Il castello di Pentime sul Volturno (Sesto Campano)
Franco Valente
Secondo alcune testimonianze della fine del XIX secolo l’incontro di Vittorio Emanuele II con Garibaldi sarebbe avvenuto in una zona che si trova tra Sesto Campano e Presenzano. La questione potrebbe essere approfondita, ma a noi quest’area interessa per un altro motivo.

Nel Molise attuale, tra Sesto Campano e Presenzano, poco distante dal confine con la Campania, vi é un territorio in pianura che dalla gente del posto viene chiamato “le Pientime”. Quel territorio si trova subito a valle della confluenza del rio S. Bartolomeo con il fiume Volturno e nella cartina dello Zannoni viene segnalato come Lago di Pienteme .

Particolare della carta di G. Trutta (1776)
Pientime era anche il nome di un antico paese che, però, si trova più in alto, su uno dei contrafforti di Monte Cesima. Un paese che venne completamente abbandonato intorno al XV-XVI secolo, ma che ancora conserva i segni di una consistente struttura urbana e che gli abitanti del posto definiscono in maniera generica come “Le Mura”.
Di quest’antico insediamento, sicuramente già esistente in epoca normanna, abbiamo tre importanti testimonianze epigrafiche. La prima si ritrova nel catalogo dei baroni normanni quando quel feudo era tenuto da Malgerio, conte di Alife: Comes Malgerius dixit quod demanium suum totum quod tenet in Alifia est xx.ti militum, et de Presentiano feudum iiij.or militum, et de Penta feudum ij militum, et de Mignano feudum v militum. Una sunt de demanio predicti Comitis feudum xxxj militum et augmentum est eius sunt milites xxxix. Una inter feudum et augmentum obtulit milites lxx et servientes ci.
Dunque il feudo di Penta (Pentime) contribuiva a mantenere 2 militi e questo ci conferma che il nucleo abitato esisteva nel periodo che va tra la fine del regno di Ruggero II d’Altavilla e l’inizio del dominio di Guglielmo II, perché il Catalogus Baronum, alla metà del secolo XII, riportava l’elenco dei feudi in qualunque modo assegnati ai vari feudatari normanni.
Ruggero II d’Altavilla, a conclusione delle alterne e sanguinose vicende durate quasi un secolo e che caratterizzarono l’avvio della dominazione normanna nella parte meridionale dell’Italia, aveva definitivamente affermato il suo potere contro tutte le singole spinte autonomiste dei baroni del regno che si erano radunati attorno al suo avversario diretto Roberto II. L’atto politico finale fu la promulgazione nel 1140, nell’assemblea generale di Ariano, di una serie di leggi da applicarsi su tutto il regno che nel frattempo veniva ufficialmente diviso in tre grandi territori: il Ducato di Puglia, Il Principato di Capua, la Sicilia con la Calabria meridionale . All’amministrazione giudiziaria e finanziaria generale di questi territori furono nominati rispettivamente dei giustizieri e dei camerari, mentre le singole realtà civiche furono amministrate, a seconda dell’importanza e delle tradizioni locali che sostanzialmente non furono toccate, da strateghi, catapani e giudici.
Un paio di anni dopo, nel 1142, Ruggero II con una nuova assemblea generale confermava la sua autorità sul regno concentrando nella sua persona tutti i poteri dello stato e consentendo solo il tipo di feudo detto in capite de domino Rege. Con tale sistema la concessione del feudo si caratterizzava come atto di fiducia del re ed il concessionario diveniva personalmente e direttamente responsabile verso il re della sua gestione, anche se era in sua facoltà di cederla ad un suffeudatario. Inoltre, a seconda dell’importanza del feudo e delle decisioni del re, il feudatario poteva averlo con il titolo comitale, oppure con quello baronale, o più semplicemente in capite .
Così il territorio poteva essere anche dato in suffeudo dal feudatario ufficiale (una sorta di sub-concessione), ma nei confronti del re rispondeva sempre personalmente il primo feudatario. Questi, inoltre, assumeva anche gli impegni per la fornitura dei soldati per le esigenze belliche. Il numero dei milites, ovviamente, era proporzionato all’importanza del feudo ed era precisamente indicato nella concessione regale.
Il Catalogus Baronum, sebbene riporti in maniera assolutamente essenziale i dati relativi ad ogni feudo, è oggi l’unico strumento che ci permetta di comprendere l’importanza e, forse, anche la dimensione del feudo con la sua capacità economica nei primi decenni subito dopo la metà del XII secolo.
Gli elementi che appaiono dal catalogo, anche se scarni e sintetici, e soprattutto il numero dei milites che Malgerio conte di Alife doveva fornire per Pentime sono comunque sufficienti a delineare un quadro certamente non florido dell’economia del paese che però, nella sostanza, era simile alla gran parte degli altri feudi elencati. Sappiamo così che il feudo di Pentime, essendo il suo titolare obbligato alla fornitura di un milite armato per ogni venti once d’oro di reddito, aveva il valore corrispondente a due milites, cioè quaranta once d’oro.

