L’assalto saraceno del 10 ottobre 881 a S. Vincenzo al Volturno
Franco Valente
da Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise (Volume in preparazione)
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio.Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons.)

Nell’839, alla morte di Sicardo, le lotte interne alla corte longobarda si erano risolte con una prima frattura che portò Siconolfo a costituire un proprio governo autonomo a Salerno mentre Radelchi conservava il controllo di Benevento. Nel frattempo si allargava il pericolo musulmano che aveva ormai raggiunto le porte di Roma costringendo Ludovico II a preparare una prima spedizione militare.
Il console napoletano Andrea, per difendersi dalle ripetute aggressioni del principe longobardo Sicone nell’835 aveva assoldato soldataglie saracene innescando un processo che progressivamente, una volta a favore di una fazione, una volta a favore dell’altra, determinò l’arrivo sempre più organizzato di truppe islamiche mercenarie.
Gli Arabi avevano invaso la Calabria nell’840 e progressivamente si erano avvicinati, occupando prima Taranto e poi Bari, al territorio longobardo mentre si accentuavano i contrasti tra Siconolfo e Radelchi. Quest’ultimo non si fece scrupolo di assoldarli per muoverli contro il territorio salernitano.
Khalfùn, capo berbero al soldo di Radelchi, penetrò nel territorio longobardo fino a raggiungere Capua che fu saccheggiata e bruciata. Siconolfo, da parte sua si rivolse ad Apolaffar, capo dei Musulmani di Taranto, perché saccheggiasse le terre del suo antagonista.

S. Agapito
Fu così che in questo clima di lotta domestica anche il monastero fortificato di S. Vito, tra S. Agapito e Macchia d’Isernia, si trovò malauguratamente sul percorso di Mashar, uno dei feroci condottieri saraceni che, dopo aver saccheggiato S. Maria in Cingla di Alife e la città di Telese, devastò nell’845: … castellumque postmodum Sancti qui cognominatur Viti coepit.
I resti dell’abside di S. Maria ad Maccla (?) . (Scavo M. Raddi)
Non sappiamo esattamente se questo castello fosse l’odierna Temennotte o l’attuale S. Agapito, ma il fatto riportato dalle cronache sicuramente avvenne in queste parti del territorio molisano prima che Mashar si avvicinasse minacciosamente a Montecassino.
Per questi episodi Lotario si determinò ad intervenire decisamente obbligando i due contendenti ad una pacificazione che si risolse nell’849 con la divisio ducatus Beneventani e che portò alla definitiva formazione del Principato di Salerno distinto da quello di Benevento. I territori interni del Sannio e dell’Irpinia, insieme al Molise più interno, rimasero sotto la giurisdizione di Benevento, mentre l’alta valle del Volturno, con il monastero di S. Vincenzo ed i territori di Venafro ed Isernia, appartenenti alla contea di Capua, furono aggregati al principato di Salerno.
La decisione di Lotario non ebbe vita lunga. Nell’855 a Siconolfo successe Ademario che ereditò il dominio del principato di Salerno. Con lui si avviò una lotta militare contro Landone che era conte di Capua e ancora una volta i contendenti si rivolsero a forze esterne che, come i Saraceni, non esitarono ad intervenire di nuovo.
In quell’epoca nell’emirato di Bari dominava incontrastato il feroce emiro Saugdàn (857-865) che nel Chronicon Vulturnense viene definito nequissimis ac sceleratissimus rex Hismahelitarum.
Solo Ludovico II sembrò voler intervenire per eliminare il pericolo musulmano scendendo di nuovo in Italia, ma la sua campagna durò solo un anno durante il quale, dopo aver assalito Isernia, Telese, Alife e S. Agata, pretese semplicemente la devozione del principe beneventano Adelchi. Un omaggio che non determinò, nè in quell’occasione, né successivamente, un definitivo controllo imperiale sulla Longobardia.
