Considerazioni sull’Archeologia Venafrana

Considerazioni sull’Archeologia Venafrana

Franco Valente (dall’Almanacco del Molise 1989)

Il libro di Gabriele Cotugno “Memorie historiche di Venafro“, edito nel 1824, da molti viene considerato come opera fondamentale per saperne sulle vicende antiche della città.
In effetti, nonostante i limiti che un tale lavoro sicuramente presenta a causa della sua dimensione prettamente locale, indubbiamente comunque rappresenta uno dei punti fermi della storiografia Venafrana, se non altro per il fatto che molte cose descritte dall’autore con finalità archeologiche sono oggi definitivamente scomparse.
Già prima, nel 1687, Ludovico Valla aveva tentato di ritrovare un filo logico per quel materiale che veniva fuori dalla terra durante i lavori  di aratura o nel cavare le fondazioni di una casa, dimostrando così che già nel XVII secolo esisteva a livello locale un interesse archeologico nel senso che qualcuno tentava di capire la storia patria non solo attraverso la lettura delle fonti letterarie, ma anche mediante l’analisi dei reperti antichi e si doleva se nel passato non si era avuta quella cura necessaria per conservarli:
Né di minor autentica son l’iscrittioni, che oltre le molte rapportate in diverse pietre, e dentro la Città e fuori per le Campagne disperse in vari luoghi si ritrovano, così riguardevoli in qualità e quantità, che non posso non meravigliarmi, e dolermi insieme de’ nostri antenati, nell’haverle trascurate quando ai loro tempi dovean havere dell’altre non inferiori, che son poi state spezzate e rotte per uso di fabbriche, come nella mia età molte in cotal modo so essere andate in sinistro“.

Il Cotugno a distanza di quasi un secolo e mezzo, ebbe modo di leggere l’opera manoscritta del Valla ed a proposito di varie epigrafi lo vediamo affermare:
Riportata dal Valla, e dispersa… Esemplata dal sig. De Utris nel casino del Sig. Macchia e dispersa… Esemplata dal Valla e fatta spezzare dai Cappuccini fu destinata ad altro uso… Viene riportata dal Valla e  trovasene un pezzo e quindi involata… Esemplata dal De Utris, di recente cancellata…“.

Un altro secolo e mezzo è passato dai tempi in cui il Cotugno si lamentava della perdita parziale del patrimonio archeologico e non crediamo che la situazione nel complesso sia migliorata.
Se infatti ultimamente a livello nazionale è aumentata la frequenza dei dibattiti sul problema della tutela del patrimonio archeologico, ancora più frequentemente si assiste ad un irreversibile degrado di quanto casualmente o sistematicamente viene fuori dalla terra.

In questa realtà viene a collocarsi anche il patrimonio archeologico di Venafro, con l’aggravante locale della totale assenza di quel dibattito che perlomeno potrebbe essere di stimolo ad una, sia pur generica, iniziativa di conservazione.

La legislazione in materia rimane sostanzialmente quella del 1939, con qualche ulteriore norma inserita nei contesti delle leggi urbanistiche n.1150 del 1942, n.765 del 1967 e n.10 del 1977, che in buona sostanza garantiscono molto poco.
Genericamente si può sostenere che le maggiori responsabilità nella distruzione del patrimonio stanno nell’immobilismo degli organi che istituzionalmente sono deputati al loro controllo ed alla loro tutela, ma pur se tale affermazione di principio è sostanzialmente esatta bisogna riconoscere che esistono molti altri motivi alla base dello sfascio dei monumenti antichi, tra i quali primeggia una vera e propria politica della incultura ampiamente diffusa nelle Amministrazioni pubbliche.

Venafro rappresenta un caso tipico dove è possibile verificare che di fronte a tanti ipotizzabili prospettive di comprensione di singoli elementi e di tutela globale delle aree e dei reperti archeologici, si preferisce la via improduttiva della esasperata e generica protezione autoritaria.
Il risultato pratico è che nulla viene realmente protetto; nessuno ha conoscenza del valore dei singoli reperti; niente vien fatto per dare un filo logico a quanto rimane del patrimonio locale.
In termini più espliciti, non è possibile continuare ad operare sui singoli tasselli archeologici se manca un piano unitario che tenga contemporaneamente conto che da una parte bisogna riportare alla luce ciò che è nascosto, ma che dall’altra si deve pure restaurare correttamente, e soprattutto si deve dare un senso civilmente valido alle operazioni di scavo e di restauro.

