S. Maria della Strada a Matrice. La morte di Assalonne.

 

S. Maria della Strada a Matrice. La morte di Assalonne.

 

Ottava puntata

Le puntate precedenti sono in http://www.francovalente.it/?p=1180

Franco Valente

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Ho accennato fin dall’inizio ai problemi che Evelina Jamison ha determinato quando, affermando con sicurezza che la storia della Chiesa di S. Maria della Strada aveva un riferimento certo nell’anno 1148 quando la basilica fu consacrata, costruì una serie di interpretazioni legando il significato della sculture alla leggenda di Fioravante e alle Chansons de geste.
Francesco Gandolfo, per dimostrare l’erronea interpretazione della Jamison, è partito dalla lettura della lunetta che si trova nell’arcatella cieca a sinistra dello pseudoprotiro in facciata ed ha affermato che si trattava dell’uccisione di Assalonne e non già dell’episodio di Fioravante che uccide un saraceno, come sostenne la studiosa inglese.
E’ mia impressione che questa intuizione del Gandolfo possa considerarsi la chiave di lettura di tutto o, comunque, è la conferma che ci si trovi di fronte ad un programma iconologico che nella sua complessità teologica è in fin dei conti piuttosto semplice.

Tuttavia l’episodio di Assalonne non va considerato per il fatto in sé come racconto di una storia, ma per ciò che significano, in un contesto molto più ampio, alcuni episodi legati alla storia di Assalonne particolarmente significativi come l’uccisione di suo fratello Amnon.
Altrimenti sarebbe poco comprensibile il significato della lunetta di destra perché a prima vista non racconta alcun episodio.
Anzi proprio l’assenza di un racconto particolare deve indurci a considerare il suo contesto specifico e valutare come possa inserirsi nel contesto più generale.
Per arrivare ad una conclusione logica dovremo partire da un particolare apparentemente insignificante posto in tutt’altra parte della basilica.

 

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A lato della lunetta del portale laterale, quello del volo di Alessandro Magno, vi è una mensola che porta l’immagine di un uomo, vestito di una tunichetta e ritratto di profilo mentre regge con la mano destra il manico di una zappa che tiene appoggiata sulla spalla e con la mano sinistra una roncola. Sta camminando e alla sua vita una cinghia si allunga dietro come se egli stesse tirando un oggetto pesante.
Credo che non debbano esservi dubbi nell’identificare in quella figura il personaggio di Adamo che, cacciato dal Paradiso terrestre, è costretto a lavorare la terra tirando forse un aratro.

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Caino tira l’aratro in S. Zeno di Verona (www.thais.it/scultura/romanica5.htm)

Tanto, in parte, sostiene Gandolfo prendendo come riferimento la scena di Caino che tira l’aratro guidato da Adamo nelle formelle del XII secolo nelle porte di bronzo di S. Zeno a Verona.

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L’immagine sembra costituire la premessa alla successiva rappresentazione della lunetta del portale destro in facciata dove la condizione umana è rappresentata in maniera più ampia e i due personaggi che vi appaiono si trovano in un contesto che nella sostanza rappresenta il lavoro organizzato nella natura.

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La scena è ambientata in un luogo circondato da un fiume, molto simile a quello che contorna la Gerusalemme che è rappresentata nel timpano centrale. In questo caso, però, il riferimento non è la Gerusalemme ma la terra in generale. Le anse del fiume sono 18 e al disopra delle sue sorgenti, simmetricamente posizionate alla base dell’arco che le contiene, nascono due grandi alberi radicati su un piccolo monte.
Le figure centrali sono disposte su due registri. In quello basso sono posti due cervi specularmente simmetrici rispetto ad un uomo vestito di una tunichetta che sta suonando un corno. Le tre immagini sono contenute in altrettanti tondi perfettamente circolari ognuno dei quali è definito da un laccio che si annoda a quello vicino con i capi che si concludono in forma di spirale.
Nel registro superiore un uomo, anch’esso vestito di una tunichetta, tiene nella mani il manico di un bidente sollevato in alto e sta dietro un cavallo bardato con una sella munita di staffe.
Pur se la presenza di un fiume e dei cervi potrebbe far pensare ad un riferimento all’episodio biblico della cerva che si abbevera alla fonte di Dio, in realtà complessivamente le figure rappresentate sui due registri sembrano essere un quadro generale della condizione della vita quotidiana. Una sorta di calma apparente cui fa letteralmente da contorno, al di sopra (e quindi al di là) del fiume, la presenza di scene simboleggianti la violenza mortale.

