Se i Santi non vengono a noi, andiamo noi dai Santi

Se i Santi non vengono a noi, andiamo noi dai Santi
Un breve viaggio iconografico tra i Santi delle chiese dismesse di Venafro
Franco Valente, 26 marzo 2008, ore 17,30
Castello Pandone di Venafro

Direzione Regionale Beni Culturali: arch. Ruggero Pentrella
Allestimento: Soprintendenza del Molise – Coordinamento Emilio Izzo
Schede del catalogo: Franco Valente

Nell’ambito della settimana per i beni culturali nel Castello Pandone di Venafro viene esposta e presentata una serie di opere artistiche, prevalentemente del XVII e XVIII secolo, provenienti dalle chiese di S. Francesco, S. Agostino, S. Angelo e S. Paolo.
Si tratta di un’occasione irripetibile per vedere, tutto insieme, un patrimonio costituito da 37 opere che da oltre 10 anni erano depositate nei magazzini della Soprintendenza del Molise in attesa di definitiva collocazione o ricollocazione.
I caratteri stilistici e, in alcuni casi, le firme autografe attestano la loro provenienza napoletana e si legano alla grande produzione artistica partenopea del XVII e XVIII secolo. Tra gli artisti più importanti Nicola Maria Rossi, Simone Papa il moderno, Andrea Viso, Carlo Brunelli.
Delle opere rappresentate diamo una sintesi estratta dal catalogo.

PRECISAZIONE
Il quadro di Simon Papa che segue era stato da me male interpretato perché avevo confuso S. Angelo di Gerusalemme con S. Pietro Martire.
Ringrazio Giuseppe Spagnuolo che mi ha fatto notare l’errore commentando così: Guardando questa pagina interessante mi sono accorto che ci sono due errori e mi permetto di farglieli notare. L’opera di Simone Papa raffigura secondo me i santi carmelitani:S.Angelo da Gerusalemme (e non S.Petro martire) e S.Alberto degli Abati (e non S. Vincenzo), perchè hanno il saio marrone e la cappa bianca tipica dell’ordine ( e non nero come i Domenicani) e anche perchè la Madonna è rappresentata con il titolo del Carmelo.
Mi è arrivato una altro benevolo commento dello stesso tenore da Padre Antonio Sangalli della Madre di Dio, per cui credo sia urgente una correzione prima che la questione diventi mondiale….

Comunque ringrazio affettuosamente chiunque contribuisca a migliorare il contenuto di questo blog.

Madonna del Carmine tra i Santi Angelo da Gerusalemme e S. Alberto degli Abati

Simon Papa pingebat 1612

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Una Madonna del Carmelo che regge il Cristo Bambino è contornata da angeli, due dei quali reggono una corona aurea. In basso due anime purganti appaiono sullo sfondo limitato dalle figure di S. Angelo  da Gerusalemme e S. Alberto degli Abati.

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In una pittura di Filippo Lippi di una Madonna con Bambino, insieme a S. Anna sono rappresentati anche S. Angelo da Gerusalemme e S. Alberto degli Abati.

Il primo appare con il capo spaccato da una spada, mentre il secondo mantiene con la sinistra un giglio. In un quadro di Ludovico Carracci S. Angelo viene martirizzato con una freccia conficcata nel petto. A Licata, di cui S. Angelo è il patrono, il santo è rappresentato con il petto trapassato da una spada.

Se nel quadro di Venafro S. Angelo non vestisse l’abito dei Carmelitani potrebbe essere confuso con il domenicano S. Pietro Martire con il pugnale che trafigge il petto ed il coltello infisso nella testa.

E’ probabile che Simon Papa, autore del dipinto, si sia ispirato alla iconografia domenicana per rappresentare il santo carmelitano creando una certa incongruenza che non diminuisce la qualità artistica dell’opera.

Nato a Gerusalemme nel 1185 prese i voti insieme al suo fratello gemello sul Monte Carmelo. La tradizione attribuisce a lui il viaggio a Roma per ottenere da papa Onorio III il riconoscimento dell’Ordine deio Carmelitani. A Licata convinse una donna, che viveva un rapporto incestuoso, a lasciare un certo Berengario, eretico cataro. Da costui fu ucciso con un colpo di spada mentre predicava nella chiesa del Santi Filippo e Giacomo. Era l’anno 1225.

La figura di S. Alberto degli Abati, invece, è assolutamente coerente con l’iconografia ufficiale del santo carmelitano, essendo frequentemente rappresentato mentre regge un crocifisso ed un giglio.