I problemi dell’archeologia venafrana sono tanti e in linea di massima si possono così sintetizzare:
a) gli scavi archeologici;
b) il museo;
c) le preesistenze monumentali integrate in edifici di epoche successive;
d) reperti inseriti in contesti architettonici successivi;
e) reperti erratici.

Analizzando i singoli aspetti si delinea un quadro allarmante non tanto per la paura che possano andare perduti elementi importanti per la comprensione delle vicende del passato, quanto piuttosto per la verifica di una certa inutilità sul piano pratico di ciò che viene fatto dalla Pubblica Amministrazione.
Non è difficile sostenere che la distruzione dei monumenti inizia con lo scavo e si completi con il suo restauro.
Vediamo per questo gli episodi significativi costituiti dal teatro romano e dalle case romane sul tracciato dell’acquedotto per la Campania.
Molto spesso dietro la pretesa e necessaria scientificità di una operazione di scavo si nasconde la reale incapacità della struttura pubblica di esplicare quelle attività che per norme istituzionali è tenuta ad assolvere.

Il teatro romano di Venafro rappresenta un complesso di edifici pubblici abbandonati almeno dal IV secolo d.C..
Dal XVII secolo, da quando cioè Ludovico Valla cominciò a scrivere le prime memorie istoriche della città, si ritenne che in quell’area fossero sistemati edifici termali, tant’è che tutta la zona ancora viene definita come le terme di S. Aniello.
In seguito non vi fu alcun interesse a vedere cosa realmente si nascondesse sotto lo strato di terreno calato dalla montagna a coprire il tutto.
Solo nel 1922, a seguito di scavi casuali, si accese l’interesse della Soprintendenza di Napoli che compì una campagna archeologica che assunse piuttosto l’aspetto di un saccheggio, neanche sistematico.

Per avere un’idea di quello che accadde appare sufficiente riportare alcune considerazioni autobiografiche che il canonico Antonio Di Stazio appuntò sul risvolto del volume del Cotugno sulla Storia di Venafro, in suo possesso:
Allor che nel recinto di mattoni che si osservano a S. Aniello, di proprietà dell’avv. D. Giacomo Acciaioli, venduto al Sig. Giuseppe Gargano il quale ricacciò ivi molto terreno e con tante altre pietre di monumenti antichi, furono pure rinvenute pure due statue in marmo, ritenute per immagini di Augusto e Tiberio.
Il canonico Di Stazio vi cooperò molto e dimostrò che tali statue non potevano essere trasportate a Napoli, perchè venivasi a sottrarre una parte principale di tutto ciò che, continuando gli scavi, si poteva formare.
In tal caso la legge non poteva entrarvici non essendo quelle statue casualmente rinvenute in un luogo qualunque. Tale tesi confuse Laudigemma Ispettore degli scavi di Napoli a sostenere di volerle portare a Napoli per riattarle.
Il Di Stazio rispose che quelle statue erano state sepolte per tanti secoli, che ora restassero a Venafro per pochi anni, fino a che non si portavano a termine gli scavi. In tal modo invece di restaurare le statue aggiungendovi quel che vi mancava con altro lavoro, si potevano le parti naturali rinvenire e averci così le statue come furono per intere.
Il Laudigemma rispose: “Se si troveranno le altri parti che mancano, toglieremo le nuove e rimetteremo le proprie.”
“Ciò è un voler pretendere troppo!… E’ contro ragione. Io ritengo che le statue non debbano muoversi fino a che tutto non sarà dissotterrato. Lei Laudigemma commetterà una grave lesione di diritto venafrano”. Così il Di Stazio disse e salutati gli intervenuti si allontanò.
Le statue non sarebbero partite se alcuni venafrani non avessero prestato i mezzi di trasporto. L’ultimo giorno che si portò il Di Stazio agli scavi vide quelle statue imbavagliate per essere messe sui carri.
Il Laudigemma gli promise che sarebbero ritornate; a cui il Di Stazio: “Sarà un galantuomo? Vi dubito …” e baciando le statue si allontanò, velati gli occhi.

Qualche tempo dopo, Salvatore Aurigemma (che dal Di Stazio viene erroneamente chiamato Laudigemma) pubblicò un articolo sulle terme di S. Aniello di Venafro in cui elencava, descrivendole tutte le statue ritrovate nello scavo effettuato.
Tutta l’area intanto venne abbandonata nonostante la sicurezza della esistenza di un complesso di grande interesse.
Il recinto di mattoni, che in realtà era il muro perimetrale di un edificio individuato poi come Odeon, non fu restaurato, né si prese alcun provvedimento per la sua tutela, sicché le sue aperture vennero utilizzate come ricovero per gli animali e l’area da esso racchiusa divenne uno scomodo cortile in cui si accumulò ogni genere di rifiuti.

