S. Michele a Roccaravindola
Franco Valente
Almanacco del Molise 1985

La chiesa di S. Michele detta pure “chiesa vecchia“, é situata su uno slargo naturale, al limite dell’antico sentiero che collegava il nucleo urbano di Rcccaravindola alla pianura.
La via, ormai in disuso, e in gran parte ben riconoscibile per i tagli nella roccia ed i gradini ancora esistenti.
L’edificio é purtroppo ridotto a rudere. Su parte di esso si é sovrapposta una casa di recente costruzione e complesso appare il riconoscimento delle varie fasi di edificazione, che comunque dimostrano una continuità di uso e di frequentazione del monumento per lungo periodo.
Sembra individuabile una originaria struttura mono-absidata collegabile ad una delle prime fasi della chiesa.
La posizione dell’abside sul lato a sud-est induce a far ritenere che inizialmente l’edificio avesse l’ingresso orientato direttamente verso il sentiero, a nord-ovest.
L’intitolazione a S. Michele nonché l’analogia con altre chiese dell’area di S. Vincenzo potrebbe far ipotizzare una edificazione contemporanea all’insediamento urbano di Roccaravindola, sicuramente non posteriore al IX – X secolo.
Certamente la chiesa fu trasformata nella sua sostanza non prima del XIII secolo, quando l’impianto venne adattato a nuove e più complesse esigenze.
In tale occasione l’antica, e forse unica, piccola navata venne inglobata in un organismo alquanto articolato che una volta completato avrebbe dovuto presentare un campanile a vela sul lato sud-orientale con un accesso conducente anche all’interno congiuntamente all’altro portale che si apriva sul lato occidentale ed al quale si poteva pervenire con maggiore comodità direttamente dal sentiero che in quel punto tende al piano.
Ciò che rimane di particolarmente interessante all’interno del perimetro delle mura, ormai diroccate, è una volta a botte con sezione acuta, anch’essa semidiruta, che accoglie i frammenti di un ciclo di affreschi, i quali, per caratteri stilistici, possono essere collocati tra il XIV ed il XV secolo.
I segni di altre pitture illeggibili si ritrovano anche sulla parete orientale della navata, ma sono coperti da uno sperone di muratura sovrappostovi successivamente.
Gli affreschi superstiti sono invece sufficientemente chiari perché vi si riconoscano alcune scene riferite ad episodi della vita di Cristo, in particolare dell’infanzia, oltre una Crocifissione.
Le pitture sono di fattura piuttosto rozza ma denotano comunque che chi le eseguì aveva una buona conoscenza di cicli pittorici più affermati e che chiaramente li tenne presenti come riferimento iconografico.

Nella parte centrale infatti risponde a canoni consolidati la disposizione, su due registri sovrapposti, di alcune scene tratte dalle sacre scritture. In alto, adattandosi alla linea ogivale della volta, è sistemata una crocifissione di Cristo con ai lati la Madonna e S. Giovanni.
Nella fascia inferiore, a sinistra, si riconoscono i frammenti della presentazione di Gesù al Tempio. Quasi intera rimane solo la figura barbuta di Simeone che regge un cartiglio nei pressi di un altare con il fronte decorato da motivi floreali disposti a croce ed un’esile colonnina a lato. Completamente scomparse le figure di Maria con il Bambino e di S. Giuseppe con le due tortorelle.

A destra è posta una Madonna con Bambino che riceve presso la propria casa la visita dei Magi. La scena è ambientata in un paesaggio rupestre con un tentativo di evidenziare la profondità spaziale mediante effetti prospettici sia nella composizione del disegno della casa, sia nel posizionamento e nella diversa dimensione dei personaggi. Tra i magi se ne riconosce bene solo uno che è rappresentato con tunica lunga e corona sul capo.
Più in basso, quasi al limite del pavimento, la decorazione parietale è formata da una lunga fascia rappresentante una tela pieghettata che riprende un motivo quasi simile presente negli affreschi di S. Maria delle Grotte a Rocchetta a Volturno (F. VALENTE, Gli affreschi di S Maria delle Grotte a Rocchetta al Volturno, in Almanacco del Molise 1984).
Sulla parete di sinistra si sviluppa in uno scenario di ampio respiro la scena dell’apparizione degli angeli ai pastori. In questo caso è evidente il riferimento ad una realtà pastorale tipica del territorio vulturnense per la presenza di uno zampognaro in atto di suonare il suo strumento musicale.