Nato a Trapani o nella vicina Erice, nella seconda metà del XIII secolo, entrò nel convento dei Carmelitani di Trapani dove prese anche i voti sacerdotali. Mandato a Messina a predicare, gli fu attribuito il merito di aver salvato la città da un assedio facendo passare miracolosamente alcune navi cariche di vettovaglie. Fu celebre per le sue predicazioni e per un periodo fu il Superiore Provinciale dei Carmelitani di Sicilia.

Sull’autore di questa tela, tra le più belle del patrimonio venafrano, non vi sono dubbi. Lo attesta il cartiglio posto in basso, sullo stemma del committente, Simon Papa pingebat 1612. Si tratta di Simon Papa il moderno (distinto da Simon Papa il vecchio e Simon Papa il giovane, tutti napoletani). Le poche notizie su questo artista dalle doti straordinarie si ricavano da Bernardo De Dominici (considerato dalla critica il Vasari di Napoli) che parla di lui nel vol. III delle Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani:
Simone Papa moderno, ed ultimo di tal cognome discepolo di Andrea Vaccaro, fu ferace d’invenzioni, e franco e spedito di pennello: che se al fuoco che avea nell’inventare egli avesse unito lo studio, certamente sarebbe stato un de’ nostri migliori pittori; ma egli contentandosi della sola abbondanza della prontezza, nulla badando alla gloria, e senz’altro studio condusse le opere sue, le quali furono molte, e grandiose, come si può vedere dal chiostro di S. Lorenzo, ove in molti quadri a fresco rappresentò la vita e miracoli di S. Francesco, e di S. Antonio di Padova. Così nel chiostro di S. Maria la Nuova, ei dipinse la vita e miracoli di S. Giacomo della Marca, allora detto il beato Giacomo, nelle quali pitture si vede un facile componimento, e figure di attitudine bizzarra, e pittoresca, ma poco stimata: per le quali si vede, che egli dalla natura avea ottenuto tutto il talento idoneo a produrre frutto migliore, se con lo studio avesse voluto coltivarlo.
Sulla circostanza che Simon Papa, secondo De Dominici, sia stato allievo di Andrea Vaccaro (che all’epoca di questo quadro venafrano aveva solo 8 anni) sicuramente vi è da dubitare. In realtà suo maestro, con il quale collaborò a S. Maria La Nova, fu Belisario Corenzio, soprattutto nella pittura murale.

Madonna con S. Giovanni Evangelista e S. Giacomo della Marca

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Certamente alla base della scelta iconologica vi è il tentativo di associare due santi che apparentemente non hanno nulla in comune se non la circostanza che ambedue abbiano subito il tentativo di avvelenamento.
Sulla sinistra vi è l’immagine di S. Giovanni Evangelista che si riconosce immediatamente per una serie di attributi che vanno dalla solita tunica verde con il mantello rosso, il suo Vangelo aperto nella mano sinistra e l’aquila del Tetramorfo che regge con il becco lo stilo usato dall’apostolo per scrivere.
Sulla destra, invece, la figura di un santo francescano dal volto emaciato che regge un bastone pastorale mentre la mitra è a terra in segno si rinuncia all’episcopato, rivela che si tratti di S. Giacomo della Marca che fu celebre soprattutto per la sua lotta contro l’usura e per le sue ferventi predicazioni.
L’immagine di un putto che regge un calice dal quale spunta una vipera spiega le affinità tra i due santi.
Il calice con il serpente ricorda un episodio leggendario raccontato da Jacopo da Varagine nella Legenda aurea. Quando, qualche tempo dopo la crocifissione di Cristo, Giovanni giunse ad Efeso, gli orafi del tempio di Diana temettero che a seguito della sua predicazione avrebbero perso i loro affari. Aristodemo, gran sacerdote del tempio, impose allora a Giovanni la scelta di adorare Diana oppure di bere un calice di vino avvelenato. Giovanni scelse di bere il vino, ma avendo fatto un segno di croce sul calice, il veleno si trasformò in un serpente che scappò via. Così Giovanni bevve senza alcun danno e Aristodemo si convertì al cristianesimo.
Giacomo era nato a Monteprandone nelle Marche nel 1394. Pastore e porcaio nell’infanzia, appassionato di medicina e giurisprudenza, dopo varie peripezie frequentò l’università di Perugia passando poi a Firenze e a Bibbiena. Nel vicino convento della Verna e poi a S. Maria degli Angioli maturò la volontà di darsi alla vita religiosa iniziando una peregrinazione che lo portò a predicare in varie parti d’Europa per tornare poi in Italia e raggiungere definitivamente Napoli dove morì nel 1476.
Durante le sue lotte contro l’usura e gli usurai “la cui morte è desiderata da tutti”, dicono i suoi biografi, subì vari tentativi di avvelenamento dai quali, però, uscì sempre illeso. Questo è il motivo per cui gran parte degli artisti che lo hanno rappresentato hanno associato alla sua immagine il calice con la vipera, in analogia con l’episodio attribuito alla vita di S. Giovanni Evangelista.
Non si conosce il nome dell’artista, ma in epoca immediatamente successiva alla esecuzione dell’opera il parroco Patrasso, che l’aveva commissionata a sue spese insieme a suo fratello Giovanni Stefano, nel 1709 fece aggiungere un’epigrafe di cui si legge a malapena: PAROCVS PATRASSO / EIVSQue FRATER IOAnNES STEPHANus / PICTOR SVmTIBus PROPRYS HOC SACellum / ERexRVnT ET RENOVArunt OMNIA CONVTA / A.D. 1709

