ripreso ed integrato da F. VALENTE, Venafro Origine e crescita di una città, Campobasso 1979, pp. 154-159
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La presenza di un buon numero di sorgenti ha costituito per Venafro un polo di notevole attrazione. Ancora una volta la stampa del Pacichelli (1695) appare di straordinaria utilità capire come si presentasse il complesso delle sorgenti di Venafro e gli edifici che, grazie alla grande quantità di acqua che sorgeva ai piedi della montagna e nelle immediate vicinanze della porta principale della città, erano utilizzati per l’attività molitoria che costituiva una delle risorse economiche più importanti del territorio.
Nella stampa, tra le altre cose, si vede con chiarezza la presenza di due molini nei pressi dell’attuale vasca. Erano i molini amministrati dalla Corte della Bagliva ed avevano grande importanza per l’economia e le entrate pubbliche della città.

Il giardino, definito al n. 14 come peschiera, si vede rappresentato anche nel disegno a penna fatto da Giovanni Antonio Monachetti e conservato nella Biblioteca di Storia Patria di Napoli (XVIII sec.). Nel disegno viene riportato a lato della vasca grande anche un edificio che, con il n. 15, viene definito Casino di delitie.
L’uso degli impianti per la molitura era pubblico e per evitare che insorgessero tra cittadini e mugnai liti sulla quantità di macinato vi erano appositi regolamenti negli statuti locali della Bagliva. Uno di essi ad esempio prevedeva “che li Molinari debbiano tenere ciascuno catillo, seu coppa per togliere le moliture, la quale Coppa sia di venti a tommolo sotto pena di un Augustale alla Corte delli Baglii, e de restituire a quello, che ha macinato il grano tolto ad quatrupium, e detta Coppa debbia stare incatenata in una catena di ferro di palmi quattro, e non più attaccata alla Tremoia e si anco debbiano tenere la mezza coppa similmente incatenata, et attaccata ut supra, quali coppa e mezza coppa sieno di legname, e si debbano sigillare con il sigillo della Città, e di altra sorta non ne possano tenere, quali misure ut supra li Molinari ogni anno se le debbiano fare aggiustare, e sigillare dalli Sindici della Città per tutto li 8 del mese di Settembre, e non facendo le cose predette, o ciascuna di esse, ciascuno di essi sia tenuto in pena di un Augustale per ciascuna volta applicandola la metà alli Balii, e la metà al Signor Governadore e non procedendoci li Balii, ci possa procedere la Corte del Signor Governadore, e la pena s’applichi tutta al detto Signor Governadore e che di tal cosa non si possa fare fida alcuna alla pena duplicata: e che nessuno di detti Molinari dopo che averanno compiuto le Molina, o balchera possano in modo alcuno incominciare sotto la pena predetta applicanda alli Balii, e siano tenuti detti Molinari far imponere, o macinare a quello che prima viene, e che si trova imposto non si possa estramojare perfino a che non avrà finito di macinare sotto pena di un tari alli Balii, ovvero al Signor Governadore, essendoci accusati, e cosi similmente facendo la farina, che fosse guasta per qualsivoglia modo a giudizio d’Uomini d’arte, e di coscienza, siano tenuti detti Molinari all’interesse, o al giusto prezzo della quantità della farina, et essendo accusati siano tenuti alla pena di un tari uno per ciascuna volta alla pena ut supra“.
Uno dei due molini che nella stampa dei Pacichelli è segnato con la lettera “G” è stato agli inizi del secolo scorso trasformato quasi completamente per essere utilizzato oltre che per macinare grano anche per azionare una piccola centralina elettrica che sino alla seconda guerra ha fornito energia a tutto il paese.

Con la trasformazione di stile liberty si diede all’edificio l’aspetto di un castello sul lago, ma all’interno ha conservato il suo impianto più antico e vi si riconosce al piano terra un portale cinquecentesco (della medesima fattura dei portali del “palazzotto” e del giardino del castello) realizzato sotto il dominio dei conti Pandone che tennero in feudo Venafro per quasi un secolo, dall’inizio del Quattrocento, con Francesco, al primo ventennio del Cinquecento con Enrico.
È probabile perciò che proprio nel XVI secolo sia stata sistemata la “vasca grande” delle sorgenti di Venafro per poter meglio utilizzare le acque nella molitura del frumento.
Nell’area della attuale Villa Comunale ove ancora è possibile ritrovare qualche elemento della balaustra e la piattaforma che era sita al centro della vasca

