da Franco Valente, Il nucleo fortificato di Roccapipirozzi, Piedimonte Matese 2003

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Il nucleo fortificato di Roccapipirozzi si mostra assai semplice nella sua definizione architettonica e non presenta elementi particolarmente significativi che ci possano aiutare ad attribuire ad esso l’epoca precisa di sua costruzione. Attualmente l’apparato murario é costituito da un recinto che ripete vagamente, nel suo complesso, la forma di una carena di nave, con la parte che volge a Nord-ovest a punta arrotondata e quella opposta, verso Sud, con andamento piatto. Una sola torre circolare si addossa alla parete sullo spigolo a Sud-ovest, mentre una sorta di rinforzo, che si traduce in un accenno di torre quadrata d’angolo, si vede sullo spigolo a Sud-est.

All’interno del recinto una grande torre circolare é decentrata fino al punto da essere quasi tangente alla cortina esterna per venire a farne parte mediante l’attacco di due tratti di muro che piegano verso di essa nel punto in cui si apriva l’unico accesso, ora ridotto a una semplice breccia per l’asportazione delle parti lapidee dell’antico portale.

Gli elementi apicali della torre, dove compaiono i resti di una serie di mensole che reggevano i beccatelli di supporto del piano di ronda aggettante, farebbero ricondurre la torre all’epoca angioina e probabilmente agli anni immediatamente successivi al terremoto del 1349, ma l’assenza del redondone e della scarpa inducono a qualche riflessione.

La questione della datazione si complica ulteriormente per la presenza, fuori del nucleo appena descritto, di una base di torre circolare, completamente diruta nella parte superiore, posizionata ad un livello più basso, sul lato occidentale ed in prossimità del varco che noi riteniamo essere stato l’ingresso principale.

Ulteriori problemi di lettura, poi, derivano dalle condizioni di estremo degrado dell’intero nucleo causate da un abbandono accelerato a seguito di una insana opera demolitoria delle case sopravvissute al sisma del maggio del 1984.

Tuttavia, nonostante queste complesse situazioni ambientali, sulla scorta dei rilievi architettonici curati dall’arch. Rocco Peluso alla fine degli anni Ottanta, possiamo analizzare alcuni particolari che, associati alle scarne notizie storiche, permettono di dare una logica alle sequenze costruttive di questo sconosciuto, ma nello stesso tempo fondamentale, presidio militare sul versante settentrionale del massiccio di Monte Cesima, ultima propaggine delle Mainarde verso la Campania.

Partiamo da tre elementi che possono fornirci utili informazioni: La cortina muraria del lato orientale e di quello meridionale; la cortina muraria occidentale a scarpa con torre d’angolo ugualmente a scarpa; la torre circolare centrale.

La cortina muraria che si sviluppa con andamento rettilineo sul lato orientale é dotata nella parte superiore di una serie di tredici merli, non tutti rigorosamente eguali tra loro, e dei quali solo il terzo, il quinto, l’ottavo ed il dodicesimo, partendo da settentrione, sono muniti di feritoia. La linea di visuale delle prime due feritoie non é ortogonale alla facciata, ma visibilmente piegata verso settentrione, in direzione di una delle porte della cinta esterna alla rocca, che è situata ad un livello di qualche metro più in basso e di cui sopravvive l’intero arco a tutto sesto.

Si tratta di una cortina muraria più volte rimaneggiata, soprattutto nella parte in cui assume un irregolare andamento circolare, quasi un accenno di torre, che conferisce, come si é visto, il carattere di una carena di nave. In questo punto si nota, infatti, che i varchi delle merlature, che seguivano l’andamento curvo, sono stati murati e sul muro continuo conseguentemente ottenuto é stata realizzata, ad un livello più alto, un’altra serie di merli ormai diroccati.

I rimaneggiamenti appaiono funzionali ad un miglioramento delle condizioni della difesa da questa parte della fortificazione e debbono ritenersi di poco posteriori alla realizzazione della merlatura originaria. La parte basamentale dell’intera cortina mostra i segni di un tipo di muratura in qualche modo diverso e che lascia supporre che ci si trovi di fronte ad una fase costruttiva più antica poi riutilizzata come sostruzione della fortificazione successiva. La circostanza che tutto il muro orientale, nonché quello che gli si aggrega sullo spigolo a formare la facciata meridionale, non abbiano l’andamento obliquo a scarpa, rende plausibile l’ipotesi che si tratti di una ripetizione o una riutilizzazione di quanto sopravviveva della rocca sicuramente esistente in epoca normanna.