S. Bonaventura da Padova nello studiolo

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La tela proviene dalla chiesa di S. Francesco e nulla si conosce dell’autore. Anche l’individuazione del santo rappresentato lascia qualche perplessità.
Per tradizione l’immagine viene attribuita a S. Bonaventura, nato a Padova nel 1332, cardinale agostiniano ed amico di Francesco Petrarca di cui fece l’elogio funebre. Ci aiuta in questo riconoscimento una stampa di Collaert del XVII secolo che probabilmente circolò in Italia per illustrare la vita del santo. In essa uno dei medaglioni fa vedere S. Bonaventura in un atteggiamento molto simile a quello della tela di Venafro. In particolare nella parte che simboleggia l’ispirazione divina che si concretizza in un raggio di luce che arriva dall’alto.
Anche S. Girolamo, dottore della Chiesa, considerato il più grande biblista della tradizione latina, veniva spesso rappresentato in abiti cardinalizi all’interno di uno studiolo. Girolamo era nato a Stridone, una città che si trovava tra Aquileia e Lubiana intorno al 340.
La tradizione agiografica più consueta lo rappresenta nel deserto, fuori di una caverna, in genere con un leone divenuto mansueto per l’episodio della guarigione ad opera del santo che gli aveva estratto un spina dalla zampa. La circostanza leggendaria del leone guarito viene generalmente richiamata inserendo l’animale ai piedi del Santo. Il fatto che il leone manchi, anche se non è una regola, fa propendere per il santo padovano.
Il Santo è raffigurato all’interno di uno studiolo fornito di una libreria davanti alla quale è sistemato un tavolo con un crocifisso.
Nella tela di Venafro il santo è seduto su una sedia con braccioli ed è colto nell’atto di alzare la penna d’oca dal manoscritto appoggiato su un tavolo rivestito di un panno di raso con una bordura di oro. Il cappello rosso a larghe falde tipico dell’abbigliamento cardinalizio è appeso alla spalliera. Sul tavolo il calamaio ed un campanello.
In alto, all’interno dello studiolo, una nuvola squarciata dalla luce evidenzia il valore divino della ispirazione mentre una pesante tenda di velluto verde segna il limite dello spazio fisico. Il santo cardinale è vestito di una cocolla nera foderata di raso rosso.
La cocolla era in origine un cappuccio con una mantellina molto corta in uso presso gli eremiti d’Egitto come quella dei contadini e dei soldati e veniva portata di giorno e di notte. Nel tempo più che un uso pratico ha assolto una funzione simbolica.
Di grande effetto per la bontà dell’esecuzione è la bordura della cotta bianca da cerimonia che il cardinale indossa sulla pesante tunica, costituita da una raffinata fascia a merletto.
I caratteri generali dell’arredo e l’abbigliamento fanno collocare questa pittura nella prima metà del XVII secolo.

Madonna Assunta con i Santi Nicandro, Mauro e Marciano e gli Arcangeli Michele e Raffaele.

