A Montorio nei Frentani l’Angelo più Angelo del Cinquecento italiano. A Venafro, nello stesso secolo, la Madonna più Madonna. Due capolavori che da soli meriterebbero un viaggio in Italia da ogni parte del mondo.

A Montorio nei Frentani l’Angelo più Angelo del Cinquecento italiano. A Venafro, nello stesso secolo, la Madonna più Madonna. Due capolavori che da soli meriterebbero un viaggio in Italia da ogni parte del mondo.

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Nella chiesa dell’Annunziata di Venafro un quadro di cui si ignora l’autore, ma che appartiene sicuramente alla metà del Cinquecento, mostra una delle più belle Madonne del Rinascimento italiano.  A Montorio nei Frentani, invece, il personaggio di straordinaria bellezza è l’Angelo Gabriele. Di quest’ultimo ho già parlato ampiamente (http://www.francovalente.it/2010/02/25/l%E2%80%99arcangelo-gabriele-nell%E2%80%99annunciazione-di-teodoro-d%E2%80%99errico-a-montorio-nei-frentani/).  Oggi vediamo il quadro di Venafro.

Il canonico Melucci riprendendo dal carteggio della confraternita di Ave Gratia Plena riferisce che al foglio 219 del libro magistrale di conti nell’anno 1686 si nota l’esito di ducati 7 al pittore milanese Carlo Giacinto Boccardi per il quadro della congregazione.

Certamente sulla base di semplici considerazioni stilistiche appare difficile collocare alla fine del XVII secolo tale opera, anche perché nulla si conosce del richiamato Boccardi, pittore milanese. La notizia desunta dal libro dei conti è troppo scarna perché possa essere riferita con certezza al quadro della titolare. Contro tale possibilità gioca non solo l’esiguità della somma (che potrebbe essere, comunque, il pagamento di una quota), ma anche il carattere stilistico della composizione. Più precisamente sono i costumi che fanno anticipare almeno alla fine del XVI secolo, o al massimo ai primi del Seicento, la sua esecuzione. In particolare si veda la tunicella dell’angelo che proprio in Venafro ha due esempi consimili, anche se di basso pregio artistico, nelle due spallette della cappella della Deposizione della Cattedrale dove sono raffigurati gli arcangeli Raffaele e Michele e di cui si conosce la data di esecuzione fissata dall’epigrafe al 1583.

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Queste circostanze, ancora una volta, ci riconducono all’epoca di Ladislao d’Aquino (vescovo a Venafro dall’ottobre del 1581) e  al periodo in cui continuava a reggere la diocesi Venafrana mentre era contemporaneamente cardinale a Roma dove morì nel febbraio del 1621.

La figurazione posta sull’altare maggiore, evidentemente, si riferisce al momento più significativo della vicenda umana di Maria, legata all’annunzio dell’Angelo Gabriele che la saluta pronunziando le parole Ave Gratia Plena, che furono prese come  emblema (A. G. P.) della confraternita dei Vattenti.

L’Angelo Gabriele è colto nel momento in cui sta per genuflettersi su una nuvola che lo tiene sollevato rispetto al piano su cui poggia Maria, sorpresa a leggere un libro di preghiere che è su un leggio alle sue spalle. Sullo sfondo una balaustra anticipa uno squarcio di luce che apre su un paesaggio agreste. In primo piano, sulla sinistra, un giglio fiorito in un vaso biansato richiama la purezza della Vergine, prossima Madre di Dio.

Ma veniamo a qualche considerazione sull’immagine di Maria che ritengo essere tra le più fantastiche interpretazioni testuali delle parole dell’evangelista Luca:

[34] Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo».
[35] Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
[36] Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:
[37] nulla è impossibile a Dio».
[38] Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Delicatissimo è l’accenno da parte di Maria all’accettazione dell’annuncio che, invece, con molta determinazione viene dato dall’Arcangelo Gabriele.

Credo che siano rarissime nella storia dell’arte le immagini che siano riuscite a dare in maniera così discreta (come nel quadro venafrano) la sensazione di una obbedienza a un ordine condiviso.

Insisto: non è facile rappresentare l’obbedienza a un ordine condiviso.

In genere le Madonne delle Annunciazioni sono rappresentate mentre compiono gesti plateali di spavento o di sottomissione.

Qui la mano sinistra si appoggia al petto accennando a un inchino che non è di sottomissione, ma quasi di educata accettazione, mentre l’altra mano sembra dire che così doveva essere perché qualcuno aveva deciso.

E poi il viso di Maria. A parte la dolcezza dei lineamenti è spettacolare il delicato accenno ad un sorriso di intima soddisfazione.

 

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Il quadro dell’Annunziata, che dunque preesisteva alle trasformazioni settecentesche, fu esaltato nell’ambito della ricostruzione di tutto l’apparato scenografico dell’altare maggiore i cui elementi di maggiore efficacia sono le due colonne tortili di scagliola, ad imitazione di una pietra brecciosa rossastra, ed il movimentato timpano entro cui si inserisce un tondo con una immagine della Madonna Annunziata,  sorretto da due putti.

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Ma chi può aver dipinto questo quadro?

Sono convinto che la presenza di questa pittura in Venafro debba comunque mettersi in relazione con un altro quadro che nella seconda metà del Cinquecento era stato commissionato dai Cappuccini a Teodoro D’Errico per essere collocato nella chiesa di S. Nicandro. Anche di questo quadro e del contesto storico ho già parlato. (http://www.francovalente.it/2010/02/02/teodoro-d%E2%80%99errico-il-contesto-politico-e-religioso-del-regno-di-napoli-tra-il-1561-e-il-1580-seconda-parte/).

