Lei non sa chi sono io…!

Lei non sa chi sono io…!

 Franco Valente

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Se non fosse stato pubblicato da Altromolise probabilmente non l’avrei letto, ma quando sul video mi è comparso il titolo dell’articolo di Peppiniello Tabasso “L’eclisse dell’intellettuale” non ho resistito al desiderio di leggerlo per vedere se mi metteva nell’elenco degli intellettuali molisani.
Purtroppo mi ci ha messo.
Alla fine dell’elenco, ma mi ci ha messo: dunque esisto, ma sono fottuto!

Mi ci ha messo con un’articolata battuta:
Insomma, ignorati come valore aggiunto, i nostri sparuti intellettuali, cani sciolti che abbaiano alla luna, sembrano destinati all’estinzione o alla protezione come le foche monache. Così, non riuscendo ad essere il sale della società, qualcuno usa il pepe travestendosi da Gianburrasca (penso a Pasquale Di Bello, Caterina Sottile e Franco Valente)”.

Scimmiottando Calidio Erotico al lupanare di Macchia dico:
Mi va bene sapere di essere ignorato come valore aggiunto.
Mi va bene far parte di un drappello di sparuti intellettuali.
Mi va bene essere un cane sciolto che abbaia alla luna.
Mi va bene essere destinato all’estinzione.
Mi va bene diventare una foca monaca.
Ma il definirmi uno sciapo, benché pepato, Gianburrasca “ad me factum dabis” (mi manderà alla rovina)
!

Poiché ritengo che i giornalisti usino le parole per campare, ho pensato che anche per Peppiniello le parole abbiano un significato.
Così mi sono messo a fare l’analisi della parte finale dei suoi apprezzamenti per cercare di capire cosa volesse dire.
Prima di tutto ho cercato di capire se voleva sfottere quando ha detto che, insieme a Caterina Sottile e Pasquale di Bello, “non riuscendo ad essere il sale della società”, avrei usato il pepe.

La forma è deliberatamente contorta, tipicamente giornalistica, però il concetto mi sembra comprensibile.
Il trio di cui faccio parte avrebbe tentato di essere sipido senza riuscirci. Quindi sarebbe un trio insipido. O meglio, pur essendo salato non ha comunque la capacità di salare la società.

Sarebbe come dire: Non producit effectum quod non existit (non produce effetto ciò che non esiste!)
Avendomi messo nel trio insipido, evidentemente considera tutti gli altri capaci di insipidire.
Nell’elenco degli intellettuali ufficiali di Tabasso il 90% sono carissimi amici che godono della mia incondizionata considerazione. Il che non è cosa da poco!
Essendo, però, io convinto (come dicono i miei sciapi sostenitori) di essere Cristo sceso di nuovo sulla terra, come Cristo ultimamente mi sono messo a predicare nel deserto.

E quest’estate ho trovato un deserto pieno di gente se è vero che ho contato oltre tremila imbecilli a sentire i miei racconti popolari sulle piazze del Molise.
Nell’ultimo mese il mio portale supera frequentemente i 300 accessi al giorno.
Non ho la sensazione di abbaiare alla luna per fare dispettucci alla Gianburrasca.

Insomma, il paragone con Gianburrasca, Tabasso se lo poteva risparmiare.

Intanto mi concedo una considerazione finale pensando a quei maldestri presentatori di convegni che all’inizio della manifestazione si presentano con l’elenco delle persone da ringraziare. E’ scientifico che ne dimentichino qualcuno, come preventivamente aveva temuto Tabasso.

Ho l’impressione che Peppiniello nell’elencare gli intellettuali molisani ne abbia dimenticati parecchi. Specialmente quelli che non conoscono la posizione a 90 gradi.
Forse sarebbe stato meglio se Tabasso si fosse mantenuto sul generico perché se c’è una cosa che accomuna tutti gli intellettuali, questa è la puzza al naso…
Caterina, Antonio, Michele, Rossano ….  continuate a tenerci svegli abbaiando alla luna!

