da Franco Valente, Il castello di Sprondasino, in Primo Piano (1.3.2007)
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Del castello di Sprondasino, che oggi si trova nel territorio comunale di Civitanova del Sannio, abbiamo due testimonianze particolarmente importanti : la prima dal Catalogo dei baroni normanni del XII secolo, la seconda relativa alla battaglia di Sessano tra Alfonso d’Aragona e Antonio Caldora del 28 giugno 1442.
Dal Catalogo dei Baroni, il registro fatto redigere dal re normanno tra il 1150 ed il 1168 per una leva generale necessaria per formare una grande armata reale sostenuta da tutti gli uomini liberi prescindendo dal loro stato sociale e dal loro rapporto feudale, sappiamo che un certo Matteo, l’ebbe in possesso intorno alla seconda metà del XII secolo: Matheus tenet a domino Rege Sporonasinam quod est sicut ipse dixit est feudum unius militis et augmentum eius est j miles. Una inter feudum et augmentum obtulit milites ij et servientes ij.
All’interno della contea di Molise vi erano possedimenti ecclesiastici, feudi mantenuti direttamente in capite de domino Rege e le terrae regie. Il territorio poteva essere anche dato in suffeudo dal feudatario ufficiale (una sorta di sub-concessione), ma nei confronti del re rispondeva sempre personalmente il primo feudatario. Questi, inoltre, assumeva anche gli impegni per la fornitura dei soldati per le esigenze belliche. Il numero dei milites, ovviamente, era proporzionato all’importanza del feudo ed era precisamente indicato nella concessione regale.
Questa organizzazione del regno, e in particolare del territorio molisano, fu decisa nell’assemblea generale convocata nel 1142 da Ruggero II a Silva Marca presso Ariano Irpino quando molte contee furono ridisegnate ed altre addirittura soppresse. Ugo II di Molise, conte di Boiano, schieratosi prima con Roberto principe di Capua e poi con l’imperatore Lotariocontro Ruggero, alla fine, durante l’assemblea di Ariano nel 1140, aveva giurato fedeltà alleato ricevendone in cambio, utilizzando l’antica terminologia, il titolo di conte di Boiano, anche se egli continuò a chiamarsi conte de Mulisio.
In altri termini, chiarisce Errico Cuozzo, la prima contea di Molise era formata da una serie di feudi non contigui l’uno all’altro che venivano tenuti sia in demanio che in servitio. Tale contea era un organismo inserito all’interno della struttura feudale e amministrativo della Monarchia, nel quale i rapporti feudali-vassallatici erano pienamente operanti. Altrettanto non può dirsi della contea di Boiano tenuta dai de Mulisio (E. CUOZZO, Il formarsi della feudalità ecc. , p. 194).
In quel contesto Matteo ebbe in concessione il feudo di Sprondasino. Altre notizie non si conoscono fino alla vigilia dell’epico scontro tra Antonio Caldora e Alfonso d’Aragona alla fine del mese di giugno del 1442.
Così Angelo di Costanzo, uno dei massimi cronisti napoletani del 500, riferisce: l’esercito di Antonio era ad una selva, che si chiama la Castagna, lontana poche miglia … Il Rè per questo passò nel piano di Sessano, e si pose tra l’esercito del Caldora, e Carpenone, per impedire il soccorso, & apena fù accampato, che comparse dalla banda di Pescolanciano l’Esercito Caldoresco, che venne audacissimamente à presentargli la battaglia (A. DI COSTANZO, Historia ecc, p.433).
Erano con lui due uomini potenti alla testa dei loro soldati: Paolo di Sangro e Giovanni Sforza.
La battaglia di Sessano avrebbe avuto un esito disastroso perché, mentre Antonio era accampato con le sue truppe a Sprondasino, Paolo di Sangro nottetempo concordava con Alfonso il tradimento.
Un tradimento che si concretizzò proprio durante gli scontri quando, in piena battaglia, Paolo di Sangro cambiò le insegne e passò con i suoi soldati dalla parte di Alfonso, mentre Giovanni Sforza fuggiva con 15 cavalieri nelle Marche.
La vigliaccata procurò a Paolo di Sangro grandi privilegi, compresa la concessione del feudo di Civitacampomarano del quale prese possesso con l’obbligo di esporre il suo stemma con i gigli angioini in bella evidenza, ma a testa in giù, come ancora si osserva sull’ingresso del poderoso castello.

Oggi dal viadotto si vede quanto rimane della poderosa torre di difesa esterna al castello di Sprondasino, sul lato sud-occidentale.
Ma se si vuole andare alla ricerca delle strutture dell’intera fortificazione, una delle poche sopravvissute alle trasformazioni angioine, ci si deve inoltrare in un densa boscaglia. La parte apicale della collina è stata regolarizzata con una murazione dall’impianto sostanzialmente quadrangolare. I fronti orientale e settentrionale sono conservati quasi interamente per un’altezza media di circa 4 metri. Mentre il lato settentrionale è perfettamente rettilineo, quello orientale è formato da tre tratti che piegano leggermente, probabilmente in conseguenza di difficoltà di regolarizzazione del piano di appoggio.

