A Venafro IL GRUPPO ha presentato L’OPERA, Dramma sacro in tre atti Giuseppe Macchia

L’associazione culturale IL GRUPPO DI VENAFRO, di cui mi vanto essere il presidente, quest’anno ha di nuovo offerto al pubblico L’OPERA, Dramma sacro in tre atti scritto alla fine del XVIII secolo a Venafro dal notaio Giuseppe Macchia

I brani che seguono sono tratti dal copione originale, mentre le immagini si riferiscono a questa edizione del 2012

L’OPERA
Dramma sacro in tre atti
Giuseppe Macchia

Attori
– Massimo, Preside della Campania.
– Sommo Sacerdote degl’Idoli.
– S. Daria, moglie di
– S. Nicandro, fratello di
– S. Marciano, sposo di
– Aldina.
– Passicrate, servo sciocco Napoletano.
– Capitano de’ Littori.
– Angelo.
– DEMONIO.
– Messaggiero.
– Figlio piccolo di S. Marciano che non parla.
– Un Littore che parla.
– Altri Littori che non parlano.
– Banditore, ch’emana la sentenza.
– Sacerdoti che non parlano.

L’azione della scena si è nella città di Venafro dove seguì il martirio de’ SS.
Le mutazioni si veggono nel corso delle scene.

Atto I.
Scena I.
Bosco.
DEMONIO solo dalla buca

DEMONIO – Disserratemi il varco, acciò ch’io torni a riveder la luce, mentre a contender col Cielo porto il valor mio.
Tremate, o Cieli, e con voi tremino gli abitatori tutti dell’Empiro irreconciliabili miei nemici.
E voi altri tiranni accingetevi a deplorar le vostre rovine, mentre a pugnar mi accingo contro di te o Cielo.
La nascente setta del vil Cristianesmo sarà da me totalmente abbattuta e vinta…

ANGELO – Frena pur la tua baldanza, Nero Spirito di Averno, e trema, superbo ribelle che temerario osasti rivolgerti contro del Ciel.
Il nascente Cristianesimo sarà dal Cielo stesso protetto e favorito e tu, disperato, in eterno ne morderai le tue catene.

MASSIMO – Quanto dura e malagevol cosa si è al mondo l’aver de’ popoli il governo, la cura.
Orribili larve mi turbano il sonno.
Il ciel sereno mi sembra pien di orrore, d’infausto e d’impensato male.
Son molti anni che da Prefetto servo l’Imperador Diocleziano in questa vasta Provincia di Campagna e non mai m’intesi sì funestato l’animo.

CAPITANO – Eccomi, o Signor, presente a tuoi cenni.
Ordina, imponi, chè sempre sollecito mi avrai.

Ah!  Sia d’uopo  che si apprestino sacrifici e voti, altari ed incensi, vittime ed olocausti a’ nostri Sommi Dei, acciò sian propizii in ogni dubbia impresa; e tanto più che oggi infettato si vede l’Impero Romano di falsi Cristiani, per opra de’ quali in più parti del Mondo ferve una fiera ed ostinata guerra.
Tengano gli Dei lontana da questa Provincia di Campagna alla mia cura affidata tal peste di Cristiani, acciò possa io tutto occuparmi in armar truppe e dar al mio Imperadore liete novelle del mio servire.

MESSAGGIERO – Signore, dal nostro invittissimo Imperadore a te son mandato a darti la trista e luttuosa nuova che la nera peste del Cristianesimo ha di già infettato tutto il Romano Impero.
Nella città di Nicomedia, nell’Asia, per opra de’ Cristiani si è incendiato il Palazzo imperiale. Ivi si è dato morte, e morte aspra, a tutti quei che professano il falso cristiano culto.
E da ogni dove per comando di Cesare sono perseguitati ed in mille e diversi modi tormentati e morti li persecutori del nostro vero culto.
Per l’Africa, per l’Egitto e per la Siria si è dato ordine espresso di demolirsi le chiese de’ Cristiani e da per tutto di essi si fa strage e rovina.
Dentro Roma scorre a fiume il sangue di questi inimici  de’ nostri Dei ed altro non si vede che cadaveri e membra di quest’empi sparse e lacerate.


