Il mistero di Mitra sopravvive a Venafro, Roccaravindola, Matrice e S. Giuliano del Sannio
…. Quando mancavano ventisei secondi la sfera sembrò assumere l’aspetto di una palla di fuoco e comparvero, nella luce abbagliante, quattro cavalli bianchi che, scortati da altrettante candide aquile, si impennarono sincronicamente scalpitando verso l’alto nello sforzo supremo di trascinarla. Sul limite estremo del campo la figura alata del Caute, accanto al portiere, innalzava orgogliosa la fiaccola appena accesa e dall’altra parte, nella direzione della traiettoria, il Cautopates, tristemente, già si preparava a spegnerla conficcandola nella terra.
Un Cautopates che gli fece passare rapidamente davanti, come un fotogramma, un’immagine del cimitero del suo paese dove ancora sono allineati i marmi picchiettati dai microrganismi vegetali grigiastri sottoposti a piccoli putti alati che, nell’atto di spegnere una torcia, inconsapevolmente, anche ai cristiani, come una volta ai fedeli di Mitra, ricordano la caducità della vita.
A venticinque secondi dalla fine, su un lato del campo apparve il grande toro assalito da Mitra dal berretto frigio che gli conficcava il pugnale e manteneva eretto il cranio cornuto, come la luna crescente e calante, infilando le dita nelle froge della bestia mentre in basso il cane ed il serpente cercavano di godere del vivido sangue prima che, rivolo vivificante, scivolasse lungo il corpo a fecondare la terra…..
Il Caute ed il Cautopates sono i due personaggi alati che compaiono sulla sinistra e sulla destra delle rappresentazioni del dio Mitra che scanna il toro. Il primo tiene sollevata una fiaccola accesa, il secondo regge una fiaccola nell’atto di spegnerla conficcandola nella terra. Essi hanno significato allegorico e rappresentano l’inizio e la fine della vita.
Nel Molise sopravvivono almeno due Cautopates. Uno si trova a Venafro in un vicoletto della Via Plebiscito (la via Per Dentro). L’altro sulla facciata della Chiesa di S. Michele Vecchio di Roccaravindola.
Partirò proprio da quest’ultimo per cercare di dimostrare che una figura può assumere diversi significati a seconda del contesto in cui viene collocata, oppure assume addirittura un significato analogo a quello che aveva migliaia di anni prima senza che chi l’ha eseguita sappia dei suoi significati originari.
Sulla spalla di sinistra del portale sopravvive un reperto romano di cui si ignora sia il luogo di originaria collocazione, sia il contesto del quale faceva parte. Rappresenta un personaggio alato coperto da una tunichetta in atto di spegnere una torcia.
Non vi sono dubbi che l’origine di questo genere di figurazione sia da collegarsi alla esistenza di un culto mitriaco nell’area campana. Culto ampiamente attestato sia dalle fonti epigrafiche che dalla sopravvivenza di elementi architettonici, pittorici e scultorei, raffiguranti tale divinità.
Mitra veniva rappresentato in maniera ripetitiva secondo un modello iconografico ricco di significati allegorici.
In Italia il culto per Mitra si diffuse soprattutto dal II al III secolo dopo Cristo e in qualche modo rappresentò una religione in concorrenza con quella cristiana per una serie di analogie come quella della nascita il 25 dicembre in una grotta e la sua resurrezione.
Certamente la conoscenza della storia del culto di Mitra è stata fortemente condizionata da una sorta di “damnatio memoriae”, ma si hanno sufficienti elementi per attestare con una certa attendibilità una sua origine orientale, probabilmente iraniana.
Appartiene a quelle religioni che vengono definite solari per l’allegoria del Sole che assume il ruolo di elemento determinante per l’origine della vita.
Senza entrare nella complessità delle problematiche legate al culto mi limito solo a quell’aspetto che può aiutarci a capire la questione che ho posto.
