La carrese di S. Martino in Pensilis
Franco Valente
Credo che molti, non avendo mai assistito alla carrese di S. Martino in Pensilis, si siano chiesti per quale motivo si faccia una corsa di carri trainati da buoi, considerati animali mansueti e poco agili, e non piuttosto tirati da cavalli.
Ma, quando sei in mezzo alla corsa e vedi cosa sia veramente, si sviluppano quelle suggestioni che appartengono a chi è allenato a scavare nella storia del proprio popolo.
Così si arriva alla conclusione che la carrese non sarebbe tale se i protagonisti non fossero i buoi. Tutto il resto diventa un accidente. Un accidente che, però, non è sostituibile.
Ma per capire la carrese non basta vederla una sola volta perché la scena è talmente dilatata che solo chi vi ha partecipato più volte è in grado di operare una sintesi. Una cosa è certa: per colui che vi assiste venendo da fuori, è assolutamente irrilevante chi sia il vincitore.
Oggi, rispetto al passato, la carrese è cambiata. Anch’essa è condizionata dai nuovi tempi. I carri si sono ridotti a tre e probabilmente in futuro saranno solo due.
Si sa che una volta si sarebbero visti in corsa anche dieci carri, trainati peraltro anche da 5 coppie di buoi. Ma di questo, con puntuale attenzione, hanno parlato altri.
A me piace seguire la suggestione delle immagini. E se ce ne è una che abbia la capacità di sintetizzare il senso della tradizione pagana e nello stesso tempo quello della cristianità, certamente l’iconografia del bue sembra essere la più giusta.
Sono certo che la soluzione alla ricerca dei significati non si trova neppure a S. Martino, anche se qui la leggenda è realtà .
Nel Molise, probabilmente proprio per la povertà di espressioni artistiche eclatanti e forse più che in altre parti, l’immagine del bue è stata talmente importante da determinare anche una storia fantastica. Quella del re Bove.
Un personaggio singolare che la cultura popolare ha voluto consacrare considerandolo tristo soggetto conscio della sua bestialità.
Re Bove era innamorato di sua sorella e, consapevole della drammaticità di un tale rapporto, sperava di risolvere il suo problema chiedendo la benedizione papale. Il papa per dare la sua liberatoria morale avrebbe posto la condizione che quel re costruisse in una sola notte cento chiese, tutte visibili una dall’altra. Non sappiamo come sia finita la storia, tante sono le versioni, ma pare che re Bove sia stato ammazzato dal Diavolo mentre, costruendo la centesima chiesa, si stava per pentire davanti a Dio. Si dice che quest’ultima fosse la basilica di S. Maria della Strada in agro di Matrice.

S. Maria della Strada a Matrice
Certamente è singolare che il nome del re evochi quello di un bue e non quello di un toro, che sarebbe più congegnale a dare l’idea della potenza sessuale.
E’ noto che il bue è il simbolo per eccellenza dell’animale castrato per essere ridotto alla mansuetudine. Più precisamente è un maschio di età superiore a quattro anni a cui è stata operata una artificiale atrofizzazione dell’apparato genitale.
Ma dell’immagine del bue sacrificale è piena la tradizione pagana e così appare non solo nelle metope delle trabeazioni, ma anche in note rappresentazioni di sacrifici alle divinità. Basta ricordare quella ben conosciuta alla base dei Decennali al Foro Romano dell’epoca di Diocleziano oppure l’altra dell’Ara Pietatis di età claudia, oggi a Villa Medici oppure il pannello in onore di Marco Aurelio.
Questo atroce destino sacrificale sembra essere il motivo per cui nella tradizione cristiana l’immagine del bue assume il significato del Cristo ritratto in tutta la sua potente mansuetudine con le corna sollevate verso l’alto, ma destinato al sacrificio.
Perciò a Larino non si esitò a trasferire al disopra del fornice del campanile alcuni blocchi lapidei che recavano in bel rilievo le teste di buoi incoronati di ricche ghirlande di fiori, anticipazione del futuro sacrificio, certamente provenienti da un sepolcro romano.
E per lo stesso motivo l’immagine del bue appare sulla facciata della chiesa di S. Leonardo a Campobasso, a lato del portale, dove ci si aspetterebbe la figura del Cristo.
Nella tradizione cristiana il bestiario ha un ruolo fondamentale. Nei primi tempi addirittura superiore a quello sintetico della croce.
Ne sono prova tangibile, per esempio, le teste di bue che appaiono nei coronamenti delle absidi della chiesa normanna di S. Giorgio a Petrella Tifernina.
E’ difficile poter spiegare che rapporto vi possa essere tra l’immagine del bue sacrificale e i buoi della carrese. Se si volesse dare credito solo alla tradizione, comunque credibile, della traslazione delle reliquie tutto finirebbe per giustificare il trasporto processionale del corpo di S. Leo con l’esistenza di una realtà contadina in cui il carro ed il bue sono semplicemente il consueto mezzo di trasporto.

Convento di Gesù e Maria a S. Martino in Pensilis
Così come appare in quei brandelli di affresco che ancora si conservano nel chiostro del Convento di Gesù e Maria.
Ma la spettacolarizzazione della corsa induce a ritenere che l’immaginario collettivo sia stato fortemente condizionato da una concezione generale che inconsapevolmente trova le radici proprio nella potenza del simbolo.
La carrese è un’azione simbolica per eccellenza dove gli attori non sono necessariamente consapevoli della sua origine, pur essendone i materiali portatori.
E’ una di quelle azioni che, nel momento in cui assume il carattere della ripetizione quasi liturgica, addirittura regolata da norme che tendono a diventare canoniche, diventa pura forma ed il contenuto è pura suggestione.
Ma proprio questa suggestione ha la capacità di registrare il senso della storia del suo popolo, fuori del tempo e fuori del luogo. La carrese per S. Martino è il luogo immateriale della propria memoria storica. Nel significato globale del termine.



















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