Così, mentre l’imperatore rientrava superando le Alpi, Saugdàn assaliva la Valle del Volturno per saccheggiare Venafro e raggiungere la valle del Liri per portarsi a Montecassino.
Questo episodio convinse Ludovico II a ritornare nell’Italia meridionale e attaccare, con l’aiuto di Basilio I il Macedone, imperatore d’Oriente, Saugdàn che fu catturato dopo la conquista di Bari dell’871.
Nell’872 anche Capua riusciva ad ottenere una propria organizzazione autonoma mentre sembrava che fosse conclusa l’epopea saracena di Saugdàn.
Gli storici non sono tutti concordi nel ricostruire i fatti dopo la conquista di Bari dell’871. Se sono esatte le descrizioni del cronista di S. Vincenzo dell’eccidio saracenico dell’881, Saugdàn dopo qualche tempo avrebbe recuperato la libertà e avrebbe ricostituito le sue forze approfittando della permanenza di situazioni di conflitti interni alla penisola italiana per porsi a servizio di questa o quella fazione mentre Ludovico II inutilmente cercava di prendere il controllo della Longobardia beneventana. Addirittura l’imperatore cadeva in una trappola e, imprigionato per quaranta giorni a Benevento, veniva liberato dopo un suo solenne giuramento che non sarebbe più tornato nel meridione italiano. Il giuramento fu sciolto da papa Adriano II, ma Ludovico non riuscì a rimettere più piede a Benevento anche perché la morte lo colse poco tempo dopo, nell’875 (S. GASPARRI, Il Ducato e il Principato di Benevento ).
Adelchi, in pratica, si era riavvicinato al governo Bizantino che però, non garantendo una presenza militare consistente, consentì la ripresa delle razzie saracene. Anche Benevento, dove presumibilmente era tenuto prigioniero Saugdàn, fu assalita e Adelchi si trovò costretto a liberare l’emiro provocando la reazione del popolo che si assoggettò direttamente all’imperatore di Oriente.
In questa situazione di grande confusione si creavano e si rompevano accordi tra le varie forze in campo mentre i Saraceni radicavano una presenza diffusa anche sul Tirreno con due potenti postazioni ad Agropoli e sul Garigliano e con un campo nel Sannio interno a Sepino.
Di tanto approfittò Atanasio II vescovo di Napoli.
Erchemperto narra che Atanasio II in quel tempo esercitasse anche le funzioni di capitano militare e di governatore della città. Dopo aver cacciato suo fratello fece un patto con i Saraceni che si erano sistemati tra il porto e le mura della città e che da quel punto, sostenuti dallo stesso Atanasio, facevano incursioni verso i territori beneventano, romano e spoletano e contro tutti i monasteri, chiese, città e centri fortificati, depredando montagne ed isole. Fra questi anche il santissimo cenobio di S. Benedetto, venerato in tutto il mondo, ed il monastero del Santo martire Vincenzo e innumerevoli altre cose furono incendiati, ad eccezione di Suessola la quale fu abbattuta miserabilmente per frode dei cristiani (ERCHEMPERTO, Historia langobardorum Beneventanorum).

I resti di un edificio bruciato dai Saraceni a S. Vincenzo al Volturno
Ma l’episodio più drammatico fu certamente l’eccidio dei monaci di S. Vincenzo al Volturno.
Incipit Liber Tercius
Chronice huius
Prologus domni Johannis venerabilis abbatis in ystoria decollatorum nungentorum monachorum huius monasterii.