COPIA E INCOLLA DI COMMENTI

CATERINA SOTTILE:
Caro Tabasso, ma come si permette di darmi dell’intellettuale? Ci mancava che aggiungesse “di sinistra” e il mio onore sarebbe stato leso per sempre. Non appartengo alla categoria ma credo, così, a fiuto, che l’intellettuale non sia in cerca di riserve in cui sostare indisturbato. In tal senso, non gli importa una cippa lippa se il Molise lo valorizzi abbastanza o lo ignori. Se fossi un’intellettuale starei persino attenta a non farmi amare troppo in loco, tanto per mantenere le distanze.
Gli intellettuali sono tali perchè non godono di protezionismi, nè ideali, nè materiali, altrimenti sono giullari di corte, che è tutta un’altra cosa. Vede, caro maestro, lei sa quanto io le voglia bene. La prova del mio affetto è che non condivido nulla o quasi di ciò che scrive ma mi fido di lei, so che la sua testa funziona e mi tranquillizza sapere che esiste qualcuno che mi induce a scomodare il mio senso critico. Mi accade, guardacaso, anche con Corrado Sala o con Valente. Più spesso con Michele Tuono, tanto per citare un altro di quegli esseri pensanti con cui non sono in ottimi rapporti ma che grazie a Dio esistono.
Se fossero “competenza territoriale” del Molise, saremmo rovinati. La cultura non è suscettibile nè di batterie di allevamento localistici nè di federalismi; non mi piace vederla come un prodotto autoctono da esportare ma, semmai, è ricchezza d’importazione comunque perchè proviene sempre da un altro pianeta.
Credo che i guai che subisce dipendano proprio da questa cattiva idea che condiziona il flusso delle parole e della creatività; considerare gli intellettuali come un prodotto tipico di una regione sia il vezzo degli ignoranti, una sorta di manuale Bignami per assessori e amministratori con poca conoscenza della materia.
Lei, caro Tabasso, dovrebbe provarne un po’ di divertito disgusto. Se il Molise sapesse riconoscere i suoi tesori, fossero idee o bellezze naturali, settori produttivi o acqua, aria, arte, prodotti agricoli, saremmo l’Umbria, le pare? Il problema è proprio questo e l’intellettuale è il dito puntato non la vittima.  Il rapporto con il territorio è decisamente più conflittuale e complicato per gli agricoltori, per gli imprenditori, per chi ha bisogno di interagire con il contesto materiale di questi luoghi. Ecco perchè non mi pare un problema l’emigrazione di intelligenze, ma semmai una buona soluzione.
Altra faccenda è l’invenzione dell’intellettuale di facciata o l’impossibilità di quelli veri di diffondere idee di interesse generale. Il più grande intellettuale molisano vivente è Rossano Turzo e uno solo come Turzo li vale tutti: “A Castelmauro escono gli isotopi radioattivi da una cantina. In un capannone di Campochiaro si vanno a nascondere le cannule insanguinate. Ci manca solo che esce un Loknès dalla diga del Liscione”.  Se scrivesse altrove sarebbe citato all’Università.
E vale anche per gli altri.
Ma a un molisano servono due generazioni: una per emigrare e una per cominciare a lavorare davvero. Siamo sempre indietro di una generazione  rispetto al resto del mondo e anche quando realizziamo cose importanti, la provenienza è penalizzante. Non è un problema di soldi, di finananziamenti, perchè non accade la stessa cosa in regioni altrettanto povere oppure accade anche in parti d’Italia che povere non sono. E’ una questione di tradizione, di storia. In tal senso, non credo affatto che pensare al passato sia così negativo. Tant’è, noi non abbiamo alcuna affezione per il nostro passato e il lungo elenco di scrittori molisani è solo un appunto cronologico.
Il problema, gravissimo, è che la loro presenza si riduce alla memoria dei nomi e dei cognomi e non serve, non ha alcuna utilità sapere che Jovine, Faralli, Incoronato, Giovannitti o Cuoco erano molisani perchè non ci appartengono profondamente. La memoria storica è educazione morale, è scuola, è identità e noi, semplicemente, non ce l’abbiamo. Un esempio banale, tanto per capirci: a Napoli Eduardo è essenza di una mentalità comune, è osservatore e personificazione di una umanità reale. E quindi, è anima critica di quel mondo, è lente di ingrandimento delle sue aberrazioni; sottilinea l’errore storico e lo proietta fuori. Erri de Luca viene da lì, ma Napoli, attraverso lui, non è più una macchietta di se stessa e guarda oltre. Il nuovo proviene dal vecchio, quando finalmente lo abbiamo compreso e modificato in meglio.
In Molise, il dibattito intellettuale, ammesso che esista, non ha continuità temporale perchè non produce progresso, percepito come evoluzione. Perchè? Perchè nessuno è venuto e vuole venire qui a portare ciò che ha conquistato fuori. Perchè chi parte non tornerà, non ricorderà più nulla e non verrà a raccontare cosa ha raccolto altrove. Lei mi rimprovera sempre di essere troppo benevola con il potere in carica. Io credo che la politica si adegui forzatamente a quello che c’è e sopravviva del consenso che può ottenere. Valente è un gran bel ragazzo capace di dare battaglia da solo, a chiunque. Quanti giovani conosce, pieni di inutilissimi gingilli tecnologici, perennemente collegati col mondo intero che reagiscono ad uno stimolo, una volta almeno? Si discute di sanità, di giustizia, di truffa, di inchieste dai risvolti orridi e i giovani, gli studenti, i neo laureati che dicono? Dove sono?
Io lo so, caro Tabasso, ma se le dico qual’è la dura realtà del “nuovo” molisano ci riname male e preferisco tacere. Colpa della politica? Ho un amico, che mi è cordialmente antipatico, che ha avuto una breve passione per la “politica attiva”, come dicono gli intellettuali che hanno letto Gramsci, o, almeno, ne hanno sentito parlare. Questo bravo ragazzo era riuscito ad accedere ad un assessorato e ad ottenere qualche potere concreto. Non ci poteva credere! Lavorò spasmodicamente per “cambiare il corso della storia molisana” e fece bonificare un vasto territorio dall’eternit, riuscì a salvare un parco, impedì insediamenti industriali fallimentari in partenza ma devastanti per quella zona dell’alto Molise. Credeva di aver salvato il mondo e non fu rieletto.
Se la bellezza, la salute, l’armonia fossero valori profondi dei molisani, la selezione dei politici avverrebbe anche sulla base di quel criterio. Pasolini, nel suo terrificante “Io so i nomi e i cognomi”, pubblicato nel ’74 sul Corriere della Sera, scriveva: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Nel 2008, io credo sinceramente che il coraggio intellettuale sia inutile, più che impraticabile, e non solo rispetto alla Politica. Nel secolo scorso la fragilità del popolo dipendeva dall’analfabetismo. Oggi da cosa dipende? Ci sono i Giamburrasca finti e i fantocci seriosi. Delle due possibilità, dignità vuole che siano di gran lunga più incisivi i primi: meglio abbaiare alla luna senza collari che sentirsi in piedi su due gambe ma potendo camminare giusto la lunghezza di un guinzaglio. Più che di sale e pepe della società, credo che questi siano tempi di peperonate di gruppo in cui gli intellettuali sono solo un blando digestivo. E noi, che intellettuali non siamo, preferiamo la pappa col pomodoro, rivoluzionaria, liberatoria fragranza di pane guadagnato e non afferrato a volo.
caterina sottile