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Una giovane Madonna viene tirata in alto dalla mano dell’Eterno che esce dalle nuvole mentre in basso sono schierati i Santi Nicandro, Marciano e Mauro e gli Arcangeli Michele e Raffaele.
Per capire questa tela bisogna tenere conto del luogo di provenienza che è la dismessa chiesa di S. Angelo alla via per Dentro di Venafro. Senza entrare nelle valutazioni sui notevoli caratteri architettonici della piccola chiesa, purtroppo lasciata in un deplorevole abbandono, ci è utile una citazione dagli “Annali di Venafro” di Cosmo De Utris (vol. VII, p.87):
An. 1613. A 29 di marzo la Curia Vescovile di Venafro concedé a nuovi confratelli della Congregazione dell’Angelo Custode promossa da fra Crisostomo d’Avella la chiesa scoverta e diruta di S. Mauro (precedente consenso di D. Nicandro Storzullo Rettore di essa) sita dentro la città, la quale però fu rifatta con mutarseli il titolo, prendendo quello di S. Angelo Custode: e la Confraternita che comprendeva non solo preti e secolari, ma ben anche maschi e donne fu perfezionata e stabilita sotto il pastoral zelo di monsignor D. Vincenzo Martinelli che fu vescovo dal 1632 al 1635.
A 10 febraio poi del 1647 fu questa Confraternita aggregata all’Arciconfraternita di S. Michele Arcangelo di Roma e fino al 1690 circa comprendeva e preti e secolari, e maschi e donne. Indi si vede ristretta a soli preti, i quali in agosto 1711 la fecero aggregare alla Congregazione de Chierici sotto il titolo dell’Assunta eretta dal Priore Francesco Pavone dentro il Collegio della Compagnia di Giesù in Napoli
”.
Dunque la presenza dell’Assunta nel quadro è da mettere in collegamento alla decisione del 1711. Questa circostanza ci permettere di collocare l’opera in un periodo comunque di poco successivo al 1711, anche se i caratteri dei due santi (Nicandro e Marciano) posti sui due limiti in basso, sembrano essere addirittura di oltre un secolo più antichi. In effetti appare chiaro che le figure dei due santi furono integralmente copiate dal quadro cinquecentesco della basilica di S. Nicandro che, attribuito a Teodoro d’Errico, era ben conosciuto agli inizi del XVIII secolo a Venafro.

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Semplice è anche il riconoscimento di S. Michele Arcangelo, ritratto con la bilancia nella mano sinistra e la spada nell’atto di schiacciare Satana, e di S. Raffaele con il piccolo Tobiolo.
Invece il santo che appare sulla destra con un reliquiario in mano dovrebbe essere S. Mauro, in ricordo della originaria titolarità della chiesa.

Madonna Addolorata, Giuseppe e Gesù fra i dottori nel tempio
A. Viso 1795

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Particolarmente importante questa tela che una volta si trovava nella chiesa di S. Angelo alla Via per Dentro in Venafro perché di Andrea Viso, che firma l’opera in basso a destra nel 1795, non si conoscono altre opere nonostante la qualità della sua pittura sia indubbia.
Dello stesso autore, ma non si sa la data di esecuzione, troviamo firmata una Madonna con Bambino e Santi per la chiesa di S. Giuseppe a Oppido Lucano. Quindi di Andrea Viso non sappiamo altro.
I caratteri stilistici della tela venafrana mettono in evidenza i rapporti di questo autore con la produzione di Luca Giordano e come giordanesco viene definito da O. Ferrari e G. Scavizzi che citano un altro quadro di Andrea Viso a Napoli, ormai scomparso.
La scena rappresentata si riferisce al secondo dei sette dolori della Madonna. Il ritrovamento di Gesù dodicenne dopo tre giorni tra i dottori del Tempio: I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l`usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l`udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Luca 2,41-52).
Nella rappresentazione viene dato particolare risalto alla figura di Maria il cui petto è trafitto da una spada mentre S. Giuseppe, che l’accompagna con il bastone fiorito, indica verso il fondo la zona del Tempio dove il piccolo Gesù intrattiene i Dottori.