Passò un altro mezzo secolo prima che lo Stato cominciasse ad interessarsi di nuovo di S. Aniello e si avviarono con una lentezza esasperante le operazioni di scavo generale di tutta l’area che durano da oltre dieci anni.
In questa sede ci limitiamo ad osservare che certamente uno scavo archeologico non può essere condotto con approssimazione e fretta, pertanto ben accetti sono quegli interventi che siano eseguiti con calma e tranquillità; ma si deve pure osservare che troppo frequentemente le
operazioni seguono una logica ministeriale che determina perlomeno qualche perplessità.

Ho riportato l’ingenua memoria del canonico Di Stazio a dimostrazione dello stato di totale impotenza dei cittadini di fronte a certe iniziative che escludono qualsiasi partecipazione dei naturali destinatari delle opere archeologiche.
Certamente il canonico Di Stazio non voleva personalmente restaurare le statue di S. Aniello, nè crediamo avesse intenzione di scrivere alcun saggio sui reperti venafrani.
Era amareggiato semplicemente per il fatto che una parte del passato veniva sottratto alla città senza alcuna garanzia per la memoria storica.

Si ha, oggi come nel 1922, la sensazione che un sito archeologico sia un semplice laboratorio di sperimentazione, dove l’archeologo si sublima estraniandosi completamente proprio da quel mondo molto disponibile ad esprimergli consensi per il suo delicato lavoro, nella prospettiva di ottenere improbabili consensi da una congrega di addetti ai lavori fin troppo estranei alle piccole (per numero) realtà culturali locali.
Sembra fin troppo evidente che non vi è alcuna logica nella privatizzazione della scoperta archeologica, anche perché gli scavi si eseguono con i soldi dello Stato e vengono effettuati da dipendenti dello Stato. E lo Stato non può avere alcun interesse allo scoop archeologico.

Ciò che viene alla luce pertanto dovrebbe essere messo immediatamente a conoscenza di chiunque voglia interessarsene, regolamentando in maniera chiara e democratica l’accesso a tutte le notizie che da uno scavo vengono fuori.
Purtroppo oggi un regolamento moderno non esiste e le uniche leggi rimangono quelle, superatissime, dal 1939, quando ben altre erano le condizioni in cui si dovevano muovere le forze culturali.
Degli scavi del teatro di Venafro non se ne sa niente, né sembra vi sia alcuna iniziativa per attivare una informazione costante e puntuale che permetta al cittadino desideroso di informazioni, allo studioso interessato, o semplicemente al visitatore occasionale di acquisire quei dati essenziali che gli permettano di elaborare, con i propri limiti o con le proprie aperture culturali, una qualunque considerazione su ciò che è comunque oggetto di interesse collettivo.
Come ugualmente non è sufficiente affermare che la mancanza di fondi sia la causa del disastro dei beni archeologici.

Forse mai come in questi ultimi tempi sono stati spesi e si spendono soldi per il patrimonio antico.
E’ che si spendono male e spesso con risultati deludenti anche sotto il profilo ambientale. Basti osservare le orribili ferraglie che ormai sono di grande diffusione per la copertura degli scavi archeologici che sempre più assumono il carattere della eterna provvisorietà, contrastando in maniera indecorosa non solo con i reperti che con cura vengono scavati, ma anche con l’ambiente circostante che viene violentato in maniera vistosa ed irreversibile.
Eppure sembra che la moderna tecnologia abbia prodotto materiali ben più gradevoli delle lamiere zincate di cui si fa continuo abuso.

Altro problema è quello più banalmente didascalico. Gli addetti ai lavori (e questa certamente non è solo una impressione) sembra che operino con il timore di essere spiati da una inesistente entità che si preoccupi giorno per giorno di verificare se le ipotesi di datazione o le supposizioni complessive siano fondate o meno. Questa paura determina una incertezza di comportamenti che induce ad evitare di segnalare in maniera sinteticamente esauriente in quale luogo della città ci si trovi e che rapporto abbia quel luogo e quel monumento con il resto della città.
Bisognerebbe invece sforzarsi di fornire un minimo di informazione, con tutti i limiti dichiarati dalla provvisoria definizione scientifica, per dare a quell’ipotetico visitatore la possibilità di avvertire il senso storico dell’oggetto ed il suo valore topico sia in senso sincronico che diacronico.
Ed è questa prospettiva che anche lo scavo ed il restauro del teatro vengono a far parte della storia del monumento.

