La misteriosa torre di Mennella su Rio Chiaro
Franco Valente

Molti conoscono Rio Chiaro per quel ponte che si trova tra Colli a Volturno e Montaquila e che serve a superare un affluente del Volturno che appare essere poco più di una pietraia.
Quel ponte è noto agli appassionati di archeologia perché fino a pochi anni fa permetteva di vedere la sezione dell’acquedotto romano che si infila nella terra per riapparire a qualche chilometro di distanza, sotto Montaquila.
La vegetazione che vi è nata in questi anni ha chiuso la prospettiva, ma se si vuole visitare il condotto, per la parte che si sviluppava sulla sponda opposta, basta fare alcune centinaia di metri a piedi e si ha la possibilità addirittura di entrarvi per una decina di metri.
Ora, se si continua a camminare lungo il rio per qualche chilometro, si arriva a Cerasuolo passando sotto le cosiddette Coste del Chiaro che costituiscono la sponda destra, meridionale, del rio.

Nella parte più ripida di queste coste rimangono i ruderi di una notevole cinta muraria che gli abitanti del posto e le mappe catastali chiamano “Le Mura”.
La parte più appariscente di queste mura è un edificio quadrangolare che viene definito Torre di Mennella.
Sulle origini di questo nome è assoluto il silenzio dei documenti epigrafici antichi. Non saprei dire se tale è il suo nome originario oppure si chiami così per essere nel territorio di Mennella che è frazione di Filignano.


Mennella è un borgo di formazione non particolarmente antica ed io ritengo, come tutti, che sia nata dall’abbandono dell’antico insediamento che oggi genericamente viene definito “Le Mura”.
Per tentare di sapere qualcosa di più, ovviamente, si deve far ricorso al preziosissimo Chronicon Vulturnense anche se esso non fornisce notizie particolarmente esplicite.
Eppure una serie di documenti, tutti del X secolo, descrivono in maniera puntuale questo territorio che apparteneva inequivocabilmente ai monaci di S. Vincenzo al Volturno, anche se per esso nacquero vertenze tra i conti di Venafro e l’Abate di S. Vincenzo.
Del Treppo analizza le vicende di questa parte della Valle del Volturno e ritiene che quando ai gastaldi di Venafro nel X secolo fu attribuito il titolo di conte, non esitarono ad esercitare alcune usurpazioni a danno dei monaci di S. Vincenzo che però non rimasero inermi e che, dopo una serie di vertenze giudiziarie, si videro riconosciuti i loro diritti.
Queste terre si estendono per un territorio piuttosto vasto, compreso tra l’attuale Filignano, Cerasuolo e Colli a Volturno e che, nella sostanza, costituiscono una valle interna che è solcata proprio dal quel Rio Chiaro che ancora versa nel Volturno ciò che rimane della sua acqua.
Terre che furono elencate già nell’866 nel documento che ora porta il numero 70 del Chronicon Vulturnense e che, sottoscritto a Capua, reca la data dell’11 giugno 866.
Con questo atto Lodovico II concedeva al monastero di S. Vincenzo al Volturno beni nel territorio di Venafro, limitati dal corso dei fiumi Sangro, Melfa e Mellarino, dalle pendici sud-ovest delle Mainardi e dal corso dei fiumi Ravindola e Volturno.
I beni comprendevano non solo fortificazioni, monti, colli, valli, torrioni, chiese, fiumi e pascoli (cum castris, montibus, collibus, vallibus, toronibus, ecclesiis, aquis, pascuis), ma anche i servi, le ancelle e i loro cespiti (cum servis et ancillis, cespitibusque suis).
Abate di S. Vincenzo era Artefuso, che resse l’abbazia dal 23 agosto 856 all’11 ottobre 863, cioè nell’epoca del primo assalto saraceno da parte di Saugdan del califfato di Bari.
Mennella non viene mai menzionata, però c’è un documento del luglio del 962 che sembra riferirsi esattamente all’area che ci interessa.
Leone monaco, a nome di Paolo, abate del monastero di S. Vincenzo al Volturno, in presenza del giudice Friderisi, dà con un contratto a livello (cioè scritto in doppia copia su un foglio piegato: libellum) ai fratelli Audoaldo e Aldo e al prete Domenico di Forcone, le terre del monastero poste ad Olivella, presso il monte Tauro.
Olivella era un’area molto vasta che era stata divisa ed affidata con contratto a vari concessionari. La parte concessa ai predetti Audoaldo, Aldo e Domenico di Forcone sembra coincidere proprio con quel territorio che va da Mennella a Filignano e all’interno della quale doveva essere una chiesa dedicata a S. Eleuterio: “loco ubi dicitur ad ipsa Olivella, propinquo ipso monte Tauri (oggi monte Tuoro di Colli a Volturno), qui habet per fines: de una parte in ipso Claro (Rio Chiaro); de alia parte fine Fundilliano (Filignano vecchia), ubi edificata est ecclesia Sancti Eleutherii, cella nostri monasterii; de III parte in ipsa Causa, de IIII parte fine fluvio Vulturno et cetera superiora”.