San Giuseppe da Copertino

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La tela proviene dalla chiesa di S. Francesco ed era collocata nell’altare della famiglia del Prete di Venafro, tuttavia non necessariamente si riferisce ad un episodio domestico. La rappresentazione è piuttosto singolare e probabilmente ricorda un episodio straordinario accaduto all’interno di una chiesa.
Si tratta della levitazione di un santo francescano davanti all’altare dell’Assunta, alla presenza di alcuni personaggi in abiti settecenteschi che appartengono ad una famiglia benestante.
La gerarchia ecclesiastica ha visto sempre con circospezione i casi di cosiddetta levitazione, a cominciare da quelle attribuite a S. Teresa d’Avila e al suo confessore S. Giovanni della Croce, ai quali la devozione popolare attribuì la capacità di sollevarsi da terra nella concomitanza di particolari occasioni.
Nel secolo successivo in Italia Giuseppe da Copertino, dei Minori francescani, si guadagnò l’appellativo di frate volante perché dal 1630 in poi sarebbe stato visto volare almeno 200 volte.
Giuseppe era nato nel 1603 a Copertino in Puglia e durante la sua vita gli fu attribuito un numero elevatissino di miracoli. Morì ad Osimo nel 1663. Nel regno di Napoli, che egli infervorò con le sue predicazioni, gli furono riconosciute frequenti levitazioni e per questo subì anche processi inquisitivi.
Un rinnovato interesse per questi fenomeni si ebbe nel secolo successivo perché attribuiti anche S. Alfonso de Liguori e, soprattutto, a S. Giuseppe Giovanni della Croce.
Quest’ultimo, nato nel 1654 ad Ischia, a 15 anni entrò tra i Francescani scalzi della riforma di S. Pietro d’Alcantara, altrimenti chiamati alcantarini. Prese i voti nel convento di S. Lucia al Monte in Napoli da dove, insieme ad 11 confratelli fu mandato a Piedimonte d’Alife nel santuario eremitico di S. Maria Occorrevole dove creò un piccolo convento continuando ad insegnare ai novizi di Napoli.
A lui si rivolsero personaggi importanti della Chiesa, compreso S. Alfonso de Liguori e S. Francesco de Geronimo. Gli furono attribuiti fenomeni straordinari come la bilocazione, la chiaroveggenza e, soprattutto, la capacità di levitare.
La particolare vicinanza di Venafro a Piedimonte Matese (una volta Piedimonte d’Alife) potrebbe fornire una risposta al contenuto della rappresentazione.
Quando nel 1722 il movimento alcantarino del regno di Napoli si divise da quello spagnolo, egli divenne ministro generale guidando il movimento fino all’anno della sua morte che avvenne nel 1734.
Una ventina di anni dopo gli alcantarini allargarono la loro attività anche a Venafro, su iniziativa del canonico Antonio De Bellis che li ospitò inizialmente presso la propria abitazione, prima che edificassero un proprio convento sotto il titolo di S. Pasquale Baylon (poi divenuto Ospedale civile).
E’ probabile che la tela di Venafro sia stata commissionata in un clima di forte condizionamento da parte degli alcantarini.

Madonna con Bambino e S.Nicola da Tolentino
Nicolaus M.a Rossi fecit 1736

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Questa tela, tra le più importanti del ricco patrimonio venafrano, fu eseguita nel 1736 da Nicola Maria Rossi per conto della confraternita di S. Nicola da Tolentino.
Nicola Maria Rossi fu tra gli artisti più produttivi e ricercati della Napoli della prima metà del XVIII secolo essendo nato nell’ultimo decennio del XVII secolo e vissuto fino al 1758. Il quadro venafrano fu realizzato subito dopo
G. Morra annota: I venticinque anni di governo di Carlo III (1734-1759) può ben dirsi che per Venafro erano stati anni di grandi vantaggi, legati ad uno sport cui il monarca era particolarmente appassionato: la caccia. Quando fu messo sul trono di Napoli, nessun segno lasciava prevedere che quel principe di diciassette anni avrebbe dato al regno indipendenza e nuovo vigore. Il suo diletto erano i comici di corte e le partite di caccia, con l’acquisto di tenute: i cosiddetti “siti reali”, che altro non erano che dimore circondate da ampie riserve di caccia, come Portici e Capodimonte, come quella di Venafro che gli avrebbe consentito di accedere alle boscose montagne di Torcino, popolate di “caprioli, cinghiali, lepri, volpi, gatti selvatici ed altri quadrupedi e di volatili di specie diverse“.
In questo clima di interesse per Venafro va vista la presenza di Nicola Maria Rossi, peraltro prediletto del vicerè conte Von Harrach, di cui probabilmente si conoscevano le due opere che nel 1732 aveva realizzato per le chiese dell’Annunziata e di S. Tommaso a Piedimonte d’Alife. Certamente influenzato dai suoi contemporanei Francesco De Mura e , soprattutto, Francesco Solimena la pittura di Nicola Maria Rossi si caratterizza per la piacevole ariosità delle sue composizioni che si risolvono anche in un coreografica utilizzazione dei panneggi, come chiaramente si riscontra anche nella pittura eseguita per la confraternita di S. Nicola da Tolentino, sia nel voluminoso vestito della Madonna, sia nell’ampiezza dell’abito monastico di S. Nicola.