Ma perché lo scavo ed il restauro diventino realmente fatti storici è necessario adottare ogni opportuna determinazione per consentire il massimo di  partecipazione qualitativa, avendo come unica preoccupazione quella di evitare che in qualsiasi modo si arrechi danno all’opera oggetto delle attenzione, o se ne stravolgano le peculiarità compositive in sede di restauro.
Ma mentre nel caso del teatro e dell’odeon ci si trova di fronte ad uno scavo programmato e comunque totalmente sotto il controllo di un organo istituzionalmente delegato alla sua conservazione, qualunque ne sia il risultato finale, di ben diverso aspetto è lo scavo della fascia di terreno interessata dalla posa in opera della condotta che il Ministero per il Mezzogiorno ha iniziato da qualche anno per prelevare le acque sotterranee della montagna di Venafro, serbatoio naturale da cui scaturisce la sorgente del S. Bartolomeo.

Ora, a prescindere dalle considerazioni su quello che unanimemente viene definito come l’inutile e deprecabile furto delle acque di Venafro, vale la pena sottolineare che anche in questo caso è proprio una pubblica amministrazione (il Ministero per il Mezzogiorno) la principale responsabile della distruzione di un patrimonio archeologico che un’altra pubblica amministrazione (il Ministero per i Beni Culturali) dovrebbe tutelare.
Intanto, mentre scenograficamente si cincischia con pilotati ricorsi e controricorsi amministrativi i cui risultati finali sono sempre e solo quelli di far aumentare i costi delle operazioni di distruzione, non si è adottato nessun provvedimento serio a difesa del patrimonio architettonico antico che casualmente (anche se prevedibilmente) è venuto alla luce.
Fatto sta che l’intera fascia espropriata si è rivelata una miniera archeologica capace di fornire uno spaccato della città imperiale con gli impianti edilizi di quella parte urbana che per tutto il medioevo era stata totalmente abbandonata essendo rimasta fuori dal perimetro ristretto della cinta muraria longobarda ed angioina.

Persa la battaglia per l’annullamento del progetto di prelievo delle acque, anziché imporre perlomeno un diverso tracciato della condotta, si è proceduto ad un sommario saggio archeologico ed ad un conseguente abbandono nonostante la ricchezza dei reperti.
Anche in questo caso l’aver evitato di considerare importante coinvolgere l’opinione pubblica, totalmente disinformata su quanto stava accadendo, ha determinato di fatto l’isolamento anche psicologico dei pochi addetti ai lavori, che sono stati spazzati via dalla brutalità efficiente dei grossi interessi imprenditoriali.
Problema diverso, ma non meno importante, è quello del Museo Archeologico.
Avviato nel 1922 come deposito archeologico e non come museo vero e proprio, fu ospitato in un locale terraneo dell’ex monastero di S. Chiara.
I pezzi che ne costituivano il patrimonio fino agli anni sessanta furono quasi esclusivamente quelli provenienti dallo scavo di S. Aniello, più qualche pezzo erratico tra i quali primeggiava per importanza la cosiddetta tavola acquaria, contenente le norme che regolavano l’uso dell’acquedotto romano che dalle sorgenti del Volturno portava l’acqua alla città di Venafro.

Anche in questo caso non ci soffermiamo sull’esame dei reperti conservati, ma preferiamo invece approfondire alcune considerazioni generali che mirano a vedere cosa rappresenti o cosa potrebbe rappresentare per la città la istituzione museale.
Innanzitutto va chiarito che l’iniziativa della trasformazione dell’originario deposito o lapidario, (che si fregiavano ancora del titolo di museo civico pur essendo ridotto addirittura a sede di centrale dei telefoni della SIP) a vero e proprio museo archeologico fu sollecitata da una proposta di chi scrive in Consiglio Comunale, quando nel 1969 si paventò concretamente la possibilità di demolire lo storico edificio di S. Chiara per realizzarvi una palazzina.
Allora non esisteva alcun piano regolatore e l’idea di intervenire in tal modo nel Centro Storico di Venafro rientrava in una logica che si andava ben consolidando.
Attivammo l’interesse della Amministrazione Comunale che, sull’onda di una campanilistica rivendicazione della titolarità del possesso della Venere di Venafro, sollecitò la Soprintendenza di Chieti per la costituzione del Museo venafrano in grado di ospitare l’importante reperto ritrovato nel 1959 nei pressi dell’Anfiteatro.

