S. Cristoforo di S. Maria delle Grotte a Rocchetta a Volturno

S. Cristoforo di S. Maria delle Grotte a Rocchetta a Volturno

Franco Valente

Approfitto dell’odierna festa di S. Cristoforo per tornare a parlare di una sua raffigurazione che si trova nella chiesa di S. Maria delle Grotte  in agro di Rocchetta a Volturno.

S.Cristoforo

Estratto da Franco Valente, S.Vincenzo al Volturno, architettura ed arte, Montecassino 1995
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Di straordinaria efficacia il ciclo di pitture che si sviluppa per tutta la parete di separazione delle due aule della chiesa rupestre di S. Maria delle Grotte a Rocchetta a Volturno (http://www.francovalente.it/?p=449), non solo per la grande quantità di figure che vi compaiono, ma anche per la notevole qualità dell’esecuzione di molte di esse. La figura dominante è la colossale rappresentazione di S. Cristoforo che, con la sua altezza di oltre 4 metri e mezzo, costituisce il principale polo di attenzione. Ai suoi lati, disposti su due file che complessivamente non raggiungono la sua altezza, una serie di santi, ognuno dei quali è situato in un proprio riquadro.

S. Maria Grotte

Il culto per questo santo, martire della Licia, si diffuse in Italia a partire dal XIII secolo, quando Jacopo da Varagine ne tracciò l’episodio del trasporto di Cristo sul fiume nella Legenda aurea, facendolo divenire il protettore dei pellegrini.

Secondo tale leggenda, Cristoforo, che possedeva una corporatura gigantesca, aveva deciso di mettere la sua forza al servizio del signore più potente della terra, per cui dopo aver servito un re ed un imperatore si donò al demonio, dal quale scoprì che ancora più forte di lui era il Cristo. Per questo si diede alla carità ritirandosi da eremita presso un fiume dove si caricava dei viandanti che dovevano guadare, trasportandoli sull’altra riva. Una notte un bambino gli chiese di portarlo sulla sponda opposta ed egli subito iniziò il trasporto; però, man mano che si inoltrava nel fiume, il fanciullo diventava più pesante, rendendo quasi impossibile il cammino. Tuttavia Cristoforo, che si aiutava con un lungo bastone, riuscì a compiere l’impresa ed allora il bambino gli si rivelò per il Cristo e gli predisse il futuro martirio.

Per tutto il XIII e il XIV secolo immagini che lo presentavano sempre in proporzioni gigantesche, con un lungo bastone e con il bambino su una spalla, furono realizzate dovunque e non solo all’interno, ma anche sulle facciate delle chiese o sulle porte delle città.

S.MariaGrotte

Nel S. Cristoforo di Rocchetta molteplici elementi confermano la continuità di una presenza bizantina nell’area meridionale italiana. Addirittura pare che vi sia stata una precisa scelta dell’autore a voler evidenziare in questa raffigurazione, e non nelle altre laterali fatte dalla stessa mano, il carattere orientale del personaggio mediante l’adozione di modelli iconografici già sperimentati e consolidati nella tradizione pittorica religiosa. La solenne ieraticità e la regalità della raffigurazione è raggiunta non solo con l’applicazione di un panneggio di grande pregio negli ornamenti, ma soprattutto con la voluta staticità della figura che in tal modo sovrasta e si impone con ferma determinazione su tutte le altre.

Chi lo dipinse aveva una conoscenza precisa delle icone bizantine ed in particolare di quelle rappresentanti la Madonna con Bambino, che tanta diffusione ebbero nella cultura religiosa italiana. Non appaiono dubbi infatti che il Gesù Bambino che poggia sulla spalla di S. Cristoforo ripeta in maniera pedissequa un modello gia applicato altrove, tanto che un’attenta osservazione permette di ricavare che si tratti quasi di un forzato collage di una immagine del Cristo ripresa da una Madonna con bambino ed applicata su un’altra, i cui caratteri, nel volto, potrebbero tranquillamente essere attribuiti ad un Pantocrator.