Due ovali con prodigi di S. Nicola Tolentino
C. B. (Carlo Brunelli) 1788

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I due ovali sono firmati da C. B. 1788. E’ probabile che si tratti di Carlo Brunelli che si conosce soprattutto per aver lavorato nella seconda metà del XVIII secolo a Caserta e dintorni, come pittore.
A Venafro Carlo Brunelli è l’autore dell’Ultima Cena dell’altare maggiore della chiesa del Corpo di Cristo. E’ firmato nella parte bassa a destra da Brunelli nel 1786, e il nome è preceduto da una C.
Di Carlo Brunelli conosciamo il coretto con gli ovali dipinti per l’appartamento reale al Belvedere di S. Leucio a Caserta, nonché gli affreschi della Cappella dell’Ascensione con le rappresentazioni del Padre Eterno tra gli Angeli e le allegorie dell’Eternità, la Giustizia, la Sapienza e la Misericordia tra le immagini della Nascita di Gesù e della Fuga in Egitto.
S. Nicola da Tolentino è vestito con l’abito nero degli Eremitani di S. Agostino. Sul petto appare un astro radiante che ricorda quando, in sogno, vide una stella sorgere da S. Angelo in Pontano, sua città di origine, e fermarsi sull’oratorio degli Agostiniani a Tolentino, dove sarebbe stato sepolto dopo la morte.
I due ovali venafrani si riferiscono a due episodi della sua esistenza.
Nel primo si vede consegnare ad un suo confratello un panno dal quale escono fiori. Sullo sfondo una donna un bimbo ed vecchio richiamano la sua costante attività in soccorso dei poveri.
Il secondo ovale è relativo al cosiddetto miracolo delle palombe. Il santo per tutta la vita evitò di mangiare carne, uova, latticini e frutta. Mentre era infermo gli furono servite due palombe arrostite. Nella raffigurazione si vede il santo disteso su un letto mentre un monaco sta per servirgli due colombe che, resuscitate, volano verso l’alto.

S. Giuseppe, Gesù Bambino e Giovannino

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Proveniente dal primo altare a destra della chiesa di S. Francesco, della firma dell’autore rimane solo qualche debole segno.
Si tratterebbe di uno sconosciuto A. DEMO che eseguì l’opera nella seconda metà del XVIII secolo. Si è concordi nel ritenere che chi eseguì la pittura si sia ispirato all’analoga rappresentazione eseguita da Jacopo Cestaro per la chiesa di Bagnoli Irpino dove era nato. La buona esecuzione della composizione fa ritenere che si tratti comunque di un artista maturato all’interno di una bottega napoletana e forse dello stesso Cestaro.
L’iconografia è piuttosto insolita per l’assenza della Madonna, sebbene si tratti di un tema che, attingendo alla narrazione apocrifa, fa esplicito riferimento alla tradizione popolare dell’amicizia di Gesù con Giovanni Battista fin dalla tenera età.
Ma Giovanni Battista era cugino di Gesù ed il suo concepimento fu annunciato proprio da Maria quando, ricevuto l’annuncio della sua maternità, si recò a fare visita a sua cugina Elisabetta, moglie ormai anziana di Zaccaria.
La tradizione popolare, quindi, ha legato la storia di Giovanni Battista a quella di Gesù, anche se i vangeli nulla dicono della loro infanzia.
Un gran numero di artisti ha utilizzato il tema dell’amicizia tra Gesù Bambino e Giovannino e tantissime sono le rappresentazioni che vedono i due in genere insieme a Maria.
Nel nostro caso invece i bambini sono con Giuseppe che si riconosce per il bastone fiorito, anch’esso recuperato dalla tradizione apocrifa.
In genere i due bambini sono assolutamente coetanei. Nel nostro caso Giovannino sembra più adulto, ma è comunque rappresentato, quasi in una visione profetica, vestito di una drappo rosso che lo avvolge lasciando intravedere un pezzo di pelle di cammello, anticipazione della sua futura vita eremitica.
Con la mano sinistra regge una esile croce con il cartiglio “Ecce agnus Dei”. A lato di Giovannino si nota il consueto agnello che richiama il momento del battesimo di Cristo.Gesù Bambino, invece è in braccio a Giuseppe mentre un angelo dalle grandi ali appoggia alcuni fiori sulla pietra che fa da sedile a Giuseppe.