Riferisce il De Utris, riprendendo quasi integralmente dal Valla: “Anno 1606. Al Marchese Filippo Spinola succedè Ambrosio suo figlio che poco tenne la detta città, stante che la medesima domandò e fu ammessa nella prelazione. Ma perchè non aveva denari propri li pigliò ad interesse dal Principe di Sulmona e dal Conte di Trivento e non bastando la rendita per pagare l’interesse o per insufficienza o per causa di mala amministrazione, e però travagliata di continuo da commissari e cresciuto il debito in somma considerabile fu necessario renunciare al Demanio e fare l’istanza che di nuovo si vendesse, conforme ne seguì l’effetto e fu comprata da D. Michele Peretti nipote di Sisto V per ducati ottantaseimila con titolo di Principe nel 1606“.
Questa è la prima notizia del secolo e ci fa comprendere come fosse precaria la situazione economica della città che non riusciva neppure a pagare gli interessi sui prestiti contratti. La presenza dei Peretti, però, fa presumere un interesse ed una lungimiranza di tale famiglia fuori dei confini dello Stato della Chiesa, in vista di probabili sviluppi della economia venafrana. In realtà da questo momento si determina per Venafro un sensibile sviluppo economico, accompagnato da una serie di fatti urbanistici ed architettonici.
I beni che vengono acquistati dai Peretti vengono elencati dal razionale Farina: “… a detto Michele per se et successori la detta città di Venafro con suo castello seu fortezza, Banco della Giustizia et Cognitione delle cause civili, criminali et miste, feudi suffeudi quaternati et ne quaternati, scandaggi, zecca di pesi et scure, ragioni di patronato di chiese et … come detta città si era posseduta per li predecessori possessori di essa et signater colli infrascritti corpi. Lo Castello in capo della città con giardino. Lo palazzo a mezzo della città con cortiglis, stalla, cantina e diverse stanzia. La Torre nell’entrare della città alla vista del mercato. Lo giardino con la casa di ricreazione fuori della città. La Mastrodattia con li proventi delle cause civili, criminali et misti: annui ducati 280 che paga l’Università per la Bagliva, Postulonia della città. Lo bosco di ghiande nominato Folignano e Valle delle quali due parti sono della Corte Baronale. Il territorio lavoratorio nominato Schito. La giurisdizione alla feria di S. Michele. Lo franco di detta feria. La feria di S. Giovanni. Una Balchera. Uno forno. Due molina delle quali la metà è della Corte Baronale. La giurisdizione della macina delli Casali. La starza dove si dice S. Donato. Un uliveto con molti piedi di olive. Una starza vicino al detto territorio di Schito. Le caccie di penne come di pelo. L’acqua. Balchere et ogni altra ragione et azione et il suddetto per il prezzo di ducati ottantaseimila depositati nel Banco del Monte della Pietà, acciò si fussero liberati iusta la forma del deposito…”
I due molina delle quali la metà è della Corte Baronale che Michele Perretti acquisisce con l’acquisto della città, dovrebbero essere proprio quelli della Pescara e che nella richiamata stampa del Pacichelli sono ben visibili. Accanto ad essi è rappresentato il giardino e peschiera della Corte. Questo giardino di sicuro è lo stesso che nell’elenco dei beni acquistati dal Perretti viene definito lo giardino con la casa di ricreazione fuori della città.
Nella rappresentazione a volo d’uccello il giardino si presenta ben realizzato, chiuso all’esterno da un muro e con al centro un laghetto quadrato, la “peschiera“, delimitato da una balaustra. Al centro della vasca una piattaforma, anch’essa balaustrata, con accesso in rapporto prospettico con la casa del giardino.
Il termine “peschiera” ancora oggi è rimasto nella definizione popolare della zona che viene comunemente indicata come “la pescara“.

Negli anni Venti del secolo scorso il molino fu trasformato in una centralina elettrica che utilizzava il piccolo salto di livello per la produzione di elettricità che serviva per illuminare la città. Le vicende storiche di questa centralina sono state ricostruite da Francesco De Vincenzi (Centrali idroelettriche in provincia di Isernia, Almanacco del Molise 1989)
La Società elettroagricola di Venafro con sede legale in Napoli, iscritta all’Ufficio Provinciale delle Corporazioni di Napoli in data 8 maggio 1924 al nr. 34130, era nata per l’ Esercizio per la distribuzione di energia elettrica ed impianti per la distribuzione dell’acqua potabile ed irrigua. Il presidente ed amministratore unico fu il sig. Pier Vincenzo Perrelli di Francesco. La società si costituì definitivamente in data 8 dicembre 1926 ed iniziò ufficialmente l’attività il 1° gennaio 1927.
L’energia prodotta fu sfruttata specialmente per l’industria molitoria eseguita in conto proprio. La produzione di energia elettrica, di circa 25 Hp., servì per l’illuminazione pubblica e privata di Venafro. All’esercizio della centralina furono applicati 6 operai, due nella centralina e quattro nel mulino.
L’officina idroelettrica forniva energia, per Hp. 15 circa, al pastificio F.lli Gamberale e Dott. Amodio, con sede in Venafro.
La ditta, in cui erano impiegati undici operai, iniziò l’esercizio il 10 aprile 1928, e cessò l’attività il 15 settembre 1933, in seguito alla locazione del pastificio al sig. Carmelo Fantini.
Con atto redatto dal notaio Giuseppe Tozzi di Napoli, in data 31 agosto 1935, il presidente della Società elettroagricola di Venafro, ing. Girolamo P. Maglione, fu Tommaso, comunicava all’Ufficio Provinciale delle Corporazioni la cessazione dell’attività dell’impianto di produzione di energia elettrica ed industria molitoria, per fusione dell’esercizio. Nello stesso subentrò la ditta Società Molisana per Imprese Elettriche con sede in Napoli.
I dati sono conservati nell’archivio della Camera di Commercio d’Isernia, sezione ditte “cessata attività”, al nr. 2531, ed al nr. 2614.

Parte del palazzetto liberty fu poi utilizzato come cinema mediante l’abbattimento di un solaio e la conseguente creazione di una galleria per il pubblico.

Ultimamente, dopo una serie di azioni di protesta, è cominciato qualche intervento di riparazione, ma è improbabile che prima di qualche decennio l’antico edificio possa essere utilizzato.


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