Inter hec Saugdan, nequissimus ac sceleratissimus rex Hismahelitarum, totam terram beneventanam igne, gladiis, et captivitate crudeliter devastabat, ita ut non remaneret in ea halitus (Chronicon Vulturnense. Edizione Federici, vol. I, pp.356.371: Prologus domni Johannis venerabilis abbatis in ystoria decollatorum nungentorum monachorum huius monasterii), cosi il monaco Giovanni VI, abate di S. Vincenzo, inizia la drammatica ricostruzione dell’eccidio saracenico del 10 ottobre 881 che forse impropriamente attribuisce a Saugdan, emiro di Bari (G. MORRA, Gli Arabi a Venafro durante le incursioni tra il Liri e il Volturno in “Samnium“, A.LVIII n.3.4 (1985), pp.166-189).

La cripta semianulare della basilica di S. Vincenzo Maggiore
Ritengo di dover fare cosa grata alla memoria di Gennaro Morra nel riproporre la traduzione che egli fece per una pubblicazione che non ha mai visto la luce anche se della questione saracenica egli si era ampiamente occupato condividendo l’ipotesi che le truppe che aggredirono S. Vincenzo fossero guidate dal feroce Mashar e non già da Saugdàn.
Intanto Saugdan, infame e scellerato re degli ismaeliti, devastava tutto il territorio di Benevento con incendi, stragi e faceva molti prigionieri così che non rimaneva nessun segno di vita. Anche un esercito di Galli sceso più volte per metter freno alle loro crudeltà ritornava per la via donde era venuto senza aver concluso nulla. Per cui accadde che Adalgiso, principe di Benevento, fece pace con lui, dopo aver dato tributi di ostaggi. In questo tempo Magelpoto castaldo di Telese e Vuondelporto, castaldo di Boiano, indussero con molte preghiere Lamberto, duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi ad andare contro Saugdan il quale tornava da Capua che aveva allora saccheggiata e in campagna irruppero contro di lui; ma Saugdan, passato all’attacco si lanciò con forza contro i Beneventani ed i Franchi e sconvoltene le file, uccise moltissimi di loro, alcuni li catturò e li ammazzò crudelmente.
Il conte Gerardo, Magelpoto e Vuondelperto morirono in quella battaglia. Perciò egli, divenuto da quel giorno più ardito, distrusse completamente il territorio di Benevento così che nessun luogo, eccetto le città più grandi, sfuggì alla sua crudeltà. In quei giorni prese Telese, Alife, Sepino, Boiano ed Isernia ed anche il paese di Venafro e li distrusse completamente. Ed il monastero del Venerato martire Vincenzo che, rinnovato dal piissimo augusto Ludovico, figlio dell’imperatore Carlo, con meraviglioso amore, particolare cura e gran decoro, con l’aiuto di Dio e del suo degnissimo abate Giosuè, primeggiava allora tra i più grandi monasteri d’Italia, fu del tutto saccheggiato dallo scellerato Saugdan il quale ricevette 3.000 monete d’oro dopo averne avute altrettante dal Vicario del Beato Benedetto.
L’imperatore Ludovico, invitato dai Beneventani e dai Capuani e da tutti i “commarchionis” perchè combattesse per le terre perdute; entrò nel territorio di Benevento per Sora e si stabilì dapprima nel monastero del Beato Benedetto; qui vennero a lui ambasciatori da molte città, tra gli altri anche Landolfo di Capua con i suoi.
Questi dunque, usando la solita falsità indusse alla fuga i capuani che aveva presentati a Cesare, rimanendo egli solo con l’imperatore, come se non avesse commessa alcuna colpa. Ma l’Augusto, non facendo nessun conto del suo comportamente, raggiunse Capua e dopo averla assediata per tre mesi, la rase al suolo. I capuani, non avendo potuto ottenere da lui alcun beneficio, si affidarono a Lamberto loro conte e, pensando di far meglio, fecero precipitare la situazione. Da allora, non essendo tenuti in nessun conto, quasi ogni mese erano assegnati come preda di arbitri diversi. (……).
L’anno seguente, avvalendosi di diversi aiuti, si avviò verso Bari e l’esercito imperiale attaccò battaglia con Saugdan di cui spesso si è parlato; questi, vinto dagli imperiali, fuggì dopo aver persa una notevole parte del suo esercito.
