Alcuni frammenti angioini di uno scomparso pulpito di Scapoli
Franco Valente
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)
Quando Roberto d’Angiò, figlio di Carlo lo Zoppo, prendeva le redini del regno, pur ereditando una situazione economica sicuramente non florida e avendo tuttavia ormai il controllo della situazione politica, avviò un processo di stabilizzazione che aveva immaginato quando suo padre era ancora in vita. Per fare questo sapeva di aver bisogno di altre risorse economiche, di dover contare su un esercito efficiente e di dover completare la sistemazione dell’apparato castellano per tutto il Regno.
Aveva contro una situazione di una certa gravità a causa di un progressivo spopolamento delle campagne con i conseguenti danni per l’agricoltura prodotti da un accentuarsi delle individualità baronali che non garantivano l’attuazione di organiche politiche, determinando un disordine nella esazione dei tributi ed una insicurezza dei traffici sulle grandi distanze.
Una certa tranquillità, comunque, gli era derivata dalla morte di Errico VII per una improvvisa febbre proprio quando, il 24 agosto del 1313, dalla Toscana, passando per Buonalbergo, stava scendendo in armi per attaccare il Regno. Ciò gli aveva anche consentito, con il sostegno della Chiesa, di riprendere le manovre per riconquistare la Sicilia.
Non sono da sottovalutare in questo contesto i buoni rapporti con l’Ordine Benedettino. Un segnale significativo si ritrova nelle terre di S. Vincenzo al Volturno dove era abate Nicola di Frattura che fu celebre non solo per aver emanato una vera e propria costituzione per il clero e per i laici dell’abbazia nonché un originale commento alla Regola di S. Benedetto, ma anche e soprattutto per la sua fuga a Bologna per non avere nulla a che fare con Celestino V, di cui fu apertamente avversario.
A Pizzone una lapide (che dopo varie peripezie é ora all’interno della chiesa di S. Nicola) ci assicura che nel 1318 l’abate Nicola ne avesse disposto un radicale rifacimento mentre era re Roberto:
ANNO DOMINI 1318, REGNANTE D.NO NOSTRO REGE RUBERTO . REGNVS EIVS NONO, INDICTIONE I, DOMINANTE IN MONASTERIO S. VINCENTII. ABBATE NICOLAO. PER MAGISTRVM MARTINVM DE ROCCA.
Analogo riconoscimento si ritrova a Scapoli su una epigrafe ora posta su un portale laterale e di cui non sappiamo l’originaria collocazione: A. MCCCXXVI III IX PO IOHIS PP XXII ANO X + REGNORVM DNI REGIS ROBERTI A XVII + REGIMINIS NICLI – D FRACTVRA ABBIS SCL VINC DECRETORVM DOCTORIS A XIX FVIT K PORTA MANVS MARCELLI D’AQVILA FACTA IVRE SOPNI ANIBE DE CASTELLO ARCHIPRESBITERI SCAPVLORVM –ANNO II …
Così sappiamo che esso fu voluto da un certo Annibale da Castello che lo fece scolpire da Marcello di Aquila quando Roberto d’Angiò era re e Giovanni XXII era papa. Dall’epigrafe abbiamo pure conferma che nel 1326 Nicola di Frattura era ancora abate di S. Vincenzo al Volturno (da cui dipendeva la parrocchia di Scapoli).
Nello spazio di tempo che intercorre tra le due epigrafi re Roberto d’Angiò si era predisposto, nell’agosto del 1320, a riorganizzare le forze con la chiamata alle armi di tutti i suoi baroni. Le imposizioni fiscali aumentarono di circa un quarto e ulteriori sussidi straordinari furono chiesti alle università. Nel 1324 Roberto d’Angiò affidava a Filippo di Villacublana (che peraltro era stato castellano di Venafro) e Tommaso Dragone l’incarico di reclutare 400 balestrieri in Terra di Lavoro.
Quindi anche la Valle del Volturno venne interessata da grandi operazioni militari che ebbero anche riflessi economici sulla popolazione. Ciò non impedì a Nicola di Frattura di portare a compimento il suo mandato abbaziale con un’opera particolare nella chiesa di S. Giorgio.
Certamente la particolare collocazione dell’epigrafe e la circostanza che una parte del testo non sia leggibile per essere nascosto dagli stipiti sui quali il blocco lapideo si appoggia, rivelano con assoluta chiarezza che quella pietra provenga da un altro luogo o che, comunque, abbia avuto una diversa funzione architettonica.
Non si capisce cosa abbia voluto ricordare Annibale da Castello. Certamente l’epigrafe non può riferirsi semplicemente all’autore di un architrave, peraltro abbastanza banale e certamente privo di particolari pregi artistici. Sembra piuttosto che quell’architrave facesse parte di un qualcosa di più complesso. Potrebbe trattarsi della chiesa in generale, ma anche di un elemento della chiesa come un pulpito o un ambone.
Su questa pietra che ora svolge la funzione di architrave, insieme all’epigrafe che ho riportato vi sono tre medaglioni circolari dei quali sembrerebbe semplice individuare i significati.