Sul lato meridionale oggi esiste un altro piccolo varco all’interno del quale sopravvive una rozza gradonata di pochi scalini. Non é possibile affermare con sicurezza, per l’assenza di un qualsiasi elemento lapideo significativo, che in quel punto vi fosse una sorta di postierla, alternativa all’ingresso principale posto sul lato occidentale. Diversa é la caratteristica del muro perimetrale sul versante occidentale dove l’evidenza di una parete a scarpa non pone dubbi sulla collocazione temporale di questa parte del manufatto ad un periodo prossimo al secolo XIII con rimaneggiamenti sicuramente effettuati alla fine del XV.

L’esame superficiale del paramento esterno porta a ritenere che la scarpa sia nata insieme al muro e non sia quindi una semplice opera di rinforzo dell’esistente. La circostanza che le buche pontaie circolari (che furono utilizzate anche per il piano di ronda interno e di cui si parlerà dopo) abbiano il foro passante da parte a parte e completamente libero, é una ulteriore conferma che il muro sia nato già con la scarpa da questo lato.

La cortina, però, sul lato occidentale presenta una anomala piegatura a 90 gradi nelle immediate vicinanze del torrione centrale. Piegatura che non sembra frutto di casualità. Una precisa scelta progettuale, infatti, ha permesso di ottenere un lato corto nel muro di difesa capace di accogliere un riparo merlato per il tiro radente sulla parte esterna del torrione e per colpire direttamente chi si fosse avvicinato all’ingresso principale.

In questo lato corto, che con assoluta evidenza é stato sovrapposto in data di molto successiva a quella di costruzione del torrione, sopravvive una feritoia in tufo che certamente non é precedente alla fine del XV secolo, come testimonia la presenza della bocca di volata circolare, tipica delle archibugiere fisse.

Simile feritoia con arciera ed archibugiera appare sulla parte esterna della torre d’angolo, con funzione di controllo radente dell’intera cortina occidentale. Anche in questo caso la presenza della bocca di volata ci riconduce ad un rimaneggiamento del sistema alla fine del XV secolo.

Sicuramente utile per tentare la datazione é la forma della torre d’angolo, che non presenta segni di disconnessione muraria (e quindi sicuramente contemporanea alla cortina obliqua) che assolve la funzione precisa di controllo radente delle due pareti sulle quali si incastra. E’ una torre priva di beccatelli nella parte apicale e che non presenta il redondone nel punto in cui piega per formare la scarpa.

La particolarità della forma circolare della piccola torre in qualche modo ci fa escludere che la sua esistenza sia riconducibile ad una costruzione longobarda perché non sono documentate nel territorio torri longobarde che non abbiano una struttura quadrangolare. Rimane altresì problematico poter affermare con certezza che si tratti di una torre normanna a causa della presenza della scarpa che normalmente fa ricondurre la sua applicazione ad un periodo non antecedente la fine del XIII secolo, anche se all’inizio di quel secolo, in piena epoca federiciana, pare che se ne sia fatto un discreto uso.

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L’interno della rocca si presenta assolutamente libero da setti murari trasversali che facciano immaginare un sistema edilizio fatto da ambienti in muratura. La situazione di degrado interna non consente di verificare la preesistenza di una qualche costruzione interna, anche se non é da escludere che vi esistessero dei ripari in legno per gli addetti alla difesa. Neppure vi sono tracce in muratura di un struttura perimetrale corrispondente al cammino di ronda all’altezza dei merli che, perciò, era costituito da un piano in aggetto in legno poggiante su mensole, anch’esse di legno, incastrate nelle buche pontaie circolari di cui rimangono i fori passanti.

Diversamente va interpretato l’apparato murario della grande torre che presenta elementi strutturali e materiali che ugualmente sono utili per qualche riflessione.

La torre é perfettamente circolare e presenta qualche rimaneggiamento sia nell’unico accesso che é posto al primo piano ( a circa quattro metri da terra), sia nelle modeste aperture dei piani superiori. Si compone di tre vani, uno sovrapposto all’altro, collegati da una originaria scala a pioli, probabilmente retrattile, all’interno di botole che si aprono al centro delle volte circolari in pietrame misto.