Il fanciullo, infatti, assume quella posizione che ritroviamo consueta nelle raffigurazioni dove compare quasi sempre in atteggiamento benedicente, poggiato sulla gamba sinistra della madre, con la tunica lunga che rivela una accentuata prominenza e rotondità del ventre, nonché una naturale piegatura delle gambe che serve a ben legare i due personaggi. Valga come esempio di riferimento il quadro di S. Maria in Flumine della chiesa di Amalfi e conservato alla pinacoteca di Capodimonte. Nel nostro caso invece le due figure, il Cristo Bambino e S. Cristoforo,  sono totalmente indipendenti tra loro ed innaturali nel reciproco rapporto.

Inoltre, pare che vi sia stata, nel rappresentare Cristoforo, una voluta rinuncia a riferirsi alle consimili rappresentazioni forse già esistenti all’epoca in cui venne eseguito quello di Rocchetta. Ben diverso, infatti, il Cristoforo di Bominaco, della seconda metà del duecento, dove non solo non compare neanche lontanamente l’idea della regalità, ma viene esaltata semplicemente la gigantesca potenza fisica con una esecuzione peraltro molto rozza, pur se vi è un tentativo di evidenziare alcuni aspetti naturistici tratti dalla leggenda del trasporto di Cristo. Lo stesso deve dirsi del Cristoforo di Caramanico il cui livello artistico è di gran lunga inferiore a quello di Rocchetta.

Una qualche affinità nell’atteggiamento può ritrovarsi in quello sicuramente coevo che compare sulla parete di destra di S. Miniato al Monte, a Firenze, ma in quest’ultimo caso l’iconografia bizantina è totalmente estranea. In quelli di epoca successiva, come quello quattrocentesco della chiesa parrocchiale di Turrita, oppure quello cinquecentesco della Pieve della Sacra a Carpi, prevale poi l’aspetto realistico e gli ampi panneggi vengono sostituiti da abbigliamenti più consoni alla funzione che svolgeva il Santo lungo il fiume. Manifesta invece la relazione con le raffigurazioni dei Pantocrator non solo nella lineare rotondità del viso, ma anche nel trattamento della barba, ottenuta con geometriche sovrapposizioni chiaroscurali.

I capelli lunghi, ordinatamente raccolti e legati alle spalle, il collo accentuatamente tronco-conico, una sottile e perfetta definizione verticale del naso, nonché il taglio a mandorla degli occhi sono evidenti ripetizioni di moduli orientali, ai quali saldamente si legava la tradizione meridionale.

Molto ricche le decorazioni dell’abito, la cui regolarità geometrica, a cornici quadrate bianche che raccolgono motivi floreali in forma di croci gigliate, non si interrompe neppure dove si accenna alla piegatura della lunga tunica rossa. Notevolmente raffinate le decorazioni della fascia verticale dove elementi floreali si alternano a volute filiformi interrotte da gocce e rondelle che alludono a pietre preziose e ricami in oro. Vi si notano in questo caso elementi che, pur appartenendo al mondo bizantino, hanno diretto rapporto con la tradizione islamica. Anche se purtroppo molto rovinata, tale fascia verticale, quasi una stola, presenta i caratteri della ornamentazione cufica di cui, sia l’arte che I’architettura romanica, e quindi gotica, si servirono.

Usati soprattutto nelle decorazioni del Corano, i caratteri cufici ebbero grande successo soprattutto per la incomprensibilità e la enigmaticità del loro significato, e tra i veicoli per la loro diffusione furono proprio le stoffe che, già nel XII secolo, vedevano in Palermo uno dei centri più importanti del mercato islamico nel bacino mediterraneo.

Un ampio mantello poggia sulle spalle, tenuto da un gancio con borchia circolare di grosse dimensioni, anch’essa decorata con motivi che ritroviamo sovente negli ornamenti circolari dei panneggi di icone bizantine. La mano destra del Santo è sollevata ed il palmo aperto è rivolto verso chi guarda; la sinistra invece regge un sottilissimo bastone che, innestandosi sulla diagonale che congiunge gli spigoli del riquadro, contrasta con la verticalità della solenne figura.

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