Madonna con Bambino e Nicola da Tolentino che riceve i pani
Pietro Grasso dipinze 1825

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La tela, proveniente dalla chiesa di S. Agostino, appartiene a quella categoria di quadri che hanno il carattere esclusivamente devozionale e, perciò, piuttosto privo di originalità compositiva.
E’ firmato da Pietro Grasso che lo dipinze nel 1825.
A parte il consueto abito agostiniano e l’astro sul petto, il santo è rappresentato mentre riceve sette piccoli pani dalla Madonna che regge il Bambino.
Nicola da Tolentino, titolare dell’omonima confraternita venafrana, veniva invocato tra l’altro come protettore dagli incendi e dalle epidemie, anche quelle degli animali.
La tradizione della distribuzione dei pani di S. Nicola (diffusa in tutta Europa) deriva dal racconto del suo biografo frate Pietro da Monte Rubiano che riferisce di una guarigione ad opera della Madonna che avrebbe consegnato a Nicola sette pani miracolosi.
A Tolentino i piccoli pani si benedicono nella quarta domenica di Quaresima, mentre nelle altre parti il 10 di settembre.
Sono narrati molti prodigi in conseguenza del loro uso, come l’estinzione dell’incendio al palazzo Ducale di Venezia nel 1479, la fine della pestilenza di Cordova (1602), di Bourg-en-Presse (1629) di Genova nel XVII sec., la cessazione di una tempesta nel porto di Genova e la sistematica guarigione del bestiame nei Paesi Bassi e nella Spagna.

Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina da Siena
L. Gialente

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La tela, eseguita tra la fine del XIX sec. e quello seguente a colori piuttosto vivaci, è firmata da L. GIALENTE di cui non si conoscono altre opere.
Si tratta di una consueta rappresentazione dei santi Domenico di Guzman e Caterina da Siena nell’atto di ricevere il rosario dalla Madonna assisa in trono con il Bambino in braccio. Era collocata nel terzo altare di sinistra della chiesa di S. Francesco i cui restauri si stanno completando.

I 15 Misteri del Rosario
Sec. XVIII
Misteri gaudiosi

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Annunciazione, Visitazione, Natività, Presentazione di Gesù al Tempio, Gesù bambino tra i dottori del Tempio.
Misteri dolorosi

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Getsemani, Flagellazione, Ecce Homo, Via Crucis, Crocifissione.
Misteri gloriosi

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Resurrezione, Trasfigurazione, Discesa della Spirito Spirito, Maria Assunta in Cielo, Maria nella Gloria di Dio.

I 15 tondi nei quali sono rappresentati i Misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario facevano da cornice alla nicchia della Madonna del Rosario nella Chiesa di S. Agostino di Venafro, sede della confraternita di S. Nicola da Tolentino e in epoca più recente della Parrocchia di S. Nicola e Martino.
Realizzati nella seconda metà del XVIII secolo in una bottega napoletana mostrano l’influenza di De Mura (in particolare la Visitazione) e furono almeno due artisti ad eseguirli. Le pitture ad olio sono applicate su tavole ottenute sezionando un tronco di pioppo.

Madonna del Rosario tra gli Angeli, i Santi Domenico, Caterina da Siena ed altri Santi

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Madonna delle Grazie con S. Giuseppe e S. Anna

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Adorazione dei Magi

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Cristo crocifisso tra Madonna e S. Giovanni

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Conversione di S. Paolo

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Cristo Crocifisso con Maria, Giovanni e Maria Maddalena

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L’Arcangelo Michele

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S. Giovanni evangelista

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(Tela non restaurata)

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Commenti

11 risposte a “Se i Santi non vengono a noi, andiamo noi dai Santi”

  1. Avatar Angela Piscitelli
    Angela Piscitelli

    Le opere sono splendide,le schede,appassionanti ,quando la penna di Franco Valente s’intinge nel suo entusiasmo per le cose d’arte: Grazie a lui, ed al Sovrintendente Pentrella,uno squarcio si apre,su quel patrimonio giacente nei depositi sovente dimenticato e a torto.Fin quando sarà possibile vedere la mostra? E’ possibile acquistare il catalogo in libreria?

  2. Avatar franco valente
    franco valente

    Ovviamente i complimenti mi fanno piacere… e ringrazio affettuosamente
    Il Direttore Pentrella ha disposto che le tele rimangano nel castello per le visite fino a che non saranno ricollocate nelle chiese.
    Perciò presumo che sarà possibile vederle per molto tempo.
    Il catalogo sarà pubblicato sul mio sito se non troveremo uno sponsor.
    F.V.