PASSICRATE – Mannaggia chi dicetta la primma vota, famme vola…
Comme …! Io la famma la tengo sempre co mmico e no me lassa de pede, e chillo ciuccio decette “fama vola”.  E che buò volà.
E po’ la gente me dice “buon omme pacienza, pacienza…”
E che pacienza chiù voglio ave’.
Cca si piglie cinquanta Giobbe e li fai a mazzettieglio comme a cicoria nuvellina, manco ponno tutte aunite avè la pacienza  ch’aggio io.
Comme non pozzo avè chiù bene da quanno me ne fuiette da pàtremo, pe’ non ghì cchiù in prateca appriesso a nnu mmalora de paglietta mariuolo e me ne vuleva ire a Roma pe famme Vescovo e per la via truvaie duie capitani, co’ duie mugliere e figlie, che venevano dalla quinta parte de lo munno, cioè dall’Afreca e l’era iusto muorto lo servidore.
Vidde ch’era buona gente e, parte pe’ la famme, me parette de buono a metterme a patrone co lloro.
E se chiammavano lo cchiù giovane lo zi’ Nicantro e lo cchiù biecchio lo zi’ Marciano.


CAPITANO – Voi Cristiani?!  Voi nemici de’ nostri Dei, delle nostre leggi!  Voi ribelli del Romano Impero!
Voi … ah! Creder non già, ma neppure immaginar nol posso.
E tengano li Dei da voi lontano sì funesto pensiero.

ALDINA – Dunque da me fugge e si allontana Marciano mio sposo!
E così mi lascia ed abbandona!

ALDINA –  Ah barbaro sposo, mostro d’inumanità! Assai crudele è il mio destino.
E voi, (rivolta a’ SS. Nicandro e Daria) miei inesorabili nemici, gioite pur del mio disperato pianto, esultate! Ma spero nel Ciel veder di breve punita la vostra temerarietà.
Li Dei ascolteranno le mie voci, li Dei si muoveranno a pietà di me, giacché veggo l’ira de’ Numi piombar sopra di voi, e vendicar a me lo sposo, a questo figlio il padre; e che voi… Ah mira Marciano qual sia l’ira ultrice celeste; ravvediti, è ancor tempo! Emenda li falli tuoi. La sposa tu vedi, vedi il figlio (si volge a’ SS.Nicandro e Daria).
Qual vista! Non terribile è per me la morte. Dileguatevi da me, nascondetevi al mio sguardo, e poco fia se… (si volge dentro la scena) Ah! Fuggi o sposo. Figlio, siam perduti!

Lungi da’ miei, fuori dal tetto natio, in luoghi quasi disgregati dal mondo!
Dunque le mie voci, le mie preci, il mio pianto non saranno bastanti a rimuoverlo dall’ostinato pensiero di professar nuova fede e nuova legge tutta contraria a’ nostri Dei?
(abbraccia il figlio)
Figlio infelice di sconsigliato padre, qual sventura è la tua , quale la mia!
Come…!  Ah…!   Mi soffoca il pianto…

PASSICRATE  –  (Da se solo guardando li maccaroni) Maccaruni addorusi, sopponte del mio core…, in voi Minerva pose la tesichezza, lo speziale sapore aromatico e la spietata famma del suo cancro ncuorpo

ANGELO  – E voi fedeli che de’ Martiri del mio Dio vedeste la costanza, il di loro esempio seguite; sensibili essi sono stati alla voce del vero Nume, che li parlava nel cuore, e costanti han seguito i Numi della Grazia Divina. Pazienti ne’ travagli, costanti nella religione, benefici coi poveri. Si sono resi al mondo veri esemplari della cattolica fede. A queste angeliche virtù sarà festoso eco Venafro ne’ secoli venturi, e fra tanti pregi di questi cittadini, risplenderà in grado sublime la divozione e la fiducia che avranno nella protezione di sì gran santi. Venafro avventurata fortunati cittadini, ecco io in nome del mio Dio vi lascio li Vostri Protettori, giubilate e godete del prezioso acquisto. I giorni lieti tratterrete sotto il di loro manto; ed a funestarvi, semmai verrà qualche disastro, al solo apparir di queste Reliquie e della Preziosa Manna, del di cui dono sarete arricchiti, qual baleno da voi dileguerà: farete insieme una dolce pietosa gara di amore, voi di Nicandro, di Marciano e di Daria renderete gloriosi i Numi su questa terra ed Essi vi verseranno dal Cielo piogge di grazie.

Apritevi o Cieli, e Venafro tutta ammiri i suoi Santi  Protettori Nicandro, Marciano e Daria.

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