Nella seduta del 12 dicembre 1979 l’Amministrazione Comunale stabilì di rinunciare a qualsiasi titolo sul Monastero di S. Chiara (di proprietà statale ma in uso al Comune) “perché in esso sorgesse la nuova Sede ed ivi si realizzasse l’aspettativa di tutti i venafrani di vedere riaperto e valorizzato il Museo Civico, ricco di preziose opere”.
L’iniziale attenzione dell’Amministrazione Comunale, ampiamente pubblicizzata in sede locale, accese gli entusiasmi con il risultato immediato di una tendenza quasi popolare a collaborare per arricchire il patrimonio esistente.
Basti pensare alla donazione della famiglia Del Prete che trasferì al museo il ricco lapidario, tutto proveniente dalla piana di Venafro, che da antica data era raccolto nella casa di Pozzilli.

Si recuperarono pure pezzi sparsi per la pianura come quelli donati dalla famiglia Nola e che, raccolti da un Lucenteforte nel secolo scorso, s’erano persi di vista. Tra essi due cippi miliari e la parte apicale di un frontoncino con testa di Medusa.
Poi all’improvviso il blak-out. La porta battitora di S. Chiara fu chiusa (anzi fu proprio sostituita) e nessuno si è più interessato neppure per sapere cosa avvenisse al suo interno.

Sono trascorsi inesorabilmente gli anni (ne sono passati 18 da quando sono iniziati i lavori) e la gente continua ad assistere senza sapere il perché, a continui montaggi e smontaggi di impalcature: al passaggio di decine di uscieri e funzionari, alcuni dei quali hanno compiuto l’intera carriera nel Museo di Venafro senza avere la soddisfazione di vederne aperti i battenti.
Quella che era volontà e desiderio di partecipazione, un po’ alla volta si è trasformata in atteggiamento ironico, se non addirittura sprezzante, per la convinzione purtroppo consolidatasi della assoluta inutilità di quel pachiderma museale che dorme sepolto dalla congerie dei ritardi burocratico-ministeriali.
Un giorno esso sarà aperto e sarà gradevole ed istruttivo visitarlo, ma intanto si saranno persi oltre venti anni di cultura storica. Ciò per il solo fatto che non si è voluto considerare come arricchimento conoscitivo anche l’aggiornamento, momento per momento, sulle fasi del restauro dell’immobile e sulle fasi della formazione, della catalogazione, della sistemazione del museo.
Giovani che nel 1970 avevano quindici anni ne avranno oltre trentacinque quando il museo sarà aperto e dubitiamo che in questo lasso di tempo il loro iniziale interesse al patrimonio storico si sia accresciuto dopo aver osservato in che modo lo Stato si sia attivato per i beni culturali dei quali essi si sentivano proprietari o comunque i naturali destinatari.
Vi è poi un’altra realtà che è quella dello studio e della conservazione di monumenti che, per una serie di circostanze, pur essendosi concluso il loro originario ciclo funzionale, ancora sopravvivono come impianto di altro edificio, con altra funzione.

L’esempio più appariscente è quello del Verlascio, cioè l’antico anfiteatro, trasformato nel medioevo in struttura agricola.
Nato come complesso architettonico a pianta perfettamente ellittica, ai limiti esterni della Venafro imperiale, nel momento in cui il centro urbano si ridusse di superficie restringendosi verso il castello, esso rimase totalmente isolato.
Fu utilizzato, come accadde per tanti altri edifici, come cava ove era possibile trovare blocchi già squadrati e facilmente impiegabili in altre costruzioni.
I sedili in pietra (dei quali non rimane traccia) furono prelevati dal sito originario e adoperati soprattutto nei cantonali delle nuove case, mentre le volte tronco-coniche dei cosiddetti cunei, sui quali poggiavano le gradinate, furono demolite all’altezza dell’imposta obliqua in maniera che si potessero utilizzare i singoli setti murari come elementi di base della successiva sopraelevazione.
Le uniche notizie relative alla fase medioevale ci pervengono da Ludovico Valla il quale, senza riferire la fonte, afferma che il Verlascio fu donato dal re Roberto ad Ugone Martucci e che per via ereditaria giunse, con atto notarile del 23 novembre 1334, ad Antonio Martucci ed a sua moglie Costanza Caraffa.
Pervenne, sempre per via ereditaria, a Nicandro e Vittoria Martucci. Quest’ultima, sposando Cesare Falco di Napoli, portò in dote metà dell’anfiteatro, ma il fratello Nicandro dopo qualche anno ottenne la retrocessione del bene e, sposata nel 1569 Vittoria Santabarbara, donò tutto l’immobile al Beneficio della Cappella di S. Giovanni Evangelista, che era stato fondato proprio dal capostipite Ugone Martucci.