Il carattere fiammingo dell’Annunciazione di Venafro è inequivocabile. Come certamente napoletano è l’ambiente da cui il quadro proviene, sia che si voglia vedere una compartecipazione alla scelta da parte del Vescovo Ladislao d’Aquino, la cui formazione giovanile, anche per appartenenza familiare, era maturata a Napoli, sia che si voglia ricondurre ad una indiretta ingerenza dei feudatari che avevano tenuto Venafro nella seconda metà del Cinquecento.

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A cominciare da Francesca Mombel, vedova del viceré Carlo Lannoy, che, titolare del feudo dal 1532 lo aveva ceduto al primogenito Filippo, che trascorse tutta la sua vita al servizio  di Carlo V. Forse un interesse particolare per Venafro fu tenuto dal figlio Carlo che ereditò il castello nel 1553 e che, benché vivesse  anch’egli prevalentemente a Napoli, vi venne spesso insieme a sua madre, la  principessa Isabella Colonna. Nel 1568, il 30 marzo moriva Carlo Lannoy e il Castello passava a suo fratello Orazio, il quale nel 1582, per necessità finanziarie lo vendeva, con l’intero feudo venafrano, al marchese Filippo Spinola. Riscattata la città dalla sua Università, fu di nuovo venduta a un nobile napoletano nella persona di Gian Girolamo d’Afflitto, che aveva anche il titolo di conte di Trivento.

Va tuttavia esclusa una diretta partecipazione alle spese sia da parte del Vescovo d’Aquino, sia dei feudatari di Venafro per l’assenza di una qualsiasi espressione araldica che ne validi la committenza.

Dunque fu la confraternita dell’Ave Gratia Plena, e per essa i suoi amministratori, che alla fine di quel secolo decisero di avvalersi della prestazione di un artista che faceva parte di quella cerchia dei pittori fiamminghi che, venuti dall’Olanda, operavano a Napoli insieme a Teodoro D’Errico.

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Commenti

3 risposte a “A Montorio nei Frentani l’Angelo più Angelo del Cinquecento italiano. A Venafro, nello stesso secolo, la Madonna più Madonna. Due capolavori che da soli meriterebbero un viaggio in Italia da ogni parte del mondo.”

  1. Avatar villani giuseppe
    villani giuseppe

    grazie architetto per la dissertazione sull’Annunciazione per farci capire il liguaggio delle mani, dei volti, la bellezza del quadro. volevo chiedere: frequentando Saepinum da oltre 40 anni (da parte di madre D’Aloia da Fragneto l’Abate…) uscendo da Porta Benevento a destra si notano blocchi di mura ribaltati. Riflettendo ho pensato a due idee: una relativa alla qualità delle malte utilizzate per la muratura a sacco e l’altra alla ipotetica distruzione delle mura una volta conquistata la città. Presumibilmente questi vari blocchi ribaltati, metri 1.5×1.5×3.00 circa, derivano non da azioni sismiche bensì da eventi tragici connessi alla conquista della città. Lei , se tale ipotesi è vera, mi può dire quando ciò è avvenuto? Con approssimazione con le invasioni barbarche… Approfitto della Sua profonda competenza, preparazione e disponibilità per sapere qualcosa, grazie.

  2. … non si sa esattamente per quali motivi quei muri siano crollati. Comunque non è da escludere il terremoto.
    Nell’847 è documentato un terremoto che praticamente distrusse tutta la Longobardia beneventana.

  3. Avatar villani giuseppe
    villani giuseppe

    non sono studioso, ma quei blocchi di mura, quasi identici x volumetria e dimensioni, mi fanno pensare ad una distruzione voluta; ipotizzo che dopo la presa della città si siano costretti gli abitanti superstiti a fare questa operazione: preso un identico tratto, fatto un taglio verticale ed uno orizzontale (come si fa con gli alberi..) i pezzi son venuti giù.Notare che le strutture sono tutte ribaltate all’esterno e sono “regolari”; il terremoto con la mia esperienza (in basilicata ho osservato x lavoro molte costruzioni…) colpisce in modo diseguale e poi non visono segni di cedimento sui muri restanti; inoltre questi sono, per così dire “tagliati” quasi orizzontalmente. Non ho osservato da vicino gli “attacchi” dei tronchi, ma ripeto, data l’incredibile qualità del “cemento” della muratura a sacco con materiali diversi, avremmo avuto blocchi irregolari e ricordiamo che questi sono lì da tanti secoli e si sono mantenuti intatti e solo da qualche decennio si è provveduto a coprirli con della malta. Purtroppo, a “sensazione” non ci credo proprio al terremoto, osservando anche i tetrapili che si sono mantenuti abbastanza bene. Purtroppo è sempre l’uomo che ha distrutto le architetture del passato e quelle di epoca romana in particolare: bast pensare allo spoglio sistematico (quasi scientifico) dei monumenti se non proprio a cuocere le pietre degli stessi nelle calcare che erano nei pressi. al colosseo si cuocevano le statue greche e romane per farne ottima calce; a Benevento a port’Arsa erano le calcare per cuocere le pietre del vicino teatro, ad Alife presso l’anfiteatro e così via. Siamo spesso, se non sempre, ad operare tali distruzioni, che purtroppo, come Lei ha documentato (con la scusa del restauro) continuano sotto i nostri occhi e con i nostri soldi… La Natura quando opera non si sottrae alla, per così dire, sincerità del suo compito; questo discorso dovrebbe continuarsi sul posto per verifiche e relative supposizioni. Comunque La ringrazio per le bellissime esposizioni dei monumenti in terra sannita e le argomentazioni atte a far leggere non solo la storia ma la bellezza delle opere d’arte. Ancora Grazie e Saluti.

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