Da lì passò a Matera, dopo avere incendiato tutte le messi e le altre cose dei dintorni e la prese senza indugio con il fuoco. Poi andò a Venosa e lì cominciò a rimuovere le fortificazioni ed espugnando Bari le demolì gravemente e posto a Canosa un presidio di soldati, alternativamente spinti dal terrore, molti ricorsero alla clemenza dell’imperatore e chiedevano che gli fossero dati aiuti. Egli non rifiutò loro la solita benevolenza. Dopo di ciò si diresse di nuovo nella città di Orieta.

Punte di frecce incendiarie ritrovate a S. Vincenzo al Volturno
E così tornò a Benevento e, con il favore di Dio, quando i Saraceni erano ormai giunti molto vicino, mandato un esercito, riprese Bari e catturò il crudele Saugdan con i suoi aiutanti. Poi comandò di assediare Taranto. Fatto ciò i Franchi cominciarono per diabolico suggerimento a perseguitare in vari modi i Beneventani e a tormentarli crudelmente. Per questo motivo Adalgiso, mossosi con i suoi contro l’imperatore Ludovico che riposava tranquillamente tra le mura di Benevento, con l’astuzia e l’inganno catturò il venerando salvatore della provincia di Benevento (Ludovico) e l’affidò a dei custodi e si impadronì dei suoi beni. Spogliando poi tutti i soldati dei loro beni, li costrinse a fuggire si arricchì con le loro armature.
E restando ancora l’imperatore prigioniero, Dio mosse gli Ismaeliti e li portò subito dall’Africa affinchè vendicassero l’oltraggio fatto all’Augusto. Infine, dopo che per volere di Dio, il magnifico imperatore fu liberato, i Saraceni in numero di 30.000 assalirono Salerno. Assediatola con grande violenza, la distrussero quasi completamente, dopo aver ucciso molti uomini. E saccheggiarono in parte Napoli, Benevento e Capua. In questo periodo i due Lamberti, temendo l’ira di Augusto, tornarono a Benevento e furono accolti splendidamente da Adelgisio.
Fidando sul loro aiuto, attaccò i Saraceni e li sconfisse con grande coraggio, dopo avere ucciso quasi 30.000 soldati. In questi giorni anche i Capuani uccisero altri 1.000 Saraceni. E quando l’anno stava per terminare con questo assedio, mandato un esercito, lo stesso Augusto annientò a Capua 9.000 infedeli. Dopo di ciò lui in persona si degnò di venire a Capua. Conosciuto il suo arrivo i Saraceni lasciarono Salerno, raggiunsero la Calabria e, trovandola divisa in lotta, la saccheggiarono completamente.
Poi l’imperatore Ludovico, volendo conquistare Benevento e non riuscendovi, tornò in patria, lasciando a Capua la moglie e la figlia. Poi, andando da Augusto a Ravenna, lasciata a Capua la prole, Ludovico di divina memoria morì e come annunzio della sua morte fu vista, verso Nord, una stella ardere come una fiaccola il giorno 7 giugno.
E l’imperatore morì appunto il 13 agosto. Ripreso vigore, i Saraceni, che l’imperatore aveva lasciati quasi vinti, cominciarono a saccheggiare Bari ed il territorio di Canne. Contro di essi si mosse Adalgisio, nella Puglia. Ma siccome non concluse nulla, se ne ripartì senza vincere e senza essere vinto. In questo periodo Atmanno che da Saugdan era stato mandato esule dall’Africa, venendo con Amoso, entrò a Taranto e fu fatto re.