Il Valla, che scriveva nel 1687, afferma pure che a quell’epoca il Verlascio era ancora in proprietà della Cappella di S. Giovanni con esser rendititie tutte le grotti ridotte in pagliari eccettone alcune che dal Falco furono concedute libere.
Non sappiamo come le stalle del Verlascio, che alla fine del Seicento erano ancora quasi tutte di proprietà della Cappella di S. Giovanni, siano poi passate a varie decine di singoli proprietari.
Certo è che abbiamo oggi un complesso che, pur conservando l’impianto originario e la sua forma caratteristica, in realtà non è più un anfiteatro perché sostanzialmente è mutata la sua funzione iniziale.
D’altra parte anche la funzione sovrapposta, cioè quella di ricovero per animali, è superata non solo perché le stalle non sono più adatte alle moderne esigenze della zootecnia, ma anche perché le modifiche urbanistiche hanno determinato una nuova collocazione nell’ambito della città.
Insomma il Verlascio non è più utilizzabile come luogo per spettacoli gladiatori come pure non é più utilizzabile come complesso di stalle.
Diviene vitale perciò stabilire da una parte quale funzione dare all’oggetto e dall’altra individuare quale possa essere il soggetto capace di elaborare un progetto e di garantire la sua realizzabilità con i necessari finanziamenti.
Dell’argomento, con diverse angolazioni, se ne sta parlando dal 1968, ma mai il problema si è affrontato in concreto.

La sensazione che avverte l’osservatore esterno è che nessuna pubblica Amministrazione si sia realmente interessata della cosa e che tutte le iniziative abbiano avuto il carattere tipicamente italico, o meglio molisano, della superficiale approssimazione.
Nel P.R.G. adottato dal Comune nel 1972 si prevedeva per esso una semplice opera di isolamento esterno con ipotetiche demolizioni di edifici aggregati in varie epoche. Inoltre veniva considerato opportunamente come facente parte della zona A – Centro Storico per cui ogni intervento su di esso doveva essere inquadrato in un piano particolareggiato di recupero.

Spontaneamente costituimmo insieme agli architetti Paolo Vacca e Carmine D’Orsi una equipe e fu elaborata una proposta progettuale recepita dal Comune come progetto particolareggiato di recupero.
Il progetto, approvato nel 1978, rimase a dormire nell’archivio Comunale senza che venisse attivato mai alcun canale di finanziamento. Si provò a proporre l’intervento alla Soprintendenza ai Monumenti ed alla Comunità Montana dell’alto Volturno.
Solo quest’ultima, dopo una serie di manipolazioni sul quadro economico e dopo varie e ripetute revisioni, finalmente lo propose alla Regione nell’ambito dei progetti previsti dalla legge 64.

Dopo complesse procedure politico-amministrative si è conclusa la prima fase e si è pervenuti al finanziamento del primo stralcio degli interventi.
La seconda fase, certamente non meno complessa, è quella della verifica della validità tecnico-amministrativa degli elaborati, nonché quella della cantierabilità dei lavori.
Intanto parallelamente, e praticamente in alternativa alle iniziative della Amministrazione Comunale e della Comunità Montana, è andata avanti l’azione di tutela del Ministero dei Beni Culturali per l’applicazione dei vincoli previsti dalla legge 1089 del 1939 che danno, tra l’altro, alla Pubblica Amministrazione la facoltà di esercitare il diritto di prelazione nei casi di parziale o totale vendita degli immobili costituenti il Verlascio da parte dei singoli proprietari.
Queste sintetiche notazioni sulla vicenda del restauro del Verlascio non sono assolutamente complete, ma forniscono una sommaria idea di quanto complesso sia avviare un intervento su un monumento che non appartenga alla Pubblica Amministrazione, senza contare che si è ancora ben lontani, nonostante i finanziamenti ed i vincoli ministeriali, dalla data di inizio dei lavori.
Ma quale lavori?

