Il Tetramorfo nella facciata della Cattedrale di Larino
Franco Valente
Leonardo Bellotti nel 1990 pubblicò un bel saggio sulla cattedrale di Larino nel quale riassumeva tutti le sue considerazioni sui rapporti armonici che aveva ricavato da una attenta analisi del monumento. Tra l’altro riportava una mia breve citazione estratta da un articolo che avevo scritto qualche tempo prima (Il mondo simbolico della cattedrale di Larino, Istituto Molisano di Studi e Ricerche,1984): “Soltanto a Larino, quegli elementi architettonici che in altre circostanze erano stati raggruppati senza una precisa idea compositiva assumono un ruolo ben preciso, nell’ambito di una composizione ritmata su un modello predeterminato”.
A distanza di un quarto di secolo la mia convinzione si è rafforzata e ancora di più appare utile evidenziare che ogni singolo particolare che costituisce l’apparato decorativo della cattedrale fa parte di un programma organico la cui interpretazione si lega direttamente ai significati simbolici riconducibili in maniera evidente alle interpretazioni apocalittiche di Giovanni l’Evangelista.
Un chiaro esempio è rappresentato da quella parte della facciata che inquadra il grande rosone centrale.
A parte la funzionalità pratica di portare la luce all’interno, il rosone, il cui termine tecnico è oculus, nel suo significato simbolico è l’occhio di Dio ma è anche la luce dinamica che squarcia le tenebre, appunto secondo la visione giovannea: “Dio è Luce e in Lui non vi furono le tenebre”.
Va da sé che un edificio religioso sia la soluzione tecnica a problematiche teologiche.
Una basilica risponde in maniera coerente alla esigenza di trasformare in elementi fisici facilmente comprensibili concetti religiosi altrimenti complessi.
La luce è uno degli elementi naturali che serve a dare senso alla potenza di Dio. Alla luce si attribuisce quel significato dinamico proprio attraverso la visione giovannea che permette di associare gli elementi fisici di un edificio alle considerazioni teologiche.
Ma l’oculus nella concezione iconodula, sostanzialmente antiplatonica, è l’elemento di filtro tra la verità assoluta e la verità rivelata.
Sulla questione è utile richiamare Giovanni Damasceno che risolse, in contrasto con le attività iconoclaste di Leone III Isaurico, la problematica della legittimità delle rappresentazioni divine affermando il principio che la verità è dentro di noi e che, attraverso la lettura della Sacre Scritture, le immagini si proiettino verso l’esterno sui supporti fisici attraverso gli occhi. Il pittore, in pratica, ha solo il compito di dare fisicità alle proiezioni che vengono da dentro.
Il rosone, dunque, è l’occasione pratica per esaltare la natura divina della luce quale anticipazione dell’Apocalisse finale.
Ma ogni rosone, poi, ha una storia a sé per la caratterizzazione dei suoi elementi costituenti.
Nel Molise ne abbiamo alcuni di particolare valore come quelli di Venafro a S. Nicandro e, soprattutto, di Matrice a S. Maria della Strada, ma quello della cattedrale di Larino è tra i più elaborati.
Nella tradizione cristiana, che evidentemente attinge anche alle esperienze precedenti, le numerazioni hanno un valore sostanziale che è tale se è facilmente interpretabile.
L’area del rosone di Larino, lasciando da parte il contesto generale, rappresenta a sua volta un contesto autonomo che trova diretta rispondenza nelle interpretazioni che i padri della chiesa hanno fatto dei testi biblici di Ezechiele e, soprattutto, di Giovanni l’Evangelista nella sua Apocalisse.
Ezechiele (1,5 – 1,10) nel riferire di una sua visione aveva descritto il Tetramorfo. Quattro esseri che presentavano sembianze umane ma ciascuno aveva quattro aspetti e quattro ali. Le loro gambe erano diritte ed i piedi, simili agli zoccoli di un bue, lucenti come bronzo fuso. Di sotto le ali, ai quattro lati, apparivano mani di uomo. Muovendosi non si voltavano indietro, ma ciascuno procedeva davanti a sé. Davanti il loro aspetto era di uomo, a destra di leone, a sinistra di bue e di aquila per tutti e quattro.
Questa visione ritorna della descrizione di Giovanni.
Ireneo nel II secolo, poi ripreso da Gerolamo, pose particolare attenzione a queste descrizioni ricavando una serie di considerazioni che sono poi diventate il fondamento della simbologia cristiana e punto di forza del complesso e variegato panorama delle figurazioni che appaiono nelle strutture architettoniche destinate ad attività religiose.
Esempio significativo è lo straordinario successo che ebbero le sue interpretazioni del tetramorfo che si trasformarono in modelli descrittivi delle rappresentazioni grafiche e scultoree.
Per essi i quattro Viventi del Tetramorfo sono la sintesi dei contenuti peculiari dei singoli vangeli e rivelano, ognuno, un aspetto del Cristo.
Il vangelo di Matteo, trattando della umanità di Cristo corrisponde all’immagine del giovane e quindi rappresenta l’incarnazione di Dio.
Quello di Marco iniziando con la descrizione di Giovanni come colui che grida nel deserto si associa al leone per esaltare di Cristo la capacità di battere il male.
Il vangelo di Luca richiama il sacrificio di Zaccaria e perciò viene associato alla rappresentazione del bue destinato al sacrificio.
L’ultimo di Giovanni rappresenta la forza che trascina verso l’alto e trova come riferimento l’immagine dell’aquila.
Anche nella cattedrale di Larino il Tetramorfo costituisce l’elemento caratteristico che sostiene l’immagine centrale dell’agnello che è la rappresentazione del Cristo apocalittico che regge la croce e che, nel caso specifico, come abbiamo visto, si pone graficamente al vertice di un triangolo equilatero che ha come base la larghezza della facciata della basilica.
Dell’Agnello si riferisce nell’apocalisse di S. Giovanni Evangelista ed è l’emblema più noto di Cristo sacrificato, anche se, in generale, è l’espressione del sacrificio umano. Il riferimento all’agnello sacrificale è diffusissimo nell’Antico testamento e nell’arte ebraica l’agnello rappresenta il popolo che nel sacrificio vede uno dei momenti che portano alla sua salvezza.
Nell’iconografia cristiana l’agnello è consueto fin dai primi secoli e si trova ripetutamente in rappresentazioni funerarie. Con la croce lo vediamo diffuso nell’arte bizantina di Ravenna ed è nota la croce gemmata di Giustino II (565-578) conservata nel Tesoro di S. Pietro dove l’agnello sostituisce esplicitamente il Cristo sulla croce.
E’ famosa l’espressione di Paolino da Nola che utilizzò l’immagine dell’agnello sacrificale in una delle sue epistole: “Cristo, Agnello e pastore, che ci guida nell’Eterno, che ci ha trasformato da lupi in agnelli, che ora si fa pastore per proteggere il suo gregge, per il quale egli stesso si è fatto agnello per essere sacrificato”.










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