STEFANO COLAVECCHIA:
Premesso che la mia irritazione per non essere tra le persone che hai citato come quelle con cui ti diletti a scomodare il tuo senso critico è ancora palesemente palpabile (scherzo) e solo in parte compensata dal non essere considerato da nessuno un intellettuale, vengo rapidamente al punto. Trovo il discorso sull’eclissi dell’intellettuale quasi del tutto campato in aria, per un semplicissimo paio di ragioni: la prima è che nel momento in cui l’intellettuale diventa classificabile in quanto tale cessa, nei fatti, di esserlo in forma pura, perchè la sua opera viene posta sul mercato e misurata tramite il mediatore universale denaro, quindi assimilata ad una produzione qualunque, peggio ancora, ad una griffe da esibire e raggiungibile solo da determinati strati abbienti e rari adepti.  La seconda è che se un intellettuale può esistere ancora, nel mondo tecnologico ed internautico, non è in nessun modo legato ad alcuna connotazione geografica, meno che mai ad una regionale, anzi subregionale come quella molisana. Ed il perchè è evidente: sciolti dal vincolo dello spazio, in tempo di scontro di civiltà (che ci piaccia o meno c’è) si è legati e definiti dal concetto di nemico, in senso Schmittiano. E da null’altro.
Quando tu dici, giustamente, che la politica si adegua a quello che c’è e sopravvive del consenso che può ottenere apri uno squarcio luminosissimo che molti, per demagogia, populismo, interesse o pura ottusità non riescono a vedere o su cui tacciono.  La politica è un arte che si modella plasticamente in base alle richieste che le arrivano dal basso, chi la esercita non piove dalla luna ma è espressione della società e sa meglio di tutti noi quali sono le reali aspettative sociali.
Gli obblighi politici esistono in via prioritaria nei confronti di sodali e clienti e non c’è altro modo che soddisfare tali aspettative sfruttando le risorse pubbliche o governative, dove non ce ne siano di private in misura sufficiente, a fini patrimoniali. Chi non lo fa diventa oggetto di contestazione da parte del suo stesso gruppo. Quanto poi all’essere Giamburrasca più o meno visibili, non penso si possa aggiungere null’altro se non: per fortuna esiste Internet dove l’informazione e l’opinione non arrivano da sè, ma ognuno le cerca e, se crede e ne è capace, le costruisce.
Stefano Colavecchia