Il progetto che va sotto il titolo di Localizzazione di servizi territoriali nel Verlascio parte dalla idea che l’anfiteatro venafrano possa diventare il punto di riferimento fisico di una serie di attività economiche ed amministrative che interessano l’intera alta valle del Volturno.
Da qui la considerazione che solo la Comunità Montana dell’Alto Volturno possa essere il naturale soggetto attuatore di una iniziativa che non interessa soltanto il Comune di Venafro, pur se essa va materialmente a collocarsi nel suo centro urbano.
Il progetto prevede la trasformazione funzionale delle stalle ricavate nei cunei dell’anfiteatro per una nuova destinazione, in buona parte commerciale.
I locali al piano terra, una volta restaurati, dovrebbero ritornare in gestione agli originari proprietari mediante apposite convenzioni che ne prevedano l’utilizzo singolo o collettivo (consorzio o cooperativa di gestione).
I locali al piano superiore, collegati da un percorso pubblico interno che ne esalti l’idea della continuità ellittica e della mutua connessione, avrebbero una funzione più esplicitamente amministrativa potendo accogliere le sedi della stessa Comunità Montana, del Consorzio industriale e comunque di amministrazioni di interesse sovracomunale.
Come si vede, nella fase attuale del progetto, ci si è preoccupati soprattutto dell’aspetto politico-amministrativo che non di quello più precisamente legato al restauro del momento. D’altra parte non potrebbe essere diversamente; infatti è sembrato poco utile procedere alla definizione dei singoli interventi se prima non veniva definitivamente chiarita la funzione che al Verlascio doveva essere data.

Qualsiasi tipo di restauro si voglia fare, esso rappresenta sempre una trasformazione dell’oggetto. Tanto più è vero se si tiene conto che il Verlascio non è un’opera d’arte da riporre in un museo, bensì un complesso che, essendo destinato al pubblico o privato uso quotidiano, necessariamente dovrà essere dotato di tutte quelle attrezzature tecnologiche e funzionali, nonché di tutte le caratteristiche distributive, previste dai regolamenti di igiene e di pubblica sicurezza.
Pertanto una volta chiarita quale sarà la destinazione finale si procederà alla definizione dei dettagli che non potranno essere in contrasto con il progetto iniziale, ma che soprattutto dovranno armonicamente conciliare tutte le esigenze della conservazione delle parti antiche, della lettura discreta della sovrapposizioni, della ricucitura e della ricostruzione delle parti mancanti o comunque da eliminare.

Un altro aspetto dell’archeologia Venafrana è quello legato ai reperti (lapidi, decorazioni, bassorilievi ecc.) che in epoca antica furono prelevati dal sito originario e inseriti stabilmente nella muratura di altri edifici, di epoca di molto posteriore a quella dei manufatti romani.
Venafro per questo rappresenta una documentazione straordinaria che permette di considerarne i vari e complessi aspetti.
Il monumento che più degli altri è costituito da un collage di reperti romani è la Cattedrale.
Le tre absidi sono interamente realizzate utilizzando blocchi lapidei recuperati da almeno due monumenti funerari a pianta circolare.
Le pietre del mausoleo cilindrico più grande, smontate una per una, furono ricollocate a forma di semicerchio e per un’altezza presumibilmente doppia di quella originaria, venendo a costituire così l’abside principale della chiesa.
Le pietre del mausoleo cilindrico più piccolo, anch’esse smontate una per una, furono ricollocate in allineamento con il primo semicerchio su due semicerchi ai lati dell’abside principale, dando origine alle due abside laterali dal raggio minore e dall’altezza inferiore alla principale.
I fregi che originariamente erano allineati in funzione della composizione architettonica degli edifici funerari, si ritrovano ora collocati senza una precisa funzione compositiva.

Lo stesso si dica per le pareti laterali e per la facciata dove gli elementi costruttivi, pur se privi di particolari decorativi o di epigrafi, sono provenienti da edifici romani, dal teatro, che distando poco dalla Cattedrale, con le gradinate costituì una vera e propria cava di pietre.
Ritengo che a nessuno potrà venire mai in mente di smontare le pietre della Cattedrale per andare a ricostruire la gradinata del teatro o per riformare i mausolei circolari, tuttavia la totale mancanza di idonei sistemi esplicativi non permette ai più di comprendere quale siano state le motivazioni o le circostanze che abbiano determinato quella particolare composizione architettonica.
Da aggiungere poi che un’infelice soluzione progettuale in sede di restauro ha portato alla realizzazione di un orribile muro di recinzione che, nato sul presupposto di dover costituire un elemento di protezione della Cattedrale, ha finito per diventare un macroscopico involucro che nella sostanza ha reso violento il rapporto naturale che preesisteva tra le geometriche circolarità delle absidi e degli oliveti circostanti.