Il personaggio, che comprime con il braccio sinistro la sacca di pelle, è completamente avvolto in un ampio mantello rosso con cappuccio mentre un cane lo sta osservando e le pecore, più in basso, stanno pascolando.
Questo particolare è di indubbio interesse non solo perché costituisce la più antica testimonianza pittorica dell’uso della zampogna nella Valle del Volturno, ma anche perchè fornisce un valido quanto raro riferimento storico per risalire alle origini di una tradizione tipicamente locale che vuole la presenza degli zampognari nelle scene della Natività e nelle celebrazioni natalizie.
Oltre lo zampognaro, che continua tranquillo a suonare all’annunzio della nascita, in alto si vede un gruppo di pastori che invece già si è messo in viaggio verso la capanna con lo sguardo rivolto ancora all’Angelo.
Lo sfondamento centrale della parete non ci fa conoscere se in quella parte proseguisse la scena dei pastori o se vi fosse qualcosa d’altro.
Più a sinistra invece si ritrova una vasca circolare davanti alla quale sembra di riconoscere un Cristo ragazzo e altri due personaggi, uno dei quali barbuto.
Al livello del pavimento é rappresentata, fuori del contesto iconografico generale, l’immagine di un monaco disteso in un sarcofago decorato con motivi floreali.
Sulla parete di destra, anch’essa molto rovinata, sopravvivono altri due momenti dell’infanzia di Cristo. A sinistra una drammatica strage degli Innocenti dove, oltre una catasta di corpicini nudi, si notano alcuni personaggi, uno dei quali impugna una spada pronto per squartare un infante tenuto per i piedi da un’altra figura.
A destra rimane traccia di una fuga in Egitto con la consueta figurazione della Madonna con Bambino su un asino condotto da S. Giuseppe. Vi si nota anche la presenza di una donna con cesto sulla testa.
Si tratta di un particolare abbastanza insolito e potrebbe venire incontro uno dei vangeli apocrifi per l’identificazione del personaggio femminile in Salome: Giuseppe ne fu avvertito in sogno da parte di mio Padre, e partì immediatamente prendendo con sé Maria mia madre, nelle cui braccia io ero adagiato; e in nostra compagnia veniva anche Salome. Ci recammo in Egitto e là rimanemmo un anno finché i vermi si impadronirono del corpo di Erode, per cui egli morì a causa del sangue dei bambini innocenti che egli aveva versato (Storia di Giuseppe il falegname, VIII,3).
Infine due riquadri a lato contengono le immagini molto rovinate di due monaci santi.
Complessivamente dunque questi affreschi non sono da considerare dei capolavori, tuttavia sono una ulteriore conferma che nella Valle del Volturno nel XIV secolo sopravvivono testimonianze pittoriche le cui radici si ricollegano all’arte vulturnense dei primi tempi, come nel caso specifico delle decorazioni a quadroni imitanti lastre di marmo.
Una produzione ampiamente documentata che permette di poter affermare che in quest’epoca vi fu un vero fiorire di attività artistiche, certamente di diverso valore da luogo a luogo, ma di grande coinvolgimento popolare.
Come pure deve essere tenuta presente la permanenza di reminiscenze di epoca romana o addirittura una diretta utilizzazione di opere di epoca imperiale che casualmente, dopo secoli di sepoltura, venivano alla luce nel territorio di nuovo messo a coltura.
A tal proposito alcune considerazioni sulla iconografia del semplice portale di S. Michele, sopravvissuto per caso alla quasi totale distruzione dell’edificio, sono necessarie per comprendere il significato di un frammento di bassorilievo in pietra posto sul lato di sinistra.
Si tratta di un reperto romano di cui si ignora sia il luogo di originaria collocazione, sia il contesto del quale faceva parte. Rappresenta un personaggio alato coperto da una tunichetta in atto di spegnere una torcia.
Non vi sono dubbi che l’origine di questo genere di figurazione sia da collegarsi alla esistenza di un culto mitriaco nell’area campana. Culto ampiamente attestato sia dalle fonti epigrafiche che dalla sopravvivenza di elementi architettonici, pittorici e scultorei, raffiguranti tale divinità.
Mitra veniva rappresentato in maniera ripetitiva secondo un modello iconografico ricco di significati allegorici.
La divinità, nell’atto di scannare il toro, con il cane che salta verso il sangue ed il serpente disteso nella parte più bassa, era sempre affiancato da due personaggi che prendevano il nome di Caute e Cautopates. Ambedue con tunica e berretto frigio reggevano nella mano una torcia, però quello di sinistra nell’atto di accenderla, quello di destra nell’atto di spegnerla conficcandola nel terreno, e insieme a Mitra assumevano il significato del corso del sole dal sorgere al tramontare.
Il Cautopates raffigurando il tramonto fu successivamente interpretato come un genio funerario ed utilizzata sovente in decorazioni di sarcofagi, arricchita dall’aggiunta di grandi ali alle spalle.