Uscito di lì, saccheggiò gravemente Benevento ed ottenne una totale vittoria che riebbe Saugdan da Adalgiso. Infatti egli aveva mandati come apocrisari Amoso ed Obdelbach. Sentendo ciò, quelli che assediavano Bari, mandarono in Bari Gregorio, baiulo imperiale dei Greci, che si trovava allora in Idronto, con molti uomini, per timore dei Saraceni. Egli catturò subito il Castaldo e mandò a Costantinopoli i suoi principali cittadini ai quali aveva promesso fedeltà con giuramento.
Intanto i Greci mandarono con maggior frequenza ambasciatori a Benevento, Salerno e Capua per ottenere da loro aiuti contro i Saraceni. Ma questi, di comune accordo, non curavano affatto i loro inviti. Allora una grave crisi demografica angustiava Salerno, Napoli e Gaeta, che erano in tregua con i marinai saraceni, e anche Roma. Ma quando Carlo, figlio di Giuditta, prese a Roma lo scettro imperiale, diede in aiuto il duca Lamberto e Gendone fratello di papa Giovanni e con essi partì per Napoli e Capua.
Ma Sergio, capo dell’esercito, informato dai consigli di Adalgiso e Lamberto non volle alienarsi i nemici. E subito fu scomunicato. Per cui accadde che fece decapitare venticinque soldati napoletani che erano stati catturati.
Questo Sergio, dunque, fu colpito dall’anatema e dopo non molto, preso dal proprio fratello, fu mandato a Roma e qui, accecato, morì miseramente.
Lo stesso Atanasio, suo fratello, si fece principe al suo posto. Adalgisio, poi, mentre occupava il paese di Trivento, come ostaggio, tornando alla propria città, fu ucciso dai generi, nipoti ed amici durante il viaggio, non lontano dalla città, nel venticinquesimo anno del suo principato ed al suo posto fu messo Gaidei figlio di Radelgario. Nello stesso tempo il vescovo Atanasio era presule di Napoli, come capo dell’esercito.
Facendo egli pace con i Saraceni e collocandoli per la prima volta nel porto e tra le mura della città, essi, distruggendo tutta la terra di Benevento e quella romana e parte di quella di Spoleto, saccheggiarono tutti i monasteri e le chiese le città e i paesi, i villaggi, i monti e i colli e le isole. Ed allora, oh dolore, la gente paragona quasi a vendetta dei (nostri) peccati, sfrenata per giudizio divino, calpestando senza alcun timore i santuari consacrati da culti divini, non ponendosi alcun limite. Persone di ogni età, di ogni sesso, senza alcuna pietà erano continuamente uccise, nè vi era chi potesse salvare i destinati a morire ed anche offrire qualche sollievo. Infatti è scritto: “la spada vendicatrice di Dio mangiava le carni”.
Chi sarebbe capace di comprendere quale miseria e quale tribolazione afflisse allora i popoli cristiani?
Si potevano vedere le città deserte, le chiese sconvolte, e tutta la terra bagnata dal sangue dei cristiani. Nè vi era possibilità di fuggire o di trovare un rifugio, perchè una simile strage sconvolgeva anche i monti ed i colli. Gli uomini pensarono che fosse iniziata la fine del mondo, e se non vedevano alcuni segni predetti dal Vangelo, almeno in queste catastrofi la fine del mondo era già in atto.
E scriviamo queste cose che abbiamo trovato in vecchi libri e che la narrazione inconfutata dei vecchi ce la trasmise.
Mentre quella gente sacrilega degli Agareni rovinava, incendiando e sconvolgendo, le altre parti della terra, un’empia schiera di malvagi, le cui mani sono pronte a colpire tutti e non ancora sazia di sangue umano, più atroce di qualsiasi belva si avviò furibonda verso il sacro monastero del Martire Vincenzo.
Era allora consuetudine dei monaci dei due conventi del Beatissimo S. Vincenzo e del Santissimo Benedetto di visitarsi reciprocamente e frequentemente per affetto e carità.