Non si vedono sul paramento esterno tracce di buche pontaie, quindi la torre é stata innalzata lavorando esclusivamente dall’interno con impalcati in legno successivamente eliminati. La sua costruzione fu effettuata utilizzando pietrame calcareo locale ricavato in parte spianando il piano di appoggio (che é in calcare piuttosto compatto) anche riutilizzando cocci in terracotta rossa che evidentemente preesistevano nell’area.

A circa quattro metri da terra é posta l’unica apertura che permette l’accesso all’interno della struttura.

Formata da elementi lapidei squadrati, sembra essere stata rimaneggiata nel tempo anche a causa di un consistente cedimento, dovuto probabilmente ad una forte sollecitazione sismica, di cui rimane una vistosa lesione che si sviluppa fino alla linea delle mensole dei beccatelli.

Di queste mensole che sono in tufo e che si sviluppavano in senso radiale per tutta la corona apicale, rimangono solo monconi che non permettono di poter affermare con certezza se in origine fossero collegati da beccatelli in muratura o da un piano di ronda in legno. Il fatto che il piano superiore delle mensole coincida con il piano di copertura e che non esista una qualsiasi traccia di archetto di collegamento fanno optare per la seconda ipotesi.

Da tutto quanto sopra descritto possiamo tentare qualche conclusione avvalendoci soprattutto delle scarne citazioni epigrafiche e storiche.

La citazione più antica di un nucleo abitato che si chiamava Pipiruzzu si ritrova in Leone Ostiense quando riferisce della fondazione nel 1039 di un monastero dedicato a S. Nazzario in ipso colliculo de Pipiruzzu, super rivum de Centesimo.

Così Cosmo De Utris (C. DE UTRIS, Annali di Venafro, ms XIX sec. in VII voll. Vol. IV, pp. 221-222): an.1040. A questo anno si appartiene la donazione del nuovo monastero di S. Nazario di Venafro fatta al Monastero Cassinese. Leone Ostiense lib. 2 cap. 66. così scrive: «Hoc tempore Nantarus quidam sacerdos e monachus de Venafro obtulit in hoc monasterio Ecclesiam S. Nazarii, quam ibidem nuper a fundamentis construxerat in ipso colliculo de Pipiruzzu, super rivum de Centesimo. In qua videlicet ecclesia cum nonnullos fratres ad Dei servitium aggregasset, et codices aliquot, nec non et ornamenta ecclesiastica cum non paucis terrarum possessionibus inibi aadquisisset, eorum omnium omnium consensueandem ecclesiam cum omnibus omnino pertinentiis eius huic cenobio contulit ».

Del monastero di S. Nazzario si occupa anche Piero Diacono che, riprendendo da Leone Ostiense, riporta: … Ecclesiam in honore Santorum Martyrum Nazarii et Celsi in ipso collicello de Peperozo.

Nello stesso documento Pietro Diacono accenna anche all’esistenza di case in quella zona : … ipsa Ecclesia S. Nazarii et Celsi, simulaque cum omnibus terris et vineis et casis, que in predicto loco Peperozo nobis …...

Invece per al prima volta si fa cenno ad una rocca di Pipirozzi in due pannelli di bronzo delle porte della basilica desideriana di Montecassino. Sul pannello XXXII: SCS NAZARI / VS DE ROCCA / DE PIPERVZO / SCS PETRVS DE / SEXTO . SCS BE / NEDICT. DE BE / NAFRO . S. MAR / CVS DE CARPE / NONE . S. CRVCIS / IN SERNIA .

Analogamente sul pannello XXXV: S. NAZZARIVS / DE ROCCA DE PI / PEROCZV . S. / PETRVS DE SEX / TV . S. BENEDIC / TVS DE BENAFRO / S. BENEDICTVS / DE MONTERODO / NI . S. CRVCIS / IN SERNIE

Si sa che queste porte furono realizzate a Costantinopoli su commissione dell’abate Desiderio per essere poste all’ingresso della grande basilica che fu solennemente consacrata nel 1071. Dunque certamente qualche anno prima, quando presumibilmente fu avviata la realizzazione dei pannelli bronzei, già esisteva concretamente una Rocca di Piperuzo.