ANTONIO PICARIELLO:
Caro Tabasso come sempre apri bene il discorso; “dare” la definizione di intellettuale è un esercizio piuttosto rischioso.
Forse il tuo è un altro tentativo per dire che in Molise i protocolli del sapere sono esclusi dalla pratica gestionale del potere. Forse si, ma non credo che questo modello nostrano abbia potere di sottomettere la funzione identitaria dell’intellettuale. Tanto è vero che il tuo stesso articolo è referente a questo principio. D’altra parte su questo tema si sono espressi i massimi pensatori del nostro tempo; il mio stesso professore, Tomas Maldonado, pubblicò con la Feltrinelli un magnifico testo che consiglio di leggere per avere idee chiare e universali ( tanto per non restare sempre intelaiati nella gora della provincia italiana) – Che cos’è un intellettuale? Avventure e disavventure di un ruolo, 1995, Feltrinelli, Milano. – ed è forse questo il motivo, forse anche inconscio, che mi spinge ad intervenire richiamato dall’ argomento che proponi in maniere sottesa e affettiva. Ma vediamo. Maldonado “ rivisita la questione degli intellettuali in un contesto, come quello odierno, in cui il loro profilo è diventato sempre più sfuggente.
L’emergere di figure quali l’esperto, l’intellettuale collettivo, l’intellettuale-scienziato, l’intellettuale-politico, l’intellettuale-giornalista; il rapporto con la politica e i politici; il confronto con i media e le nuove tecnologie, la capillare diffusione del lavoro intellettuale sono alcuni temi, attualissimi, affrontati dall’autore attraverso un vasto arco di riferimenti e un’aggiornata bibliografia sull’argomento. Ricorrendo a rapidi e incisivi ritratti di intellettuali, viene ripercorso “l’accidentato itinerario storico della figura dell’intellettuale”, con il proposito di “esaminare i suoi sconcertanti mutamenti di ruolo nel tempo, le sue smanie di potere, le sue titubanze, le sue doppiezze, i suoi tradimenti, ma anche la sua creatività culturale, la sua capacità di fornire impulsi innovativi allo sviluppo politico e sociale, la sua generosità ideale, la sua capacità di sacrificare la libertà e addirittura la vita per le proprie idee”.
Da qui a noi. Come vedi tu mescoli nella parola intellettuale i vari modelli e ruoli che gli intellettuali rappresentano. Si tratta chiaramente di un mero articolo giornalistico, ma credo proprio perché tale il pezzo ha funzione di stimolo agli interventi e al dibattito.
“il Molise ne ha avuti tanti, da Cuoco a Masciotta, da Giuseppe Maria Galanti a Giovanni Zarrilli, da Arturo Giovannitti a Michelangelo Pappalardi, da Igino Petrone ai Cirese padre e figlio, da Francesco a Giuseppe Jovine”, si sono tutti morti e le loro idee non appartengono alla contemporaneità, non attraccano lo spirito giovanile, non indicano strade da percorrere o idee che possano essere salvifiche per una società molisana contemporanea. Questo che tu dichiari è un tipo di intellettualismo storico, valido per la storiografia e per la scuola, ma non applicapile alla funzionalità attiva che ci richiede la sociologia contemporanea. Poi, non credo che il mondo e gli strumenti contemporanei, internet non sostituisca la lontananza geografica dei vari : “Felice Del Vecchio vive a Milano, Giose Rimanelli negli Stati Uniti, Antonio Casilli a Parigi, Lucio Francario e Salvatore Tucci a Roma, Gianfranco De Benedittis a Bologna, Sebastiano Martelli a Salerno. Per non parlare delle ultime generazioni, sparse dalla Corea alla Danimarca”. Se questi intellettuali volessero applicare la loro funzione costruttiva al Molise, non ci sarebbe nessun impedimento alla loro volontà. – E gli intellettuali stanziali? La loro eclisse non è totale ma vivacchiano in un underground dove i media scendono di rado ad interpellarli. Tanto per fare dei nomi e cognomi (ma tremo per le immancabili omissioni), penso a studiosi, scrittori, donne e uomini impegnati come Raffaele Colapietra, Giambattista Faralli, Adriana Izzi, Renato Lalli, Norberto e Vincenzo Lombardi, Fiora Luzzatto, Francesco Manfredi Selvaggi, Giovanni Mascia, Giorgio Palmieri, Gino Massullo, Edilio Petrocelli, Antonella Presutti, Francesco Paolo Tanzj, Simonetta Tassinari, Fernanda Testa, Monica Vignale. Può capitare che uno di loro scrive un libro, per esempio Antonio Sorbo (L’AltroMolise”) o Domenico Di Lisa (“Il Molise e la crisi della politica”) ma bene che gli vada vengono confinati, secondo Alberico Giostra, in una “solitudine dei virtuosi”. Vedo che per la prima volta manca il nome di un intellettuale poliattivo capace di spaziare dall’arte al giornalismo, dalla redazione testuale saggistica alla letteratura artistica con un unico piano aristotelico. Credo che questa mancanza mi faccia sottilmente piacere, ma farei attenzione a impacchettare una parte per il tutto a favore di un tutto per una parte. Giornalisti come Bruno Vespa che scrivono libri mercantili e conducono trasmissioni impositive, non sono intellettuali, svolgono una semplice funzione della comunicazione, gli intellettuali hanno come disciplina portante la filosofia e l’epistemologia da cui diramano i vari settori di conoscenza che permetteranno i giudizi e le riflessioni. È intellettuale, sebbene possa sembrare simpatico o antipatico, Vittorio Sgarbi, e se vuoi qui da noi, Michele Tuono, unito ad altri, non tutti, di quelli che tu stesso citi. Un intellettuale contemporaneo è una macchina molto complessa della conoscenza. Umberto Eco è un intellettuale, non certo il politico di turno in perenne presenzialismo sulle poltrone dei salotti televisivi. In quanto ai francesi e al loro “maitres-à-penser” sai bene che la parola intellettuale è scatenata proprio da loro con il primo clamoroso caso politico-giudiziario della Terza Repubblica : “L’affaire Dreyfus” . forse proprio noi italiani dovremmo imparare molto da questo episodio, ma come tu stesso ammetti, abbiamo “un bene comune” che ci giustifica tutti. Io darei più un occhio ai vari Lombardi e Valente… ma come ben sai la provincia italiana ha un cuore suo che la mente non conosce….
Tuo Antonio Picariello

