllare movimenti che nessuno fa, per discutere di proposte che nessuno elabora, per sognare scenari politici che nessuno concretizza, per parlare di un’economia che nessuno conosce, per sostenere soluzioni che nessuno chiede, per cambiare tutto affinché non cambi niente.

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Commenti

2 risposte a “La Molisanita’ centrale o periferica (luglio 2006)”

  1. Avatar Chiara Brunale
    Chiara Brunale

    In molto sono d’accordo…però purtroppo oggi come oggi il termine “Molisanità” (almeno io) non lo tollero, perchè spesso viene usato in tono dispreggiativo…Mi è capitato più di una volta sentir parlare persone che vengono da fuori e rivolgersi nei confronti della gente del Molise in questo modo….come se noi fossimo ancora nel Triassico!Non è giusto….

  2. il termine non è stato coniato da me e hai pefettamente ragione nel ritenere che usandolo si possa ottenere l’effetto contrario. Però può aiutarci a capire

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