Potremmo disputare a lungo senza giungere ad una conclusione certa se volessimo affermare definitivamente che si tratti di una preesistenza longobarda o di un nuovo impianto dei primi anni del dominio normanno. Sarebbero necessarie prospezioni archeologiche per avere notizie più certe.

Inoltre, facendo considerazioni sulle strategie finalizzate non solo al controllo militare, ma anche fiscale, dovremmo necessariamente concludere che nell’ambito del sistema castellano per il controllo della valle del Volturno in epoca successiva alle penetrazioni saracene, un insediamento fortificato che avesse la funzione di punto di collegamento tra le varie postazioni per il controllo dei passi e dei territori non direttamente visibili dal nucleo amministrativo centrale della contea venafrana, nell’area di Roccapipirozzi doveva necessariamente esistere. Che avesse fin dall’inizio una forma solida in muratura é dubitabile.

Certamente all’epoca dell’abate Desiderio si potenzia quel percorso che, superando l’antico passo delle Tre Torri, metteva in collegamento Montecassino con il passo di Vinchiaturo e permetteva di scendere agevolmente verso la Puglia garganica per raggiungere il santuario di S. Michele. Il monastero di S. Nazzario, fondato dal monaco Nantaro che lo donò all’Abbazia cassinense, ad un giorno di cammino da Montecassino, venne così a costituire la prima delle tappe dell’itinerario che i monaci dovevano compiere per arrivare a S. Michele.

Il feudo, denominato Roccam Peperoczam, appare nel catalogo dei baroni normanni (E. JAMISON (a cura di), Catalogus Baronum. Roma 1972), quando era tenuto da Raul Liciem: Raul Liciem tenet de eodem feudo Raynaldi Sorelle Roccam Peperoczam que est sicut dixit feudum j militis et cum aug­mento obtulit milites et servientes ij.

Dunque il feudo di Roccam Peperoczam contribuiva a mantenere 1 milite e due servienti e questo ci conferma che il nucleo abitato esisteva nel periodo che va tra la fine del regno di Ruggero II d’Altavilla e l’inizio del dominio di Guglielmo II, perché il Catalogus Baronum, alla metà del secolo XII, riportava l’elenco dei feudi in qualunque modo assegnati ai vari feudatari normanni.

Il numero dei milites, ovviamente, era proporzionato all’importanza del feudo ed era precisamente indicato nella concessione regale.

Il Catalogus Baronum, sebbene riporti in maniera assolutamente essenziale i dati relativi ad ogni feudo, è oggi l’unico strumento che ci permetta di comprendere l’importanza e, forse, anche la dimensione del feudo con la sua capacità economica nei primi decenni subito dopo la metà del XII secolo. Gli elementi che appaiono dal catalogo, anche se scarni e sintetici, e soprattutto il numero dei milites che Raul Liciem doveva fornire per Roccapipirozzi sono comunque sufficienti a delineare una situazione non florida dell’economia del paese che, però, nella sostanza, era simile alla gran parte degli altri feudi elencati. Sappiamo così che il feudo di Roccapipirozzi, essendo il suo titolare obbligato alla fornitura di un milite armato per ogni venti once d’oro di reddito, aveva il valore corrispondente a un miles, cioè venti once d’oro.

Per questo dobbiamo ritenere che l’articolazione architettonica del castello esistente in quell’epoca fosse proporzionata alle risorse economiche del feudo e perciò possiamo immaginare una struttura edilizia di estrema essenzialità.

Per Enrico Cuozzo (E. CUOZZO (a cura di), Catalogus Baronum – Commentario. Roma 1984) Raul Liciem, feudatario di Arnaldus Sorellus, di Rocca Pipirozzi non é identificabile.

Arnaldus Sorellus, invece, era forse esponente di una famiglia feudale di Aversa, e parente di Raynaldus de Sexto. È probabile che Arnaldo abbia perduto i suoi feudi perché legato a Rogerius Sorellus, partigiano del conte Enrico di Montesca­glioso, che, nel 1167, dopo aver confessato la sua partecipa­zione alla congiura ordita dal fratello della regina Marghe­rita contro il cancelliere Stefano di Le Perche, venia non impetrata, carceri datus est, eo quod id tarde confessus fue­rat, cum iam omnes coniurationis auctores Henrici comitis indicio proderentum.. (FALCANDUS, Historia, p. 138)