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Infatti, sull’archivolto, nella parte bassa di destra appaiono in sequenza quattro piccoli tondi con altrettante figure. Nel primo un personaggio con la spada appesa sul fianco sinistro cammina mantenendo una lancia con la mano destra.
Nel secondo un leone abbranca un animale. Nel terzo un’aquila sembra stia ingoiando un serpente. Nel quarto un altro uomo con tunichetta cammina mantenendo un arco pronto per caricarlo con una freccia.
La lunetta, dunque, va osservata come una vasta scena ritratta a volo di uccello con un tentativo di rendere una sorta di veduta assonometrica in cui si vede in primo piano la foresta con i grandi alberi, il cacciatore suonatore di corno ed i due cervi. Subito dietro è rappresentato un momento di vita campestre con il cavallo bardato e il contadino che zappa la terra. Sullo sfondo, a chiudere il paesaggio, il grande fiume da cui si dipartono lingue di terra verdeggianti.
In lontananza, al di là del fiume, il pericolo mortale dei soldati armati e degli animali carnivori: il leone e l’aquila.

E’ significativo, per confermare l’ipotesi che si tratti di una visione generale, proprio l’ampio rilievo che viene dato alla fascia fluviale che non si presenta come un motivo ornamentale al limite di un racconto, ma come elemento che fa parte della rappresentazione e particolarmente significativo per illustrare il valore della scena rappresentata.
Se così non fosse, il lapicida o chi programmò le rappresentazioni delle due lunette della facciata avrebbe usato analogo criterio ornamentale nella lunetta di sinistra. Invece a sinistra il racconto è di tutt’altro tipo e tutto si risolve senza elementi ornamentali di contorno se non quelli dell’archivolto, esterno alla scena.

Però non si può escludere che questa rappresentazione possa essere messa in relazione con quanto viene raccontato nella lunetta di sinistra nella quale si racconta dell’uccisione di Assalonne.
Samuele, infatti, racconta che, dopo l’uccisione di Assalonne, Gioab abbia fatto suonare il corno nella valle dei re. I suoi soldati presero il corpo di Assalonne e lo gettarono in una grande fossa scavata nella foresta ricoprendolo poi di un mucchio di pietre.

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In tal caso il personaggio con il bidente alluderebbe allo scavo della grande fossa dove giunge il cavallo di Assalonne ormai privo del cavaliere in continuazione di quanto viene narrato nella scena dell’altra lunetta.
Ugualmente in un altro episodio biblico legato alla storia di Assalonne vi è il richiamo al suonatore di corno. Si tratta del momento della sua ribellione al padre Davide quando inviò suoi emissari in tutte le tribù di Israele per ordinare: “Appena sentirete il suono del corno, gridate: Assalonne è re in Ebron!” (Samuele II, 15,10)
Questa circostanza potrebbe essere utile per ritenere che la rappresentazione della lunetta di destra sia la premessa di quello che verrà descritto nell’altra di destra, perché la rivolta di Assalonne porterà re Davide ad organizzare il proprio esercito affidandolo a Gioab con l’ordine prendere prigioniero il proprio figlio. Un ordine che verrà poi trasgredito perché Gioab ucciderà Assalonne, come vedremo appresso.

Orbene, se è difficoltoso capire cosa voglia dire la lunetta destra, altrettanto non è in quella di sinistra. Assolutamente convincente è l’interpretazione di Gandolfo dell’uccisione di Assalonne, figlio di re Davide, per mano di Gioab.
In tutto Israele non vi era nessuno bello ed avvenente come Assalonne: dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo non c’era in lui difetto alcuno. Quando si tagliava la capigliatura, cosa che faceva ogni anno, perché gli dava incomodo, la sua capigliatura pesava duecento sicli di re. (Samuele II, 14,25-26)
La scena va interpretata come momento conclusivo di un’azione che comprende al suo interno, accavallati tra loro, gli elementi diacronici di una storia più complessa.

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A sinistra il personaggio sul cavallo bardato è Gioab che, munito di un elmo ed armato di uno scudo, sta infilzando con la lancia un personaggio che non è in grado di difendersi.
Si tratta di Assalonne che, inseguito, è rimasto vittima dei suoi lunghi capelli impigliati nel ramo di un terebinto (l’albero dei pistacchi) rimanendovi appeso. Più avanti il cavallo bardato dal quale Assalonne è stato disarcionato prosegue il suo cammino. Sullo sfondo del cavallo disarcionato appaiono due busti i cui abbigliamenti permettono di affermare si tratti di nuovo di Gioab e di Assalonne. Infatti il primo è rappresentato con il medesimo elmo di Gioab ed il secondo con la stessa capigliatura di Assalonne con i lunghi capelli divisi da una riga centrale e annodati a formare due code.

L’esercito uscì per la campagna contro Israele. La battaglia ebbe luogo nella foresta di Efraim.

Là il popolo d’Israele fu sconfitto dalla gente di Davide; la strage fu grande: in quel giorno caddero ventimila uomini. La battaglia si estese a tutta la contrada e la foresta divorò in quel giorno assai più gente di quella che non avesse divorato la spada.
Assalonne s’imbatté nella gente di Davide. Assalonne cavalcava il suo mulo; il suo mulo entrò sotto i rami intrecciati di un grande terebinto e la testa di Assalonne s’impigliò nel terebinto, in modo che egli rimase sospeso fra il cielo e la terra; mentre il mulo, che era sotto di lui, passava oltre.