Gran parte della basiliche cristiane più importanti, compreso S. Pietro, sono impiantate su edifici sotterranei in cui è attestato per un certo periodo il culto mitraico. Famosi sono i mitrei di S. Clemente, di S. Prisca e di S. Stefano Rotondo, ma altri si trovano sotto palazzo Barberini, al Circo Massimo, sull’Aventino o nella vicina Marino, in affresco come quello di Capua antica.
Nella figurazione si vede un grande toro che Mitra, dal cappello frigio, trattiene prendendolo con la sinistra per le froge. Con la destra il dio sta infilando un pugnale nel collo della bestia e al sangue che esce si abbeverano un cane ed un serpente. Uno scorpione assale il toro prendendolo per i testicoli.
In alto a sinistra è l’immagine del Sol Invictus con l’aureola raggiata e sulla destra la falce della luna che contiene l’immagine di una donna.
Il Cautopates raffigurando il tramonto fu successivamente interpretato come un genio funerario ed utilizzato sovente in decorazioni di sarcofagi, arricchito dall’aggiunta di grandi ali alle spalle.
Da un sarcofago romano deve dunque provenire il frammento posto al lato del portale di S. Michele, ma con evidente mutamento di attribuzione iconografica da parte di chi promosse l’operazione di sistemazione della chiesa.
Appare infatti evidente la forzata intenzione di recuperare una figura che potesse poi essere assunta come l’immagine evocatrice di un arcangelo; pertanto cambiato il contesto architettonico del soggetto pagano, esso ebbe un significato diametralmente opposto a quello originario di genio funerario.
D’altra parte come abbiamo avuto più volte occasione di verificare nell’area della Longobardia meridionale ed in particolare nel territorio di S. Vincenzo, forte e costante fu la volontà di perpetuare una tradizione iconografica che andava poi a confondersi con le immagini simboliche cristiane che più potevano garantire un legame con le radici religiose e culturali dei primi Longobardi.
Ciò appare evidente dalle frequenti intitolazioni di chiese, sorgenti, territori e nuovi insediamenti agli Arcangeli che, recuperati dalla tradizione cristiana, bene si adattavano ad assumere quel ruolo che prima si attribuiva alle antiche loro divinità guerriere.
Una circostanza analoga a quella del genio funerario di Roccaravindola la riscontriamo ad esempio nei pressi dell’eremo dei SS. Cosma e Damiano ad Isemia.
Ai piedi della collina infatti un bassorilievo di epoca imperiale romana, raffigurante il busto di una donna con il capo coperto da un velo, é oggetto di venerazione popolare tanto che per tradizione viene chiamata Madonnella ed é frequente davanti a questa immagine la presenza di ceri votivi, specialmente nella ricorrenza delle festività di fine settembre.
In questo caso però siamo di fronte ad una duplice possibilità; infatti da una parte l’esempio di S. Michele di Roccaravindola ci indurrebbe a ritenere possibile una antica riutilizzazione di una immagine pagana che, posta in un contesto cristiano, assunse un significato diverso.
Dall’altra, la considerazione che i più antichi modelli iconografici della Madonna si rifanno integralmente alla produzione pittorica e scultorea romana e pagana preesistente, potrebbe farci ritenere che si tratti realmente di un ritratto della Madre di Cristo, fornendoci una ulteriore conferma dell’antichità della presenza del culto cristiano nel territorio isernino, facendo anticipare anche rispetto al V secolo, epoca più remota in cui e documentata la presenza di un Vescovo, la evangelizzazione della zona.
Mentre il frammento di Roccaravindola potrebbe appartenere ad un complesso molto più articolato, l’altro che si trova Venafro è la parte laterale di un piccolo basamento che probabilmente reggeva una statua commemorativa o l’epitaffio di un giovane morto prematuramente.
Dunque i due bassorilievi di Venafro e di Roccaravindola non sono altro che la rappresentazione del Cautopates mitraico e, perciò, simboli della fine della vita.