La cinta muraria di Pentime
Per questo dobbiamo ritenere che l’articolazione architettonica del castello esistente in quell’epoca fosse proporzionata alle risorse economiche del feudo e perciò possiamo immaginare una struttura edilizia di estrema essenzialità.
Malgerio fu conte di Alife dal 1139 al 1169, salvo una breve interruzione tra il 1155 ed il 1156 ed aveva ottenuto la contea di Alife dopo la morte del conte Rainulfo . Andrea di Rupecanina, figlio di Riccardo di Rupecanina, che era fratello del defunto conte Rainulfo, riuscì a cacciarlo dalla contea di Alife nel 1155, ma l’anno successivo Malgerio ne riprese il possesso per tenerla fino al 1169.
La contea di Alife, dopo la morte di Malgerio, passò a Ruggero figlio di Riccardo (Rogerius filius Riccardi) che era fratello di Andrea di Rupecanina.
La seconda notizia é di epoca sveva ed é relativa all’elenco dei castelli della Terra di Lavoro e della contea del Molise che contribuivano alla riparazione di castelli più importanti . In particolare ci si riferisce ai feudi, tra i quali quello che viene chiamato Pentamis, che sopportavano le spese per mantenere il castello di Presenzano, che con Federico II assunse un’importanza straordinaria dal punto di vista strategico per la sua capacità di controllare la confluenza di due valli:
Item castrum Presenzani reparari debet per homines ipsius terre, Vayrani, Pentamis, Sexti, Mastratii, Torcini, Rocce Piperocii, Venafri, S. Marie de Oliveto, Campi Sacci et Rocce Ravinule
La terza notizia é riportata dal Cotugno e si riferisce ad un diploma di Giovanna II del 1358. Di questo diploma abbiamo conoscenza dalla trascrizione che ne fece Cosmo De Utris nei suoi Annali.
Così il Cotugno: E’ chiaro dall’addotta Bolla , che tutt’i Paesi della Diocesi Venafrana di quel tempo erano i seguenti, cioè Piperozza, Sesto, Mastrato, Torcino, Torlano, Fossaceca, Capriata, S. Giovanni de Coppelis, Ravindola, Montaquila, Fondemano (o sia oggi Filignano ), S. Loterio, Cerasolo, Casale, Viticuso, Acqua-fondata, e Cardito, oltre agli altri piccoli Villaggi, ch’esistevano ancora nel 1358, e che perciò son nominati nel diploma di Giovanna II (Sez. I, cap.I) cioè le Pentime, S. Agata in Torcino, il Casale di S. Barbato, quel di Triverno, e quei di Valleporcina e S. Paolo citati da una pergamena nell’archivio di Monte Casino (perg. caps. 76).
I paesi notati ancora esistevano al momento della soppressione della Diocesi, ad eccezione di Mastrato, e Torcino distrutti, di Fossaceca , che trovavasi smembrato , di S. Giovanni delle Coppitelle, e di S. Loterio parimente distrutti, e di Cerasolo e Cardito permutati con S. Nazario , come si narra. I di loro abitanti o si ricoverarono nei paesi contigui, o ne formarono degli altri, come i Pozzilli , e Concasale , che sonosi originati da Valle Caspole, Trasarcio, Valle del Campo, o Conca, e Casale, sistenti in sito adjacente Sono anche sortiti circa quell’epoca altri villaggi, come Vallecupa, Cippagna, Noci, Casamatteo ec.
C. DE UTRIS, Annali di Venafro, ms XIX sec. in VII voll. Vol. VII, pp. 68-69:
Anno 1582. Si fece la correzione dell’anno detto Gregoriano, perché ordinato da Gregorio Papa, e furono scemati dieci giorni al mese di ottobre. D. Orazio della Noya Principe di Sulmona e Conte di Venafro, vendé al Marchese D. Filippo Spinola la Città di Venafro con i suoi Casali per ducati settantamila, non che le terre del Sesto, Roccapipirozzi, e Pentime per ducati cinquantadue mila, e cinquecento, in uno 120500, ed a 7. 9mbre se ne ottenéil Regio assenso, che fu poi esecutovito in Regno a 26 Gennaio dell’anno seguente 1583, come dal registro in quinternione fol. 242.
Per raggiungere Pentime oggi si può percorrere una stradina realizzata intorno agli anni Sessanta a servizio di una cava poi abbandonata e dell’elettrodotto che attraversa quell’area. La strada in parte ripercorre un tracciato più antico che si riconosce soprattutto nell’ultimo tornante dove rimane un bel tratto di muratura a grossi blocchi di pietra aggregati a secco secondo una tecnica che potrebbe far sospettare una loro origine addirittura sannitica. Ovviamente solo un riscontro archeologico potrebbe consentire di attribuire alla sostruzione un’epoca diversa da quella medioevale.