Ma ciò che è apparentemente concentrato solo nella Cattedrale in realtà si trova costantemente diffuso in tutto il centro antico di Venafro, dove gli elementi romani sono talmente integrati negli edifici che risulta lecito desumere vi siano state precise scelte ideologiche o più semplicemente architettoniche nella decisione di metterle in evidenza al momento della loro nuova utilizzazione. Non è per esempio raro osservare che lapidi romane, anche di una certa importanza documentaria, sono in bella evidenza, inserite sui prospetti pubblici delle case, però in posizione capovolta.
Il caso più noto è quello della epigrafe relativa al voto per la salute di Augusto, quando in conseguenza della sua malattia e per la sua guarigione furono decisi giochi gladiatori nell’anfiteatro venafrano.
La lapide è collocata nel vicolo laterale alla chiesa di S. Antuono.
Se alla pietra non fosse stato attribuito alcun significato essa sarebbe stata collocata nella naturale posizione sebbene eventualmente incomprensibile il testo.

Il fatto di averne voluto conservare l’evidenza e di averla posta sulla pubblica via deve necessariamente portare a concludere che nel sistemarla in posizione capovolta si nasconda un significato collegato ad una valutazione religiosa dell’avvenimento.
In altri termini chi decise di esporre nel muro della propria casa una pietra in cui era descritta una cerimonia religiosa (lo scioglimento di un voto ad una divinità pagana con giochi gladiatori) esprimeva con quella particolare collocazione la duplice volontà di conservare la memoria storica dell’avvenimento e nello stesso tempo di dare un giudizio negativo sulle modalità di esecuzione del rito per la salute di Augusto.
E’ possibile insomma ricavare più generalmente che la diffusa consuetudine di mettere in vista, ma capovolte, lapidi romane attestanti riti, cerimonie e comunque avvenimenti di epoca pagana, risponda alla precisa esigenza della conservazione della notizia antica e contemporaneamente alla necessità di
mettere in guardia l’osservatore dal considerare valido dal punto di vista religioso o ideologico quanto nella lapide veniva descritto.
Non sappiamo quanto abbia potuto contribuire alla solidità del fabbricato la collocazione di quel bassorilievo posto in Via Leopoldo Pilla dove si vede il dorso di un giovane sistemato in modo da sembrare disteso per terra e che dal Valla veniva chiamato l’homo morto. Ma se è ignota la motivazione di quella strana posizione altrettanto non è per i fregi ed i rocchi di colonna posti sulla facciata della chiesa dell’Annunziata. Qui appare chiara la volontà scenografica di utilizzare i reperti romani nell’ambito di una composizione architettonica e complessa, anche se poi tale composizione non fu mai portata a compimento.
Infatti le due colonne poste ai lati del portale fanno presupporre che esse dovevano servire da base ad una serie di elementi di completamento formale, mentre la brocca a bassorilievo con inserto di fiori costituiva motivo ornamentale dell’antico portale trecentesco, ora murato. Un’altra lapide, attestante l’esistenza di un sistema murario di difesa della Venafro romana, dimostra pure che in altri casi le lapidi antiche venivano usate solo per il fatto di essere già squadrate.
In questo caso la pietra è stata utilizzata per ricavare un elemento del bugnato di casa Melucci con la conseguente eliminazione delle parti epigrafiche sulla fascia rientrante.

Più in generale però si individua una predisposizione ad usare le lapidi romane come elemento decorativo o di completamento, come è il caso della cornice usata come stipite di portale in via Anfiteatro e le insegne militari poste alla base del palazzo della Maresciallessa o la lastra funeraria con finta porta sistemata nell’arco del vicoletto della Bifora e così via.
Certamente la prima tentazione di un archeologo sarebbe quella di estirpare il reperto dal sito di collocazione attuale per trasportarlo in un più sicuro locale del museo. Ma non crediamo che questa sia la vera soluzione al problema: si verrebbe infatti a modificare sostanzialmente una delle caratteristiche della epidermide della città, anche se le attuali condizioni culturali, che si evidenziano spesso in un dispregio individual-collettivo dei valori storici, porterebbe a perseguire operazioni di tutela autoritaria.
Ma d’altra parte se non si rischia lasciando in vista tali reperti, difficilmente si potrà avviare una qualsiasi iniziativa di ampliamento della sensibilità popolare per una soluzione partecipata dei problemi del centro antico.
Così non è per i reperti erratici, che sono in totale balìa dei saccheggiatori.
Un altro caso per tutti è significativo; fino a qualche anno fa attorno alla Cattedrale si potevano osservare rocchi di colonne granitiche distese per terra. A meno che non si voglia pensare che si siano volatilizzati, è da ritenere che qualcuno se li sia caricati su un mezzo e se li sia portati via.

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