Vediamo invece due esempi in cui l’immagine presa dalla iconografia mitraica assume un significato legato agli stessi significati originari senza che questa scelta sia stata fatta, forse, consapevolmente.
Il primo è l’angelo che si trova sulla spalla destra del portale di S. Maria della Strada.
Un angelo molto particolare in un contesto sicuramente ricco di significati.
E’ una figura dotata di grandi ali aperte ritratta in posizione frontale con i piedi nudi divaricati e con la mano destra allungata nell’atteggiamento di benedire alla greca unendo il pollice all’anulare. Sull’avambraccio è appoggiato un manipolo. Il braccio sinistro, invece, è appoggiato sul petto trattiene qualcosa. Sembra si tratti di due rotoli.
L’angelo è vestito di una lunga tunica che costituisce una sorta di sottoveste che appare solo nella parte bassa e sulle braccia essendo interamente coperta da un indumento più rigido che potrebbe essere uno scapolare o, forse, semplicemente una sopraveste più pesante senza maniche.
La testa, asessuata, è priva di capelli e l’aureola rappresenta l’elemento più interessante.
Non è crucisegnata e non è semplicemente circolare. Al suo interno vi è una corona di triangoli che fa capire che il lapicida non abbia voluto solamente rappresentare la santità del soggetto, ma qualcosa di più.
E’ una corona di raggi solari e più precisamente è la rappresentazione del sole nascente, ovvero il sole che sorge da Oriente.
In alcuni casi databili tra il II ed il III secolo d.C. (come il bassorilievo dello stesso periodo conservato nei Musei Vaticani) nella rappresentazione di Mitra, il Caute è rappresentato da una testa di genio contornata da raggi triangolari, mentre la testa del Cautopates è inserita in una mezza-luna.
In altri termini i due personaggi sono l’allegoria del sole che nasce (cioè l’inizio della vita che si volge verso la morte) e della luna che appare nella notte (la morte che si volge verso la vita).
L’aureola, sappiamo, non è una invenzione iconografica che nasce con la tradizione cristiana. Il segno circolare posizionato dietro la testa del personaggio rappresentato appartiene al mondo pagano, in particolare a quello orientale della Siria, ed è collegato simbolicamente al cerchio solare.
Proprio il mitraismo dette particolare importanza alla simbologia solare del Caute, che aveva il significato del Sole invitto (Sol Invictus) che entrò anche nella monetazione imperiale quando imperatori come Eliogabalo ed Aureliano lo utilizzarono per esaltare la propria figura.
Dunque l’aureola con i raggi solari rappresenta qualcosa in più rispetto ad una semplice aureola proprio per il preciso riferimento al sole che rappresenta l’inizio della vita.
Nel nostro caso l’angelo di S. Maria della Strada nel voler rappresentare il Cristo Giudicatore prende a prestito, non sappiamo con quale consapevolezza del lapicida, un’aureola raggiata che nella tradizione mitraica vuole rappresentare il sole nascente e quindi la luce che viene da oriente: …. vidi un quinto angelo venire da oriente con il sigillo del Dio Vivente... (Apocalisse di Giovanni)
Infine un esempio moderno dove, sicuramente, l’autore della rappresentazione non sapeva nulla del significato originario della figura, ma realizzandola in quella forma ne ha ripetuto inconsapevolmente il significato.
Potrebbe essere in qualsiasi cimitero molisano, ma nel nostro caso prendiamo come esempio un Cautopates che si trova sul sagrato della chiesa di S. Rocco a S. Giuliano del Sannio.
E’ l’immagine di una giovinetta dalle grandi ali, vestita di una tunichetta leggera, che regge una fiaccola rivolta verso la terra in atto di spegnerla. La data 1942 attesta che si tratti di una moderna, inconsapevole, ripetizione di una immagine tratta dalla complicata allegoria mitraica.












Lascia un commento