MICHELE TUONO:
INTELLETTUALI DI NOME E INTELLETTUALI DI FATTO
Il Tabasso che colloca il professore e grande maestro Raffaele Colapietra, abruzzese quant’altri mai, fra gli intellettuali stanziali, ricorda molto da vicino il Tabasso passato alla leggenda, e mai smentito, che per la sua rivista «Molise», uscita nel 1992, voleva ingaggiare Luigi Incoronato, morto nel 1967.
Episodio dovutamente riportato a suo luogo, quando si cercò di dare una sistemazione a questa balorda questione degli intellettuali, che andrebbe approfondita sulla base delle opere (tale libro, tale saggio, tale pagina ecc.) e non sulla base delle chiacchiere.
Dunque non si capisce come personaggi di grande valore, per l’appunto intellettuale, come Antonio Picariello e Franco Valente, possano prendere sul serio ciò che dice Tabasso. Il quale peraltro appare sempre sul punto di tirare fuori la storiella, di gergo intellettualoide, che la sua voleva essere una provocazione, che voleva gettare un sasso nello stagno ecc.
Laddove, per esempio, sostenere che l’attivissimo Franco Valente sia qualcosa di eclissato, a parte l’astruso paragone con il sale, più che una provocazione tesa a stimolare il dibattito sembra una barzelletta, o una presa in giro.
Intanto, eclisse per eclisse, Antonio Picariello è uscito tempo fa con un libro di racconti favoloso, Pier Paolo Giannubilo ha pubblicato un romanzo importantissimo, Giovanni Mascia ha raccolto il meglio del suo sapere in una specie di summa, Luigi Biscardi ripubblica le opere di Cuoco, Mauro Gioielli continua a fare benissimo quello che ha sempre fatto, Giovanni Petta (che con la sua sola presenza quest’anno ha sollevato il festival jazz di Monteroduni di una decina di metri) fa altrettanto, ecc. ecc.
Per cui, non sarà più semplice concludere che gli intellettuali, queli veri, fanno gli intellettuali, mentre Tabasso scrive editoriali, mediamente bruttissimi, su «Primopiano»?
Michele Tuono