Avanzi di murature sannitiche

Blocchi di muri sannitici
Lì dove la via assume un andamento quasi pianeggiante, all’interno di una intricata boscaglia, cominciano ad apparire le prime case dirute che sono racchiuse all’interno di quello che rimane di una cinta muraria che, seguendo la costa naturale occidentale, raggiunge la cima di uno sperone di roccia.
Seguendo i sentieri ormai non più frequentati, e perciò invasi dalla vegetazione spontanea, si riesce in qualche modo ad intuire un rudimentale sistema di percorsi che si articolava tra le case secondo una logica distributiva fortemente condizionata dalle asperità naturali della roccia che in quest’area é particolarmente scoscesa.
Una zona in particolare sembra essere stata in qualche modo spianata a formare una sorta di slargo immediatamente sottostante una parete rocciosa alta qualche metro che presenta gli avanzi di una costruzione la cui muratura é in opera cementizia intonacata e che sembra appartenere ad una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana.

Avanzi di una cisterna medioevale
Tutte le case sono prive di elementi lapidei degni di particolare considerazione. Appare evidente che esse siano state costruite utilizzando esclusivamente materiale prelevato direttamente sul posto e appena sbozzato per formare i piccoli blocchi impiegati nei cantonali a reggere murature in opera incerta. Non si notano tracce di intonaco ed é presumibile che le abitazioni fossero molto semplici, prevalentemente con non più di due vani, con le coperture in legno poggianti, nel migliore dei casi, su murature a sacco la cui malta sembra essere di discreta qualità. Ciò che rimane delle porte ci permette di affermare che non si facesse uso di architravi in pietra, a meno che non si voglia immaginare una loro totale asportazione dopo il momento dell’abbandono. Non si rileva in alcun punto l’esistenza di imposte che facciano immaginare l’uso di archi o volte.

Elementi sopravvissuti delle strutture difensive
La parte più alta del nucleo si articola attorno ad uno sperone di roccia la cui naturale esistenza determina la formazione di una sorta di grossolano fossato che, sia pur modesto, permette a quella parte della linea difensiva di proteggersi dagli assalti provenienti dalla soprastante montagna.

Tracce dell’impianto del castello
Questo punto apicale é particolarmente interessante perché in esso rimane l’impianto quadrangolare di una potente costruzione che, per la sua posizione e per le sue caratteristiche costruttive, possiamo identificare nel castello di Pentime.
Copre una superficie di circa 150 metri quadrati con una muratura dallo spessore di circa 80 centimetri. Il lato nord-occidentale si attacca direttamente alla cinta muraria che supera anche il metro di larghezza. Una cinta muraria che, seguendo l’andamento naturale della roccia, si riconosce in maniera più evidente sul lato occidentale dove rimane in piedi un buon tratto per qualche centinaio di metri.

Un tratto sopravvissuto della cinta muraria occidentale
Quello che rimane del sistema di difesa ci permette di affermare con sicurezza che il muro perimetrale, dall’andamento complessivo in forma di trapezoide, era munito di una serie di torri circolari di modestissime dimensioni (circa due metri di diametro) che si ponevano nei punti più significativi di variazione degli allineamenti. Rimangono almeno due di queste torri che, sebbene molto rovinate, ci consentono di ricostruire con una certa approssimazione come fosse tutto l’apparato difensivo.

Un altro tratto sopravvissuto della cinta muraria occidentale
Una più attenta ricognizione, che sarà effettuata a breve, permetterà di ricostruire con maggiore precisione le vicende urbane di questo dimenticato nucleo difensivo situato in un punto strategico della Valle del Volturno.

La parte sopravvissuta di una delle torri circolari della cinta muraria

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