Su questo lato è meglio conservato il semplice apparato delle feritoie basse, mentre è completamente scomparso il coronamento superiore.
In corrispondenza degli spigoli si sono creati due varchi. Quello sud-orientale permette di capire che sullo spigolo era realizzata una feritoia d’angolo con asse visivo perfettamente in linea con la diagonale teorica del quadrilatero. Una seconda feritoia è posta a circa 2 metri. Una terza ad ulteriori 2 metri. Una quarta a circa 6 metri. Una quinta a un livello più alto a circa 5 metri dalla precedente. Un altro varco dovrebbe corrispondere ad un’altra feritoia scomparsa.
Sul lato settentrionale, che è meglio conservato nel suo apparato generale e che si sviluppa per una cinquantina di metri, rimane una sola feritoia.
Nel tratto in cui piega a 90 gradi per formare il lato orientale, un altro varco fa intuire che anche su questo spigolo vi era una feritoia d’angolo. Di questo lato occidentale rimane ben visibile il primo pezzo per circa 15 metri. La restante parte è interrata e si vede solo l’impianto. La boscaglia non permette di capire come si aggangiasse questo tratto con la parete meridionale di cui rimangono pochi elementi. Tra questi un rinforzo a scarpa nella parte sottostante la conformazione apicale che risulta ridisegnata planimetricamente per poggiarvi il mastio, che, evidentemente, si appoggiava nel punto intermedio della parete.
Del rinforzo rimane un pezzo consistente che in qualche modo costituiva parte della murazione di difesa generale, ma anche la base della soprastante torre quadrata quasi del tutto scomparsa.

Il muro di difesa andava a chiudersi nello spigolo che abbiamo descritto e sul quale si apriva la feritoia di spigolo.
L’accesso a questa parte della struttura difensiva doveva avvenira du un’unica porta sistemata nella zona in cui si unisce il tratto occidentale con quello meridionale ed era preceduta da un percorso scavato parzialmente nella roccia che ancora si conserva.
In quest’area le condizioni generali del terreno, pesantemente sconnesso da eventi naturali, non consentono di capire bene come si sviluppasse nel dettaglio l’impianto planimetrico, ma la sopravvivenza per oltre 16 metri di altezza della parete di una torre quadrata induce a ritenere che la difesa era ulteriormente garantita da un apparato che era in grado di controllare il percorso di avvicinamento che era stato ricavato proprio nella parte più accidentata sul versante occidentale.

Di questa torre rimane una traccia imponente nella parete esterna che ancora resiste. Dalle caratteristiche della muratura sembra che la costruzione si stata fatta in due momenti diversi, o perlomeno da maestranze diverse. Si tratta di un edificio realizzato con impalcati a risega con lo zoccolo interno ed esterno per il primo piano che probabilmente accoglieva un solaio in legno.
Le riseghe superiori, invece, non hanno corrispondenza interna e fanno ipotizzare che la torre fosse munita di un articolato sistema di impalcati lignei interni che permettevano di raggiungere la parte apicale di cui si è persa ogni traccia.

Una delleparticolarità più interessanti riscontrate è un foro di sezione quadrata che attraversa in senso longitudinale l’intero setto murario sopravvissuto, all’altezza del primo impalcato. E’ evidente che si tratti dell’alloggiamento di una trave di collegamento in legno annegata nella muratura e della quale non è rimasta traccia. Si tratta di un sistema abbastanza consueto e che è stato ampiamente studiato da Luigi Marino che ne ha rinvenuto la presenza in altri edifici fortificati. Però questa trave ha qualcosa di diverso. Nel punto intermedio, sulla parete interna, nella fase costruttiva è stata ricavata una nicchia quadrata, regolarizzata da pietre squadrate (quindi non si tratta di un vano aperto successivamente) che permetteva a chi era all’interno della torre di vedere la trave nella parte in cui il muro ne veniva attraversato.

Dall’esame puntuale, inoltre, di tutto ciò che è visibile non sembra che con l’introduzione della polvere da sparo siano stati apportati aggiustamenti all’apparato difensivo. In particolare anche le feritoie di epoca normanna non risultano modificate, come di solito accade per la gran parte delle difese molisane, con l’aggiunta delle toppa circolare sottostante per adattarle all’uso dell’archibugio.
Una considerazione finale merita la motivazione della scelta del luogo.
Certamente non fu la particolare natura del terreno a determinare la collocazione del castello normanno in quel luogo che si presenta piuttosto franoso. Certamente la possibilità di collegamenti visivi con gli altri castelli la cui origine perlomeno normanna (se non più antica) è documentalmente attestata. Dalla sommità del castello di Sprondasino si riesce a traguardare non solo su tutta la valle del Trigno, ma anche in direzione di quella del Verrino con possibilità, quindi, di comunicare a vista con il castello di Bagnoli, con quello di Pietrabbondante, con quello di Castelverrino e con quello di Caccavone, tutti richiamati nel Catalogo dei Baroni e nei documenti cassinesi dell’epoca.



Lascia un commento