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Commenti

7 risposte a “Lei non sa chi sono io…!”

  1. Personalmente non amo i cibi troppo salati, ma una bella spolverata di pepe rende le pietanze più stimolanti al palato e se poi la spolverata è abbondantepuo’ anche contrastare l’effetto soporifero d’un piatto troppo pesante: dunque viva il pepe, e viva pure i “gianburrasca”;perchè il problema in molise è proprio questo: molti intellettuali, sebbene rispettabilissimi ed avvertiti,tendono ad essere sonnacchiosi e pantofolari:non riescono a dare salutari schiaffoni morali alla coscienza collettiva:la nostra regione pecca di “omissione”: la cultura langue per una forma di resistenza passiva del potere costituito che tende a far diluire e quindi sparire nei tempi lunghi ogni iniziativa.”Mo’ vdem”!si sente spesso, e non si vede mai.Per questo il pepe,tanto tanto pepe, andrebbe messo proprio dappertutt:intelligenti pauca.Forza Gianburrasca!! dieci, cento mille Gianburrasca!!

  2. Poiché è impossibile di essere “tacciato” per un intellettuale, considerato che sono un modesto impiegato di paese, posso dire liberamente che questa polemica tra voi intellettuali potevate risparmiarvela. Mi piace leggervi ed aprendo anche per il per i contenuti, ma soprattutto per la fluidità del discorso, insomma un po’ di sana invidia. Come sempre, dopo i complimenti vengono i “però”. La “croce” che porta il nostro Molise è che tutti noi ci sentiamo un po’ più capace, più preparato in tutto di più, più intelligente e molto spesso anche più furbo, haimè!
    Dagli intellettuali ci si aspetta che mettano a disposizione il loro sapere, che producano idee da diffondere, che dialoghino tra si loro e soprattutto che evitino polemiche tra di loro.
    Con stima.
    alberto gentile

  3. Avatar franco valente
    franco valente

    Non so esattamente cosa voglia dire intellettuale. Se è una cosa buona, io spero di esserlo, ma non sono convinto di far parte della categoria. Purtroppo quello che chiede Alberto (evitare le polemiche) mi sembra improbabile.
    Il problema è capire se l’omologazione è una condizione da perseguire o da evitare.
    “Omologazione” significa nella sostanza “approvazione”, “ratifica”.
    Ora se si tratta di verificare se uno storico ha detto la data giusta o se uno scienziato ha composto bene una formula, l’omologazione è fondamentale.
    Quando si va sulla cultura, invece, le formule e le date non hanno più senso e si entra nel campo dell’interpretazione.
    Intellettuale è colui che cerca di interpretare sollecitando gli altri a riflettere sulla base delle date e delle formule che conosce.
    Ovviamente se nella vita egli è uno che spara date e formule sbagliate, le sue interpretazioni difficilmente verranno recepite dalla società che prima o poi scoprirà gli inganni.