Un uomo vide questo e andò a riferirlo a Gioab, dicendo: «Ho visto Assalonne appeso a un terebinto». Gioab rispose all’uomo che gli dava la notizia: «Come! tu lo hai visto? Perché non l’hai, sul posto, steso morto al suolo? Io non avrei rifiutato di darti dieci sicli d’argento e una cintura». Ma quell’uomo disse a Gioab: «Anche se mi fossero messi in mano mille sicli d’argento, io non metterei le mani addosso al figlio del re; perché noi abbiamo udito l’ordine che il re ha dato a te, ad Abisai e a Ittai dicendo: “Badate che nessuno tocchi il giovane Assalonne!” Se avessi perfidamente attentato alla sua vita, siccome nulla rimane nascosto al re, tu stesso saresti stato contro di me».


Allora Gioab disse: «Io non voglio perdere il tempo con te in questo modo». Prese in mano tre giavellotti e li conficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo in mezzo al terebinto. Poi dieci giovani scudieri di Gioab circondarono Assalonne e con i loro colpi lo finirono.

Allora Gioab fece suonare il corno, e il popolo fece ritorno smettendo d’inseguire Israele, perché Gioab glielo impedì.
Poi presero Assalonne, lo gettarono in una grande fossa nella foresta e innalzarono sopra di lui un mucchio grandissimo di pietre; e tutto Israele fuggì, ciascuno nella sua tenda.
Assalonne, mentre era in vita, si era eretto il monumento che è nella valle del re; perché diceva: «Io non ho un figlio che conservi il ricordo del mio nome»; perciò diede il suo nome a quel monumento, che anche oggi si chiama monumento di Assalonne.

Ma se è semplice l’identificazione della scena dell’uccisione di Assalonne, più complicata è la comprensione dei significati dei due busti di Gioab e di Assalonne e della figura enigmatica che appare in primo piano sulla destra.
Gandolfo ritiene di poterne dare una spiegazione anche se l’articolazione del ragionamento è troppo complicata per essere facilmente recepibile.

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Assalonne dai lunghi capelli e re Davide

Sarebbe un riferimento sintetico ai rapporti conflittuali tra Assalonne e suo padre re Davide. Assalonne aveva ucciso il suo fratellastro Amnon che aveva violentato la loro sorella Tamar. Gioab riporta Assalonne a casa del padre Davide che impone al figlio di non guardare la sua faccia. Così si giustifica la presenza del personaggio a mezzo busto posto in primo piano nella parte bassa della lunetta in maniera da dare l’impressione di volgere le spalle ai personaggi nella scena che in tal caso rappresenterebbe Davide che tiene in mano un oggetto che Gandolfo identifica in una sorta di scettro ma che a me sembra una rozza rappresentazione di uno strumento musicale in cui vi è l’accenno a corde oblique. Si tratterebbe di una cetra che è uno dei consueti attributi di Davide.

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Commenti

4 risposte a “S. Maria della Strada a Matrice. La morte di Assalonne.”

  1. Avatar Giovanni Barco
    Giovanni Barco

    Salve architetto,
    mi chiamo Giovanni Barco, sono un laureando in archeologia medievale di Roma. Ho conosciuto lei e la sua attività questa estate presso il sito di San Vincenzo dove per altro ho potuto constatare i danni perpetrati al complesso monastico. Colgo l’occasione per farle i complimenti per la tenacia e la costanza con cui resiste a questo sfacelo programmato.
    Ma vengo ora al punto: non posso essere completamente d’accordo con l’interpretazione del bassorilievo di Adamo. Non credo di scorgere alcuna roncola nella mano sinistra dell’uomo ivi rappresentato: mi sembra più che altro una scure il cui manico è ciò che lei (sempre a mio avviso)ha intuito come cinghia per trainare un carro. Inoltre come anche nella porta di san Zeno, chi traina il carro ha comunque una sorta di ‘giogo’ (assai noto alla cultura medievale) che il lapicida non si sarebbe dimenticato di rappresentare. Credo sia più giusto interpretare la figura rappresentata come intagliatore di pietre o taglialegna.
    Comunque trovo interessante la lettura del ‘ciclo scultoreo’ nel suo complesso e mi dica soprattutto se le sembra poco idonea questa lettura che le ho proposto.
    Con i migliori auguri, Giovanni Barco.

  2. Gentilissimo Giovanni,
    nella lettura dell’immagine mi sono rifatto, come ho annotato nel testo, all’interpretazione di Gandolfo.
    Certamente si potrà discutere a lungo su cosa rappresenti l’attrezzo che il personaggio ha in mano. Tra roncola e piccola accetta la differenza non sarebbe tanta. Potrebbe essere anche un martello di lapicida, ma allora con Adamo avrebbe poco a che vedere.
    Comunque è importante che della questione si dibatta.
    Ti ringrazio per l’attenzione sperando che il mio sito serva almeno a sollecitare un interesse ad approfondire questioni abbastanza complicate ma comunque piacevoli.
    Se fai qualche studio sul Molise fammelo sapere così ne parlo.
    In bocca al lupo….
    F.V.

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