Un giorno dunque alcuni frati del monastero di Cassino erano andati, come di consueto, al predetto cenobio e parlavano tra di loro dei propri ordini, quando all’improvviso quel Saugdan spietatissimo sopraggiunse con il suo seguito. I monaci che erano giunti ad un castello prossimo al monastero, sentito il rumore dei suoi (di Saudgan) uomini affrettato il cammino, forse un pò troppo spaventati, riuscirono tuttavia a fuggire. Appena la notizia fu udita sul monastero dai frati servi di Dio, subito essi nascosero tutto il tesoro della chiesa.
Essi, poi, non atterriti da alcun timore, ma pieni di costanza e di coraggio, esortandosi vicendevolmente, lasciati soltanto alcuni frati più anziani e venerabili per santità di vita a difesa della chiesa, tutti gli altri con i servi si avviarono incontro a quei pagani che venivano.
Arrivarono contemporaneamente in un luogo presso il ponte che si chiama Marmoreo, prendendo la strada con cui potevano giungere al monastero. Riunitisi dunque quei monaci, giunti gli uni da una parte e gli altri dall’altra, cominciarono a combattere assai validamente, mentre i nemici dalla parte contraria erano quasi battuti.
Infatti non era facile per essi passare attraverso i monaci. I quali con le pietre e con qualsiasi altra arma capitata tra le mani, ricacciavano lontano i tiranni nemici; mentre la selva densa e le rupi scoscese aumentavano gli sforzi dei nostri.
Alcuni dei servi del sacro monastero, vedendosi costretti ad una terribile fatica e dato che, con l’aiuto della grazia Divina, i nemici non riuscivano a passare in nessun modo e sempre di più la schiera degli infedeli era indebolita, abbandonando i monaci loro padroni, di nascosto si allontanarono e lasciatili soli in piena battaglia, si presentarono al capo dei Saraceni e chiedendogli la libertà e la salvezza, dichiararono di essere in grado di offrire loro la possibilità di un grande guadagno e di una importante vittoria.
Subito egli, lieto, allettando gli animi dei servi con doni d’oro e con lusinghe maledette, li spinge a mantenere la promessa. Ricevuta dunque la garanzia (di libertà) e fatto il patto, divenuti triste gente di tristi genti, all’insaputa dei loro padroni, cambiata la strada, una grandissima parte di quelli che combattevano, immantinente fece irruzione improvvisamente contro il sacro monastero e circondandolo da ogni parte lo incendiarono e uccisero a colpi di spada i santi vecchi che trovarono lì.
Rimane ancora il sangue dei santi monaci, sangue sparso per Cristo, che ancora oggi conferma con evidenza la leggenda e ne sono macchiate ed asperse le pietre delle pareti e del pavimento della chiesa e i sassi. E subito dopo le fiamme del fuoco fecero rosseggiare perfino le alte stelle. E gli altri monaci che, dedicatisi ad una lunga battaglia, avevano sudato per l’intera giornata in un combattimento leale, quando videro (il fuoco), capirono di essere stati traditi e subito attaccati alle spalle dalla schiera di quelli che tornavano dal monastero. Mentre tentano di resistere a questi, rivoltisi verso di loro, nel mezzo delle schiere furono attaccati ed una violenta battaglia si riaccese contro i monaci.
Ma, inseguendoli quelli velocemente da una parte ed attaccandoli dall’altra, essi cercano di raggiungere un luogo pianeggiante alquanto spazioso”.

Il Planctus in memoria dei novecento monaci decapitati (ed. Baralli/Bannister/Bayssac)
Il cronista vulturnense riprendendo, come abbiamo visto, anche da Erchemperto, accenna alle distruzioni di altre città, alcune delle quali nell’attuale Molise: … Beneventi confinia funditus delevit, ita ut nullus locus preter urbes precipuas eius feritatem evaderet. quibus diebus Telesiam, Aliphas, Sepinum, Bovianum et Hiserniam, castrum quoque Benafranum cepit, funditusque delevit…

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