Al centro un agnello crucifero, con la testa circondata da un’aureola, non ammette dubbi trattandosi dell’Agnello di Dio che ricorda la profezia di Giovanni il Battista al momento del battesimo di Cristo.

Certamente rappresenta Giovanni il Battista l’immagine inserita nel tondo di sinistra dove si vede la testa di un personaggio dalla barba irsuta inserita in un’aureola che, puntando il dito, sembra stia indicando l’Agnello centrale.

Più complessa l’individuazione dell’immagine che appare nel medaglione di destra dove si vede un leone con aureola che sta afferrando un drago con le zampe.
Se l’immagine viene messa in connessione con quelle degli altri due tondi, potrebbe far pensare che si tratti di una rappresentazione dell’evangelista Marco che, nel descrivere l’attività di Giovanni Battista, paragona la sua predicazione nel deserto al ruggito di un leone.
Però l’immagine di S. Marco è sempre associata ad un leone alato. In questo caso l’assenza delle ali e, soprattutto, la presenza del drago, farebbe propendere per una diversa interpretazione. Potrebbe trattarsi di una rappresentazione simbolica di S. Giorgio che uccide il drago e ciò bene si adatterebbe alla intitolazione della chiesa.
Delle origini della chiesa di S. Giorgio a Scapoli non sappiamo nulla. Il Masciotta, attento osservatore e raccoglitore anche di tradizioni orali in assenza di documentazioni archivistiche o epigrafiche, sostiene: Di antichissima costruzione, nel secolo XVII venne ampliata a tre navi (…) Nel 1900 essa venne rafforzata e restaurata ad iniziativa dell’arciprete, e col concorso della Congregazione di Carità, del Fondo Culto, e dei cittadini emigrati nella Americhe.
Della trasformazione seicentesca ricordata dal Masciotta senza che venisse citata la fonte, oggi abbiamo conferma da una pietra ricomparsa e che ricorda l’anno dei lavori con le iniziali del parroco (che potrebbe essere Francesco Caccia) che ne avrebbe disposto i lavori: A. D. 1685 F.o C.A .
Ma insieme alla pietra che ricorda le trasformazioni seicentesche sono venuti due frammenti sicuramente più antichi. Uno dei due è quanto rimane di un arco trilobato alla gotica che sembra appartenesse ad un pulpito.
Il bue alato con la testa contornata da un’aureola e il libro che mantiene tra le zampe anteriori non presentano difficoltà per l’interpretazione. E’ l’immagine di uno dei quattro personaggi del Tetramorfo apocalittico che nella tradizione cristiana si identifica nella figura dell’evangelista Luca.
Sarebbe troppo poco per capire quale fosse la forma complessiva di questo elemento importante della precedente chiesa di S. Giorgio se non ci aiutasse una scoperta fatta da Angelo Pantoni, il primo archeologo di S. Vincenzo al Volturno, che in occasione della ricostruzione della basilica di S. Vincenzo Nuovo scoprì i pezzi di un altro pulpito che molto probabilmente era molto simile a quello di Scapoli.
Di quella scoperta fece una sintesi nel suo noto volume Le chiese e gli edifici di S. Vincenzo al Volturno (Montecassino 1980) avanzando l’ipotesi che si trattasse di un’opera del tardo Trecento.
Per quanto ne so, i frammenti rimontati nella basilica ricostruita furono trafugati e non più ritrovati, ma le immagini pubblicate da Pantoni sono sufficienti per farci capire alcuni particolari.
La lastra frontale, più lunga, presentava nella parte centrale un arco trilobato con due medaglioni ai lati. Su uno l’immagine dell’Angelo, identificabile nell’evangelista Matteo, e sull’altro l’aquila con l’aureola che regge il vangelo, corrispondente all’evangelista Giovanni.
Un altro frammento doveva appartenere al lato corto e vi era rappresentato un medaglione con il leone con aureola di S. Marco. Un frammento permetteva di capire che anche il lato corto avesse al centro una arco trilobato.
Nessun altro elemento si è trovato per capire come fosse il parapetto superiore e come fossero posizionate le colonne della base.
Don Angelo Pantoni, pur ritenendo che quell’opera fosse direttamente influenzata da un analogo (sebbene più pregevole) monumento napoletano di scuola senese del 1325, pone nel Trecento inoltrato la data di realizzazione dell’opera senza dare una plausibile giustificazione.
Credo, invece, che l’architrave di cui ho parlato sia un buon suggerimento per collocare l’opera in un’epoca anteriore al 17 agosto 1333 (data della morte dell’abate Nicola di Frattura) e presumibilmente proprio al 1326, immaginando che l’autore dell’opera sia stato quel Marcello di Aquila citato e che Annibale da Castello abbia partecipato alle spese.
Certamente non aiutano a capire due frammenti di una epigrafe, comunque medioevali, che sono stati murati (uno capovolto) nel muro di sostegno della chiesa di S. Giorgio: AD LAVD(em) e ..MOMN…
Forse se si avesse il coraggio di eliminare l’intonaco (peraltro moderno) anche nella parte laterale della chiesa (insieme all’inglorioso tubo del gas che oggi la caratterizza), potrebbero trovarsi altri elementi per dare soluzione ai tanti interrogativi che rimangono senza risposta.












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