Da un sarcofago romano deve dunque provenire il frammento posto al lato del portale di S. Michele, ma con evidente mutamento di attribuzione iconografica da parte di chi promosse l’operazione di sistemazione della chiesa.
Appare infatti evidente la forzata intenzione di recuperare una figura che potesse poi essere assunta come l’immagine evocatrice di un arcangelo; pertanto cambiato il contesto architettonico del soggetto pagano, esso ebbe un significato diametralmente opposto a quello originario di genio funerario.
D’altra parte come abbiamo avuto più volte occasione di verificare nell’area della Longobardia meridionale ed in particolare nel territorio di S. Vincenzo, forte e costante fu la volontà di perpetuare una tradizione iconografica che andava poi a confondersi con le immagini simboliche cristiane che più potevano garantire un legame con le radici religiose e culturali dei primi Longobardi.
Ciò appare evidente dalle frequenti intitolazioni di chiese, sorgenti, territori e nuovi insediamenti agli Arcangeli che, recuperati dalla tradizione cristiana, bene si adattavano ad assumere quel ruolo che prima si attribuiva alle antiche loro divinità guerriere.
Una circostanza analoga a quella del genio funerario di Roccaravindola la riscontriamo ad esempio nei pressi dell’eremo dei SS. Cosma e Damiano ad Isemia.
Ai piedi della collina infatti un bassorilievo di epoca imperiale romana, raffigurante il busto di una donna con il capo coperto da un velo, é oggetto di venerazione popolare tanto che per tradizione viene chiamata Madonnella ed é frequente davanti a questa immagine la presenza di ceri votivi, specialmente nella ricorrenza delle festività di fine settembre.
In questo caso però siamo di fronte ad una duplice possibilità; infatti da una parte l’esempio di S. Michele di Roccaravindola ci indurrebbe a ritenere possibile una antica riutilizzazione di una immagine pagana che, posta in un contesto cristiano, assunse un significato diverso.
Dall’altra, la considerazione che i più antichi modelli iconografici della Madonna si rifanno integralmente alla produzione pittorica e scultorea romana e pagana preesistente, potrebbe farci ritenere che si tratti realmente di un ritratto della Madre di Cristo, fornendoci una ulteriore conferma dell’antichità della presenza del culto cristiano nel territorio isernino, facendo anticipare anche rispetto al V secolo, epoca più remota in cui e documentata la presenza di un Vescovo, la evangelizzazione della zona.
Tutto il territorio della Valle del Volturno è disseminato di piccoli edifici di culto, più o meno articolati, che costituiscono un patrimonio di indubbio interesse per tracciare una storia dell’architettura vulturnense nell’alto Medioevo, come e il caso della cappella di Sant’Agnera (probabile deformazione del termine Sant’Angelo), sotto S. Maria Oliveto, formate da una piccola aula con volta a botte, completamente aperta su un lato e con una porticina opposta che introduceva ad un ambiente simile al primo, con asse trasversale, oggi distrutto. L’interno, realizzato in opera cementicia, presenta piccolissimi brandelli di pittura murale che rivelano che esso fosse interamente
affrescato.
Unico particolare riconoscibile e la testa di un personaggio dormiente con una palma a lato che, secondo John Mitchell, potrebbe essere attribuito ad una scena di Cristo nell’orto degli Ulivi. I caratteri di questo unico elemento fanno ritenere del IX-X secolo l’epoca di esecuzione.
Altresì interessante è la poco distante chiesa di S. Lucia che, pur conservando tracce di affreschi riferibili al XIV secolo, tuttavia presenta un impianto più antico formato da una sola aula che termina con un’abside semicircolare.
Uguale impostazione planimetrica, sebbene con diverso orientamento, hanno le due chiese di S. Maria Oliveto: S. Sebastiano, S. Lorenzo e S. Maria delle Grazie.
Nel territorio di Roccaravindola, inoltra, sopravvive una testimonianza del culto per S. Barbato in una piccola chiesa absidata posta al limite dell’antico tracciato stradale nel luogo dove comincia ad inerpicarsi dalla piana per raggiungere il nucleo alto di Roccaravindola, passando per il nucleo di Trimanda. Si tratta di una piccola chiesa a pianta longitudinale terminante con un’abside sul lato orientale. Alcuni terrazzamenti in muratura piena con malta idraulica che si sviluppano sul lato meridionale secondo un allineamento parallelo alla facciata laterale fanno immaginare un complesso particolarmente articolato, forse un monastero dotato di un chiostro di non piccole dimensioni.
La chiesa oggi è coperta da una divertente struttura realizzata dalla Soprintendenza del Molise
Immagine primaverile delle coperture

Lascia un commento