La seconda notizia si ritrova in una scomparsa pergamena del 20 marzo 1182 (trascritta nel 1625) di Lucio III al vescovo Rainaldo: … in Roccha Peperoli Ecclesiam S. Mariae …. Peperolo ecclesiam S. Georgii. (A. VITI, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise dalle fonti delle pergamene capitolari di Isernia, Napoli 1972, p.359)

La terza notizia é di epoca sveva ed é relativa all’elenco dei castelli della Terra di Lavoro e della contea del Molise che contribuivano alla riparazione di castelli più importanti (E. STHAMER, L’amministrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo I d’Angiò, Martina Franca 1995, p.97.).

In particolare ci si riferisce ai feudi, tra i quali quello che viene chiamato Rocce Piperocii, che sopportavano le spese per mantenere il castello di Presenzano, che con Federico II assunse un’importanza straordinaria dal punto di vista strategico per la sua capacità di controllare la confluenza di due valli: Item castrum Presenzani reparari debet per homines ipsius terre, Vayrani, Pentamis, Sex­ti, Mastratii, Torcini, Rocce Piperocii, Venafri, S. Marie de Oliveto, Campi Sacci et Roc­ce Ravinule

La quarta notizia é riportata dal Cotugno (G. COTUGNO, Memorie istoriche di Venafro, Napoli 1824, p.191) e si riferisce ad un diploma di Giovanna II del 1358. Di questo diploma abbiamo conoscenza dalla trascrizione che ne fece Cosmo De Utris nei suoi Annali di Venafro e che é pubblicato da Gennaro Morra nella sua opera omnia su Venafro (G. MORRA, Storia di Venafro dalle origini alla fine del medioevo. Cassino 2000).

Così il Cotugno: E’ chiaro dall’addotta Bolla, che tutt’i Paesi della Diocesi Venafrana di quel tempo erano i seguenti, cioè Piperozza, Sesto, Mastrato, Torcino, Torlano, Fossaceca, Capriata, S. Giovanni de Coppelis, Ravindola, Montaquila, Fondemano (o sia oggi Filignano), S. Loterio, Cerasolo, Casale, Viticuso, Acqua-fondata, e Cardito, oltre agli altri piccoli Villaggi, ch’esistevano ancora nel 1358, e che perciò son nominati nel diploma di Giovanna II (Sez. I, cap.I) cioè le Pentime, S. Agata in Torcino, il Casale di S. Barbato, quel di Triverno, e quei di Valleporcina e S. Paolo citati da una pergamena nell’archivio di Monte Casino (perg. caps. 76). I paesi notati ancora esistevano al momento della soppressione della Diocesi, ad eccezione di Mastrato, e Torcino distrutti, di Fossaceca , che trovavasi smembrato , di S. Giovanni delle Coppitelle, e di S. Loterio parimente distrutti, e di Cerasolo e Cardito permutati con S. Nazario , come si narra. I di loro abitanti o si ricoverarono nei paesi contigui, o ne formarono degli altri, come i Pozzilli , e Concasale , che sonosi originati da Valle Caspole, Trasarcio, Valle del Campo, o Conca, e Casale, sistenti in sito adjacente Sono anche sortiti circa quell’epoca altri villaggi, come Vallecupa, Cippagna, Noci, Casamatteo ec.

E’ di nuovo Cosmo De Utris che ci fornisce la notizia della vendita della terra di Roccapipirozzi al marchese Filippo Spinola da parte di Orazio Lannoy: Anno 1582. Si fece la correzione dell’anno detto Gregoriano, perché ordinato da Gregorio Papa, e furono scemati dieci giorni al mese di ottobre. D. Orazio della Noya Principe di Sulmona e Conte di Venafro, vendé al Marchese D. Filippo Spinola la Città di Venafro con i suoi Casali per ducati settantamila, non che le terre del Sesto, Roccapipirozzi, e Pentime per ducati cinquantadue mila, e cinquecento, in uno 120500, ed a 7. 9mbre se ne ottené il Regio assenso, che fu poi esecutovi[ ]to in Regno a 26 Gennaio dell’anno seguente 1583, come dal registro in quinternione fol. 242.

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Commenti

Una risposta a “Roccapipirozzi”

  1. Avatar loredana
    loredana

    dove posso trovare il suo saggio sul castello di Pentime???

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