  3. Avatar lino santoro
    lino santoro

    complimenti! interessante ed affascinante leggere le schede su queste pagine… non potrò mancare il 26.
    ciao

  4. Avatar Sergio Cimino
    Sergio Cimino

    Complimenti per il blog!
    Ho avuto il piacere di assistere all’inaugurazione della pinacoteca e ne sono rimasto entusiasta; così come, credo, tutti coloro che amano Venafro e le sue bellezze sempre più mortificate o, in generale, apprezzano la bellezza in ogni sua forma; a tale proposito ti chiedo se puoi intervenire per far rimuovere quella stella cometa che hanno piazzato sul campanile dell’Annunziata.
    Con stima.

  5. Avatar franco valente
    franco valente

    Carissimo Sergio,
    grazie per gli apprezzamenti.
    Mi riprometto di fare immediatamente una foto e di sollecitare la Pia Unione a rimuovere quella stella che, come al solito, è uno dei segni della sciatteria che caratterizza la nostra città
    Uguale apprezzamento negativo e sull’apparato che è stato applicato alla bella chiesa di Ceppagna. Ci manca solo la scritta “Trattoria”.
    Comunque l’esposizione del Castello e lo straordinario successo della presentazione con oltre un centinaio di persone che non sono potute entrare per mancanza di spazio, mi fa sperare bene per il futuro.
    Non bisogna mai arrendersi…

  6. Avatar Giuseppe Spagnolo
    Giuseppe Spagnolo

    Guardando questa pagina interessante mi sono accorto che ci sono due errori e mi permetto di farglieli notare. L’opera di Simone Papa raffigura secondo me i santi carmelitani:S.Angelo da Gerusalemme (e non S.Petro martire) e S.Alberto degli Abati (e non S. Vincenzo), perchè hanno il saio marrone e la cappa bianca tipica dell’ordine ( e non nero come i Domenicani) e anche perchè la Madonna è rappresentata con il titolo del Carmelo.

  7. Gentilissimo Giuseppe,
    La ringrazio per l’attenzione. Le sarei grato se mi facesse conoscere una qualsiasi immagine in cui S. Angelo di Gerusalemme venga rappresentato con l’accetta che gli spacca la testa come nella rappresentazione di Venafro.
    La questione del colore dell’abito è certamente importante, però l’attributo del martirio è ancora più importante.
    Approfondiremo….

  8. Avatar Giuseppe Spagnolo
    Giuseppe Spagnolo

    S. Angelo di Gerusalemme può essere raffigurato anche con l’accetta sulla
    testa, infatti è così rappresentato nella famosa tempera su tavola di Filippo
    Lippi detta Madonna Trivulzio del 1432, conservata nel Museo del Castello
    Sforzesco.
    Altre opere che hanno la stessa raffigurazione del santo sono presenti nel
    Santuario del Carmine di S.Felice del Benaco in provincia di Brescia. In
    questa chiesa S.Angelo è rappresentato con l’attributo iconografico dell’
    accetta ben tre volte: da Paolo da Caylina il vecchio, da Fra Giovanni Maria da
    Brescia e dal Maestro di S. Felice.

  9. Avatar Pierangelo Timoneri
    Pierangelo Timoneri

    Per sapere notizie e iconografia su Sant’Angelo vi invito a vedere il sito del Santuario di Sant’Angelo Martire patrono della città di Licata (Ag)
    http://www.santuariosantangelo.it

  10. Gentile prof. Valente, qualche anno fa mi è capitato di interessarmi a Pietro Grassi, sulla base di una tela del 1792, attualmente custodita nel Museo Diocesano di Napoli, e di un’altra del 1805, che ho individuato nella chiesa di S. Anna a Montemiletto (AV). Sulla base di queste testimonianze tentai di definire lo stile del Grassi e individuare i suoi modelli tra i pittori napoletani del ‘700. Ne ha parlato nel mio libro “In viaggio. La Campania”, edito nel 2009 da Paparo Edizioni.
    Avrei piacere a confrontarmi con lei sull’argomento, magari scambiandoci amichevolmente i nostri libri e cercando di tirar fuori qualche notizia in più su Pietro Grassi.

  11. Gentile Marco,
    con grande piacere, anche se io sono un critico anomalo e indigeno….
    Non so se nel Molise esiste qualche opera del Grassi. Comunque avremo modo di parlarne…

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