    Io sono consapevole di essere spesso irritante per il modo sintetico di dare giudizi. Forse è anche una tecnica per sollecitare la riflessione.
    Uno dei miei professori mi insegnò che quando si scrive per gli altri non si deve superare una pagina e tre righi.
    Dopo una pagina e tre righi il lettore non ti legge più.
    Allora per far capire un concetto bisogna essere sintetici. E per essere sintetici ogni frase diventa uno slogan, con il rischio di usare parole pesanti.

    Caro Alberto,
    io ho aperto questo portale che si regge a mie spese. Ieri ha avuto 251 accessi. Il 22 settembre ne ha avuto 321. Insomma ogni giorno almeno 200 persona da ogni parte del mondo si affacciano, sia pure per pochi secondi, sul Molise che sogno…
    Perciò ogni volta che inserisco un articolo sono preso dalla preoccupazione di diffondere date o notizie sbagliate.
    Insomma, io sono consapevole che ogni volta che pubblico un articolo mi gioco la reputazione.
    E’ un gioco che mi piace ma che mi porta a fare valutazioni che spesso mi creano molte inimicizie.
    Per me è importante non sbagliare le date!

  4. Avatar Antonino Risalvato
    Antonino Risalvato

    Salve, le voglio fare una domanda molto precisa:
    In un momento preciso della vita, una persona, la quale per tanti anni si e’ domandata perche’ sono cosi, chi sono veramente, perche’ io…. in un solo momento capisce tramite altre persone che hanno studiato a differenza sua, di essere un ipotetico intellettuale.Bene questa persona, avendo intuito di possedere determinati pensieri riguardo la vita, non grazie a professori o libri ma bensi dall’insegnamento delle sue esperienze di vita, cosa adeve fare, ululare per tutta la vita o potersi proporre a qualcuno in modo tale che questo qualcuno possa decidere se certi pensieri siano utili al mondo di oggi.
    Sicuramente il dolore piu’ forte di questa persona e’ il pensiero di non riuscire non per volonta’ sua, ad arrivare a tantissime persone.L’unico sollievo di questa persona invece, e’ la consapevolezza che tutto cio’ che possiede lo potra’ donare ed insegnare alle persone care a lui vicine.Salve, grazie e mi faccia sapere cosa ne pensa

  5. Avatar franco valente
    franco valente

    Gentile Antonino,
    come avrà capito io non faccio il moralista e sono convinto che ogni storia personale vada valutata per l’impegno che si pone nel fare le cose in cui si crede.
    Io sono uno di quelli che grida nel deserto e più grida, più forte è lo sconforto.
    Dedicarsi alle persone care certamente è la prima via da percorrere. Se poi rimane tempo vale la pena allargare la visuale degli interessi.
    Il mio sito, che è arrivato ad una media giornaliera di oltre 350 lettori, mi è stato regalato da uno dei miei figli che, ritengo, creda nel dovere di mettere a disposizione di tutti le cose che si sanno.
    E’ stato un atto di grande fiducia, altrimenti mi avrebbe detto di pensare solo ai fatti miei.
    Non mi faccio molti problemi se le cose che scrivo siano o meno condivise perché il libero arbitrio è la più grande delle aspirazioni dell’uomo.
    Comunque La ringrazio per avermi posto un quesito così importante al quale non è semplice dare una risposta.

  6. Quanti ricordi mi ha svegliato quella copertina !!!!
    Comunque, non è vero che non riescono a “salare” la società … c’è la società che preferisce rimanere sciapa… e lì non basta manco il pepe..
    ciao by
    alberico

  7. Il tuo commento…Frà….è tutta invidia …..!
    con simpatia

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