Ottone I offre il diploma di concessione a S. Vincenzo assistito dall’abate Paolo e da un monaco
Tra l’altro, nel Chronicon, l’atto che ho richiamato è seguito da una bella miniatura, estremamente significativa, nella quale si vede l’immagine di Ottone I che, in ginocchio, offre un diploma di conferma di una serie di beni fuori del territorio vulturnense a S. Vincenzo in persona che, seduto in trono, è assistito dall’abate Paolo che regge il pastorale e da un monaco.
Il diploma è del 22 agosto 962 e in esso Ottone I, a richiesta dell’abate Paolo, conferma a favore del monastero di S. Vincenzo al Volturno i privilegi di Desiderio, Ludovico II e Lotario, con i possedimenti limitrofi al monastero; con i monasteri di S. Pietro in Trite, di Vairano, in Tontole, di Benevento, e in Vipera; di S. Maria in Musiano, in Arola, in Due Basiliche, in Apinianici; di S. Vincenzo in Tremoiola; in Napoli, in Cuma, di Telese, di Tocco, sul Tusciano e sul Tensa; con la valle di Sora e le celle di S. Colomba; S. Donato in Comino; San Mauro in Anglone; S. Agata di Torcino; S. Salvatore di Alife; S. Martino di Monte Marsico; S. Croce; S. Ilario; S. Sossio in Liburia; S Marco di Pietra Cutiliana; S. Giovanni di Lucera e di Lesina; S. Eleuterio in Fundiliano; S. Giorgio di Salerno; S. Valentino sul Bisentino.

Lo scavo nel 2002

L’area dello scavo come si presenta oggi

Lo scavo archeologico abbandonato
Un contributo alla conferma che il sito di Mennella abbia avuto una storia articolata e complessa è venuto dagli scavi archeologici condotti nel 2002 da Michele Raddi che ha scoperto anche un tesoretto di monete alcune delle quali dell’epoca di Cola di Monforte ad attestare che nel XV secolo qualche soldato si dovette accampare nei pressi della fortificazione nascondendo alcune monete che, per un accidente che non conosciamo, non furono più recuperate.
Lo scavo, effettuato in uno slargo che si trova una decina di metri sotto la torre, ha evidenziato che fin dall’alto medioevo nell’area vi era un complesso articolato di edifici.
Si sa, comunque, di scoperte fortuite degli anni passati che permettono di affermare con sufficiente certezza che il luogo è stato frequentato ed utilizzato fin dall’epoca precedente alla invasione romana del III secolo a.C.. Tempo fa, all’estero, mi fu mostrato un Ercole di bronzo che fotografai dopo aver saputo che era stato trovato proprio nei pressi della Torre quadrata di Mennella.

L’Ercole di Mennella
L’area meriterebbe un’attenzione sistematica da parte degli organi ministeriali evitando la continuazione di scavi episodici che fanno solo danni senza portare alcun beneficio pratico alla conoscenza e alla valorizzazione dei luoghi.
Un intervento di ripulitura superficiale e una serie di lavori di consolidamento generale, prima di fare ulteriori scavi, permetterebbe di recuperare l’intera cinta muraria del nucleo abitato dove l’assenza (almeno apparente) di torri circolari, ricondurrebbe ad un epoca del primo periodo normanno (XI sec.) la strutturazione urbanistica, senza escludere che il primo nucleo apicale della Torre sia collegabile all’epoca dell’incastellamento volturnense, successiva alla distruzione saracenica ordinata dal vescovo napoletano Attanaio II nell’881.
Lo confermerebbe la scoperta al piede della torre di un rinforzo operato alla struttura quadrata mediante la sovrapposizione di un paramento esterno per raddoppiare lo spessore del muro.

Pochi gli elementi per capire come funzionasse l’organizzazione interna della torre che potrebbe essere anche la parte sopravvissuta, il mastio, di un organismo più complesso. Un vero e proprio castello dotato anche di una cisterna di cui rimangono sul versante sud-orientale, per un profondità di qualche metro, i segni del paramento interno ad andamento circolare.

Sicuramente l’interno a più piani aveva impalcati in legno collegati in verticale da una scala molto ripida, anch’essa in legno, parzialmente ammorsata nella muratura

I segni della scala ammorsata nella muratura

La cisterna
Sono tanti gli edifici tutti caratterizzati da ammorsature d’angolo realizzate con pietre squadrate ed aggregate con malta idraulica mentre i setti murari non presentano, per quello che si vede, inserimenti di elementi in cotto ed seguono il solito sistema della muratura a sacco probabilmente intonacata a raso di pietra.

Ciò che sembra presentare un interesse sicuramente straordinario, è la rete di sentieri che si sviluppano dal nucleo antico. Presentano una larghezza che non consentiva certamente di essere praticata da veicoli a ruote non solo perché non supera mai il metro e mezzo, ma anche per la presenza di rozze gradonate nelle parti più ripide.

Si tratta dunque di mulattiere di cui si conserva pressoché intatto tutto il tracciato che, inerpicandosi a mezza costa, raggiunge Filignano Vecchia passando per la chiesa della Madonna del Merzone, sopra Selvone, e per il territorio che conserva il toponimo di “romano” facendo immaginare che in questi luoghi, come abbiamo visto anche per l’area di Isernia (la Romana, anticamente Armannum) prima dell’intervento benedettino potesse esistere una originaria guarnigione di arimanni.

L’elemento particolare è costituito dalla possente muratura sui due lati che, per un’altezza mediamente di poco superiore al metro, è formata da una sovrapposizione a secco di elementi lapidei provenienti dallo spietramento dei terreni e che in alcuni casi raggiunge lo spessore di due metri.

E’ un serpentone che si sviluppa per vari chilometri costituendo una peculiarità nel paesaggio boscoso che ormai si è sostituito ai terreni una volta diffusamente coltivati o comunque tenuti a pascolo.


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